Lasciami entrare. Le nuove fotografie di Alessandro Valeri

Un percorso visivo dove fotografia e pittura dialogano con una grande installazione di matite spezzate e un antico banco di scuola sospeso, il
tutto immerso in un’opera di sound-design: lasciami entrare è concepito dall’artista Alessandro Valeri a Zippori (Sepphoris in greco antico), piccola città in Galilea dove un gruppo di suore gestisce, con operatori cristiani, ebrei e musulmani, un orfanotrofio che accoglie bambini senza alcuna distinzione di etnia o religione. La mostra di Valeri a La Pelanda del museo MACRO di Roma, racconta le storie e le esistenze dei bambini di Zippori nel loro mondo, fatto di sogni e speranze.

Per la sua serie Sepphoris, Alessandro Valeri ha fotografato dettagli dell’interno di un edificio disadorno, li ha quindi ingranditi ed estrapolati dal contesto, rappresentato come se fossero oggetti monumentali. A prima vista le sue immagini in bianco e nero potrebbero apparire anonime e casuali, finché l’osservatore non realizza che esse concorrono, tutte insieme, come pezzi di un puzzle, a creare un quadro più ampio e più profondo. L’estetica, inizialmente documentaria di ogni singola immagine è ulteriormente sfidata dall’aggiunta di gesti pittorici in rosso, nero e bianco. Questi radi interventi accentuano il vuoto di molte delle scene che Valeri cattura.

Nel 2011, Valeri ha fotografato l’orfanotrofio di Zippori (Sepphoris in greco antico), vicino a Nazareth, in Israele, gestito da suore cattoliche. La sua serie Sepphoris si concentra su dettagli dell’edificio che non sono immediatamente riconoscibili – un interruttore, disegni appesi nel dormitorio, un rubinetto, un lucchetto su un armadio, un Mickey Mouse di peluche, la porta del rifugio anti- gas, un’ombra sul muro. L’immagine finale della serie Sepphoris, che ritrae un gruppo di ragazzini in fila per una partita di pallone, è l’unica fotografia che coglie una presenza fisica, umana. Valeri congela le sue composizioni formali, stampa le fotografie in grande formato su tela, e poi vi aggiunge pochi, veloci colpi di pennello. Queste opere sono essenzialmente gli appunti visivi di Valeri, modi di registrare i suoi sentimenti e le sue emozioni in un luogo difficile da descrivere. A Zippori, cinque operose suore dell’Ordine delle Figlie di Sant’Anna, insieme a 25 insegnanti ed assistenti, si prendono cura di circa 70 bambini, senza alcuna distinzione di etnia o religione e, senza fare opera di evangelizzazione. Fuori ci può essere il conflitto, ma dentro esiste una collaborazione, attentamente gestita, tra persone di fede islamica, cristiana ed ebrea. Zippori è un melting pot. Il sito possiede un patrimonio culturale e architettonico ricco e variegato, con influenze ellenistiche, giudaiche, romane, bizantine, islamiche, crociate, arabe e ottomane. Secondo la tarda tradizione cristiana, Sepphoris è il luogo di nascita di Maria, madre di Gesù, e il villaggio dove vivevano Sant’Anna e San Gioacchino.

Le fotografie dell’orfanotrofio di Zippori sono accompagnate da un video che mostra immagini del rifugio anti-gas pieno di giocattoli, alternate a sequenze in cui si vedono i piedi dell’artista che cammina attorno al perimetro della struttura e un bambino che disegna un giardino felice con fiumi e arcobaleni. Il messaggio è chiaro. L’orfanotrofio, provocando emozioni forti, è una fonte di grande ispirazione, e Valeri ha trovato la luce in un luogo di tale strazio e sconvolgimento storico.

Inoltre, in qualche modo come risposta provocatoria al mercato dell’arte, Valeri ha creato una versione tutta sua di una rete di vendita diretta a scopo di beneficenza. Con un atto notarile redatto a Nazareth, ha donato tutte le opere di Sepphoris alle suore di Zippori e poi ha creato un sistema di pagamento per cui, ogni volta che un collezionista compra una delle opere in mostra, il pagamento va direttamente all’orfanotrofio. È una soluzione pragmatica e realistica, priva di motivazioni politiche. Da un lato, Valeri opera all’interno del sistema dell’arte, nel quale è normale che un artista a una fiera d’arte venda le proprie opere come in un mercato. Dall’altro, utilizza la struttura esistente del mondo dell’arte per creare un vero impatto sociale. Porta l’arte al di là della sua funzione di rappresentazione, reinterpretandola e ridefinendola attraverso le sue implicazioni e il suo significato sociale. “Oltre lo spazio della mostra, la mia è un’azione basata sulla collaborazione”, spiega Valeri. “Il vero potenziale sta nella sua semplicità. Il reale valore dell’opera sta in quello che il denaro, pagato per essa, può fare per aiutare l’orfanotrofio, per riparare il motore dello scuolabus, per comprare un certo numero di letti o computer per i ragazzi, per realizzare migliorie. Non è anarchico, ma l’opposto, ispirato dalle esigenze specifiche del luogo. Non posso fare il medico, ma posso usare l’arte per dare aiuto”.

Le fotografie stesse diventano uno strumento di cambiamento, eleganti e allo stesso tempo profondamente commoventi. Con i loro significato nascosto e i loro sottile simbolismo, sono un meccanismo attraverso il quale un artista può veramente avere un impatto sul mondo che lo circonda.
Così come l’arte può modificare sia lo spazio espositivo che la struttura sociale
in modi non convenzionali, così l’opera di Valeri è caratterizzata dai metodi inusuali che utilizza per installare le sue mostre. Nel 2014, per la sua personale Stai con me, alla MedioArea Gallery di Terni, ha costruito un labirinto dentro uno spazio di tipo industriale. I visitatori dovevano sbirciare attraverso feritoie le opere, appese al soffitto con diverse angolature. Per la mostra Sepphoris al Molino Stucky, nella Biennale di Venezia del 2015, come evento collaterale, ha utilizzato dei free-climber per appendere 15 grandi tele, non incorniciate, nel cavedio dell’edificio, alto 35 metri. Valeri ha usato le sue immagini dell’orfanotrofio per creare una “torre narrativa”, come un totem. Viste dai ballatoi in una sequenza di prospettive sempre diverse, la mostra era dinamica anche da un punto di vista filosofico. In quanto tale, era perfettamente coerente con l’etica promossa dal curatore della Biennale, Okwui Enwezor, che propone un’arte che modifichi direttamente la realtà, e che possa trasformare

le ingenti spese di produzione dell’arte contemporanea in un valore sociale e umanitario che va oltre il profitto economico. Ora al MACRO (Museo d’Arte Contemporanea di Roma), nella mostra lasciami entrare, le grandi fotografie su tela di Valeri tracciano un percorso diverso. Non tutte le 44 immagini dell’orfanotrofio sono facilmente visibili. Alcune sono impilate, altre appese in un corridoio oscurato. In un modo metafisico, gioca con il volume dello spazio espositivo e altera il senso della distanza attraverso una scenografia a strati, 100 disegni a carboncino, e prospettive aperte e chiuse. Alla fine della mostra, l’osservatore entra in uno spazio come in un carosello, in cui tutte le opere sono finalmente visibili. Lì vicino, a sé stante, c’è una vecchia macchina per lo zucchero filato, con un performer circense che offre dolcezza ai visitatori. Accanto alle fotografie, la mostra di Alessandro Valeri a La Pelanda contiene anche un’installazione con un’antico banco di scuola di legno, che pende in obliquo dal soffitto. Sotto, sul pavimento, una pila di 40.000 matite rotte a metà. Teatrale e toccante, sembra il gigantesco nido di una mostruosa colonia di formiche. Secondo l’artista, questa parte rappresenta le ambiguità dell’iconografia e dell’educazione, e la differenza tra il mondo protetto, dentro la scuola, e i pericoli che stanno fuori dalla classe.

lasciami entrare parla sia delle gioie che dei sogni spezzati dei bambini”, dice l’artista. “Semplicemente, metto in scena un pensiero”.