L’AVVENTO DEL ROBOT: QUALE FUTURO? 

I robot potranno avere una coscienza, sostituiranno l’uomo in molti lavori e addirittura nella sfera sessuale con l’avvento dei sex-bot. Un futuro incerto e a tratti spaventoso che suscita molte domande lasciando poco spazio alle certezze. 

Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno. 

Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge. 

Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge. 

Quelle che avete appena letto sono le tre leggi fondamentali della robotica, formulate dallo scrittore Isaac Asimov negli anni ’40. I testi dell’autore russo non potevano in alcun modo prevedere le forme e le intuizioni che la rivoluzione tecnologica avrebbe portato con sé ma ponevano già quello che sarebbe stato il più grande problema legato all’avvento dei robot: l’etica.  

Siamo agli albori di un’epoca che cambierà il mondo. L’Artificial Intelligente (AI) sta diventando sempre più pervasiva mentre internet crea un mondo sempre più connesso. Gli elettrodomestici dialogano fra di loro e le macchine si guidano da sole: siamo pronti a mettere la nostra vita nelle mani robot o di un pilota automatico? In caso di incidente come si comporteranno i suoi circuiti? Di fronte a un bivio morale come programmiamo un oggetto per fargli capire come dovrebbe comportarsi, a distinguere giusto e sbagliato con tutte le sfumature che questa distinzione comporta?  

In molti stanno dibattendo su come si debba fronteggiare questa sfida epocale. Innanzitutto, quale morale impartire? Quella dei costruttori, per il 95% uomini bianchi? Quella religiosa? Quella politica? È evidente che ognuna di queste risposte ha dei limiti. I limiti li aveva scorti lo stesso Asimov che nei suoi libri mostrava come le tre leggi fondamentali potessero essere aggirate con qualche semplice trucco. Dopo la letteratura è arrivato il cinema: Kubrik con il bug omicida di Hal 9000 e in tempi più recenti Ex Machina, un viaggio verso la morte dell’etica. 

La robotica immancabilmente, è arrivata a toccare anche la sfera della sessualità. Una pelle sempre più simile a quella umana, apparati genitali sempre più sofisticati e, nel caso interessasse, anche il dono della parola: la bambola gonfiabile si evolve per diventare un sex-bot . Diventa così possibile acquistare una donna surrogata, personalizzarla a seconda delle proprie esigenze: colore dei capelli, occhi, misura del seno e delle curve. È pure possibile richiedere degli specifici atteggiamenti, da quelli più accomodanti fino a dei veri e propri rifiuti, grazie ai quali il proprietario può cimentarsi in uno stupro a tutti gli effetti. Qualcuno sostiene che queste bambole possano rappresentare la valvola di sfogo per delle pulsioni che, per quanto odiose, sono oggettivamente presenti nella società. Si procede tuttavia a un’ulteriore trasformazione in oggetto del corpo della donna, sempre più proteso alla soddisfazione del bisogno del maschio. 

I robot avranno mai dei diritti? Se sì, quali? È un problema che si porrà se e quando i robot saranno in grado di provare sensazioni simili a quelli degli uomini, come il dolore. La loro sofferenza sarebbe riconosciuta degna di tutela, come oggi accade per esempio con gli animali? Basterebbe la riproduzione, tramite algoritmi e sistemi informatici, di sentimenti e percezioni che riteniamo tipici della nostra specie a renderci empatici verso le macchine? E i nostri diritti, come quello al lavoro? Siamo agli albori di un dibattito pubblico, presente anche in Italia, su quale sia la risposta alla sempre più grave perdita di posti di occupazione a causa dei robot. In Inghilterra entro il 2050 si prevede un taglio di 10 milioni di addetti nel settore industriale, un terzo del totale. La risposta a questa crisi, sempre più inevitabile, del capitale umano poco specializzato è quasi un’utopia: tassare le macchine per compensare l’estromissione dal posto di lavoro. Una sorta di richiesta di perdono da parte dei robot dopo che questi oggetti, creati per affrancarci dalla fatica, hanno svolto fin troppo bene la loro missione. Se invece l’opzione “le macchine lavorano per noi” non andasse in porto, sarebbe necessario chiedersi se ci sono abbastanza posti di lavoro non sostituibili da un robot per tutti. Probabilmente no. Non tutti coloro che non hanno studiato potranno permettersi nuove specializzazioni e in ogni caso l’intelligenza artificiale sarà sempre più raffinata, in grado quindi di rimpiazzarci in un numero sempre crescente di attività. 

In questo mare di domande c’è una sola certezza, la rivoluzione della robotica è alle porte e se ne parla ancora troppo poco. Anche Elon Musk, uno che sicuramente della tecnologia non ha paura, ha detto di essere preoccupato per le conseguenze potenziali di uno sviluppo senza controllo dell’intelligenza artificiale. Per capire in che direzione stiamo andando, chi lavora in questo settore ha solo una cosa da fare: mettere da parte il computer, microchip e ingranaggi, sedersi attorno a un tavolo e condividere con altri il potenziale ma soprattutto anche i rischi insiti, come sempre, nelle grandi invenzioni.  

Se pensate che questo dibattito frutto di un volo pindarico, vi invito a scrivere su internet “Atlas Boston Dynamics” e a guardare il primo video che vi viene proposto dal motore di ricerca: il futuro è già qui.