L’attore Gianmaria Martini da Romanzo Criminale a Diaz..

Gianmaria Martini è un giovane attore triestino. Diplomatosi all’Accademia Teatrale “Città di Trieste” della Contrada e poi all’Accademia del Teatro Stabile di Genova ha avuto numerose esperienze televisive e teatrali. In questo momento è presente sul grande schermo con “Diaz” di Daniele Vicari e “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana.

Gianmaria, sei il protagonista di due film di grande richiamo ” come “Diaz” e “Romanzo di una strage”. Come ti sei approcciato a questi lavori, per certi versi simili dal punto di vista dell’impegno civile?

Sono state due esperienze molto diverse. Romanzo di una strage è stato il mio primo film. Marco Tullio Giordana da subito mi ha fatto leggere tantissimi articoli, in particolare di Pasolini, documenti e atti processuali. A dire il vero io ne sapevo poco, come purtroppo la maggior parte della gente, il mio è stato quindi un “trip artistico” anteriore. È stata la sensazione di partecipare a qualcosa di grande e importante, di civile. Giordana punta soprattutto sulla qualità e la ricerca. È un grande professionista. Per Diaz invece l’esperienza è stata totalmente diversa. Abbiamo girato in Romania, dove sono stati ricostruiti i set di Genova. La Fandango infatti, dopo aver messo di tasca sua la maggior parte del budget perché nessuno ha voluto finanziare il progetto, ha recuperato il resto grazie ad un produttore romeno che ha messo a disposizione degli studios a Bucarest. Abbiamo girato quasi sempre di notte, molte volte in esterni. La sensazione è stata quella di partecipare ad un vero e proprio movimento di liberazione. Si lavorava con centinaia di comparse e c’era la percezione di essere lì per un motivo importante. Vicari non mi ha fatto leggere centinaia di pagine di documenti ma mi ha fatto guardare video amatoriali e non sul G8 per prepararmi all’effetto visivo che avrebbe ricreato. Lui è un utopista che ha avuto uno slancio folle. Ha scritto e deciso di fare un film folle senza sapere se sarebbe stato possibile. Alla fine lo ha fatto, ci ha creduto e lo ammiro molto per questo.

Le persone sono sempre più interessate a questo tipo di “racconto”. È un problema di disinformazione o è il periodo di crisi di potere che scatena l’interessamento? Come ti spieghi questi due grandi successi al botteghino?

La gente si è stufata di essere presa in giro e di essere passiva. La colpa in fondo non è solo dei media che non informano. È anche colpa nostra se non ci informiamo e se lasciamo che le cose che accadono in questo paese ci scivolino addosso. Mi auguro che qualcosa stia cambiando. Questi film sono stati visti da tanti giovani e questo è un fattore positivo, anche perché sono stati molto pubblicizzati. Il vero problema però è che fare cinema di questo tipo dovrebbe essere normale, non dovrebbe essere un’eccezione. Le case di produzione dovrebbero puntare su questo; Cattleya e Fandango l’hanno fatto e hanno avuto successo. Se investi e fai film di qualità, il cinema funziona e questi ne sono due esempi.

Parliamo un po’ di te adesso. Dopo esserti diplomato all’Accademia “Città di Trieste”, ti sei trasferito a Genova. In seguito la tua carriera è decollata soprattutto fuori dalla regione. Cambiare città è stata una scelta che hai sentito “obbligata”?

A dir la verità è stata una scelta voluta. Fino a 19 anni il mio lavoro era il pilota professionista. A causa di un incidente non ho più potuto farlo ad alti livelli e così mi sono buttato sulla recitazione. All’Accademia della Contrada devo molto perché è stata la prima volta che ho calcato il palcoscenico. All’inizio mi sentivo molto a disagio, credevo di non avere talento, pensavo che il mio unico successo nella vita fosse stato quello di correre. Alla fine dei 2 anni di Accademia ero ancora pieno di dubbi, incertezze e paranoie. Avevo promesso a me stesso di provare solo un provino per un’altra Accademia: se non fosse andato bene avrei lasciato perdere la recitazione. Ho scelto Genova ed è andata alla grande. Non ci credevo, ero assolutamente sicuro di non esserne capace ma la direttrice Anna Laura Messeri ha creduto in me e mi ha fatto perdere tutte le mie insicurezze. Da lì sono sbocciato, mi hanno dato soprattutto la tecnica che mi ha permesso di fondere le mie emozioni e la mia forte presenza scenica per formulare una comunicazione efficace. A human growth hormone injectable hgh saizen Genova ho avuto la possibilità di crescere e poi sono genoano e quindi è stato anche un divertimento poter seguire la mia squadra ogni volta che volevo. Comunque poi tutto è venuto con naturalità, i lavori e le offerte si sono susseguite fino ad oggi.

Recentemente sei tornato a Trieste per lavorare alla Contrada interpretando Tiberio Mitri. Ti piacerebbe poter lavorare di più sul nostro territorio?

Per partecipare a quello spettacolo ho rifiutato anche altre offerte importanti. Vorrei molto poter lavorare di nuovo con Francesco Macedonio su un altro testo della stessa consistenza e intensità. In realtà però non mi interessa molto dove lavoro. Facendo questo mestiere si perdono per natura i legami con la propria città. La definizione di “casa” ormai per me si adatta a qualunque posto in cui vado e sto per un po’ di tempo, l’unico concetto di casa per me sono i miei genitori che stanno ancora a Trieste. Come attore invece sei sempre “disperso”. L’unica cosa che mi manca di Trieste dal punto di vista lavorativo è una Compagnia teatrale che avevo fondato con altri compagni di Accademia, la Compagnia Teatrobandus. Andando a Genova li ho dovuti lasciare ma continuo a seguirli. È stata una bella esperienza perché abbiamo creato un nuovo modo di fare commedia dell’arte e spettacoli per ragazzi. Con loro sarei felice di ritornare a lavorare a Trieste.

Credi che la regione offra poche possibilità per i giovani talenti artistici? Si potrebbe fare di più?In realtà la poca “disponibilità” verso i giovani talenti artistici è una cosa che accomuna la maggior parte delle provincie italiane. È la situazione dell’arte e dello spettacolo in generale ad essere gravissima. Il taglio dei budget e la mancanza di fondi è uno scandalo. La cultura in questo paese è tenuta in poco conto. In fondo Trieste si ritrova con 2 Teatri Stabili che, nonostante i problemi economici, sono attivi e sono seguiti. La situazione è migliore che in altre parti d’Italia.

Cinema e televisione. Ma non solo. Sei molto attivo anche in teatro. Dopo il “Romeo e Giulietta” di Valerio Binasco ora il regista ti ha voluto anche per “La tempesta”. Come ti approcci al lavoro teatrale e ai grandi classici?

La maggior parte delle mie esperienze teatrali sono state su autori contemporanei. L’approccio con i classici però cambia perché quando reciti è come se reincarnassi dei valori più alti, valevoli per l’intera umanità. La tua ricerca deve essere più profonda in modo da accedere a sensazioni più estese. Non è un problema di linguaggio. Anche se reciti in versi alla fine quello che dici deve essere comunicato e recepito in maniera moderna. Binasco è bravissimo in questo, riesce a sfruttare Shakespeare per comunicare naturalmente messaggi attualissimi. Io comunque punto sempre sul naturalismo: non mi piacciono i “tromboni”, penso che siano sorpassati e fuori moda e che riescano a comunicare poco al pubblico.

Ora sei a Padova impegnato nelle riprese de “Il cerchio rotto”, primo lungometraggio di Sarah Revoltella. Raccontaci questa nuova avventura e il tuo personaggio.

È un film su un gruppo di sbandati che finiscono per uccidere una ragazza. Ho accettato di fare il film, nonostante il budget preventivato inizialmente si sia ridotto drasticamente, perché credo molto nel progetto e in Sarah. Lei è un’artista a tutto tondo, fa video arte e installazioni e questa sua sconfinata fantasia l’ha portata anche al cinema. Il suo modo di inquadrare e il suo stile non sono affatto classici e credo possa avere successo grazie al suo talento. Io faccio uno di questi ragazzi “cattivi” ed è davvero dura perché ogni volta che mi immergo in un personaggio mi sento “sballottato”, non so più bene chi sono veramente. Tiro fuori cose che sono nascoste dentro di me, che ci sono, ma che di solito non fanno parte della vita quotidiana.

Grazie Gianmaria per la tua disponibilità. Un’ultima battuta sui tuoi prossimi progetti.

Fra un mese circa ci sarà l’avventura de La tempesta, vedremo come andrà. Per quel che riguarda il lavoro vivo il presente. Non mi fascio la testa prima del tempo. Non voglio vivere con l’ansia o la preoccupazione perché in questo lavoro le cose cambiano repentinamente, non hai delle basi solide finché non sfondi veramente perciò, come si suol dire, me la prendo “easy”. Quel che sarà, sarà.

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