Le scuse di Blair e le responsabilità occidentali in Iraq

L’ammissione di un errore per un politico è sempre cosa non facile e non a caso succede molto di rado. Sicuramente non è ciò che è accaduto con le ultime dichiarazioni di Tony Blair circa la campagna che nel 2003 portò una coalizione internazionale a rovesciare il regime di Saddam Hussein. Se infatti l’operazione “Freedom” aveva l’obiettivo primario di identificare e distruggere le armi chimiche che il regime iracheno, stando ai rapporti di intelligence di inglesi e americani, aveva ricominciato a produrre, possiamo pacificamente affermare che l’intera faccenda è stata un buco nell’acqua. Blair ad ogni modo ha ammesso che alcune delle prove alla base dell’intervento si sono dimostrate deboli e lacunose ma ha ribadito con forza la convinzione che il leader del paese, dimostratosi più volte pericoloso per la stabilità dell’area e poco affidabile per gli occidentali, andasse rimosso.

Uno dei primi punti d’interesse riguardo a quanto detto da Blair è stato che si è ammessa l’inaccuratezza delle informazioni alla base dell’invasione. Infatti le tanto enfatizzate armi chimiche del regime non sono mai state rinvenute e solo in alcuni rapporti si parlava di alcuni laboratori per la produzione di vaccini che si apprestavano ad essere riconvertiti per produrre altro, anche se ciò evidentemente non porta direttamente all’ipotesi di gas e armi proibite. L’allora Presidente Bush, per rincarare la dose, parlava anche di una ripresa del programma per lo sviluppo di un arsenale atomico e di una potenza offensiva tramite vettori a razzo in grado di colpire aree a centinaia di chilometri di distanza, con una minaccia sostanziale ad Israele. Entrambe queste affermazioni tenevano in poco conto l’effettiva capacitò del regime di procurarsi i materiali necessari per entrambe le ipotesi, basando l’intera impalcatura del discorso sulle testimonianze, poco affidabili e spesso contraddittorie, di prigionieri sottoposti a tortura che riportavano degli scambi di materiale chimico proibito tra l’Iraq e Al-Qaeda. I rapporti tra le sfere alte del regime ed il gruppo terroristico poi, oltre ad non essere sicuri, non parevano essere giunti alla conoscenza di Hussein, al quale non poteva essere quindi attribuita la responsabilità diretta.

Non vi sarebbe stato dunque alcun legame tra l’attentato alle torri gemelle del 2011 e l’Iraq, il quale non ospitava né favoriva Al-Qaeda o le sue diramazioni, almeno non attivamente o per volontà del suo leader. Tutto questo non sembra essere stato notato in quanto il documento che portò all’attenzione di senatori e deputati del Congresso americano le risultanze delle indagini fu strumentalizzato dalla presidenza e valutato con poca serietà. Emergono in parallelo due fatti che avrebbero dovuto essere posti sotto una luce più problematica: da un lato gran parte delle risultanze erano state ottenute da un solo informatore, spesso sottoposto al programma di interrogatori potenziati (eufemismo per tortura), dall’altra venivano sottostimati tutti gli elementi che portavano a credere che il regime iracheno avesse effettivamente distrutto e smesso di produrre armi chimiche.

Passando ai risvolti moderni della guerra in Iraq si parla di 200.000 civili iracheni uccisi, 4.000 soldati USA caduti durante le operazioni, 800 miliardi di dollari spesi e la nascita di uno Stato panislamico che ha completamente destabilizzato tutta l’area. Il presidente Blair ha cautamente affermato che la mancanza di progettualità a lungo termine dell’intervento per rimuovere Saddam potrebbe aver portato all’ascesa del Califfo. Questo tuttavia è falso. Manca un nesso di casualità diretto tra l’insorgere dello Stato Islamico e la caduta del regime.

Innanzitutto bisogna tener presente che l’ISIS si sviluppa da una branca irachena di Al-Qaeda posta sotto la guida di Abu Musab al-Zarqawi. L’organizzazione è, attorno al 2006, principalmente imputabile di attacchi e scorribande a livello locale con l’obiettivo di minare il controllo degli impianti petroliferi appartenenti agli sciiti nel paese. L’escalation della potenza militare dell’oggi Califfato si è semmai avuta con l’insediamento del governo dello sciita Nuri al-Maliki contro il quale si sono mobilitate le forze più radicali ed armate del sunnismo. Dopo la morte di al-Zarqawi nel 2006 si sono succeduti altri due leader, l’ultimo dei quali è Abu Bakr al-Baghdadi, oggi a capo di un’organizzazione che chiamiamo ISIS. Lo stato panislamico sta oggi portando avanti una lotta feroce a livello locale contro la frangia minoritaria degli sciiti, ancora oggi detentori dei poteri di governo in Iraq. Lo scontro in corso in Siria non ha fatto che fornire nuove leve al califfato nero, grazie alla lotta tra il governo sciita alawita di Assad contro i ribelli sunniti bisognosi di ingenti finanziamenti per portare avanti la propria battaglia.

Lo scontro in corso in Medio Oriente non deve però essere considerato come esclusivamente teologico e religioso in quanto ha delle radici di natura politica ed economica. Il cambio di marcia della diplomazia USA ha portato tra i paesi come l’Arabia Saudita e la Turchia un grande timore nel boom economico che interesserà l’Iran dopo la rimozione delle sanzioni occidentali, una delle condizioni chiave raggiunte con il recente accordo sul nucleare persiano. Per tentare di rallentare questo processo si sarebbe infatti assistito al finanziamento delle frange estremiste sunnite in Iraq da parte della monarchia saudita prima, ed ad uno strano attendismo che sta riguardando l’intervento militare dei paesi più militarmente potenti nei confronti del Califfato. Il denominatore comune sembra essere quindi il tentativo di continuare a mettere pressione all’Iran, rallentandone le prospettive di crescita della propria influenza nei paesi sciiti della penisola arabica come ad esempio il turbolento Yemen. In questo quadro l’Isis sarebbe una pedina, ormai divenuta difficile da controllare, che ha evidenziato un punto essenziale di tutte queste vicende: gli stati nazionali arabi si sono rivelati un fallimento. La mappa geopolitica decisa da britannici e francesi dopo la prima guerra mondiale si è rivelata incapace di sedare le lotte intestine tra clan e tribù rivali, che continuano a rifarsi a modelli di poteri sub-statali rendendo in alcuni casi difficilissimo il controllo del territorio. L’ISIS ha il merito di aver dato una risposta al bisogno di stabilità della regione, che sembra potersi basare unicamente sul fattore comune dato dalla religione islamica sunnita. Una volta che lo Stato Islamico sarà stato abbattuto, almeno in quanto manifestazione fisica e territoriale, si renderà necessaria una nuova configurazione dei confini dell’area che non porterà tuttavia alla scomparsa dell’estremismo islamico il quale, in ogni caso, non è stato colpa degli Occidentali o della prematura scomparsa di Saddam Hussein.

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