L’Aia non conosce la parola “genocidio”

La notizia è fresca di ieri mattina, quando i giudici si sono espressi dopo quasi ventanni di controversie e di procedimenti per chiarire cosa accadde durante il conflitto. Il governo croato aveva inizialmente accusato il governo serbo di essersi macchiato di genocidio a Vukovar. Dall’altro lato Belgrado aveva richiamato l’attenzione sui quasi duecentomila serbi espulsi dai territori croati. Entrambi i governi si erano detti, prima che la corte si pronunciasse, favorevoli ad accettare qualsiasi verdetto. Ed infatti, a qualche mese dall’ufficiale entrata in Europa della Croazia, la soluzione più giusta per entrambi è arrivata.
Ma allora, se non è stato genocidio, cos’era? Nel dossier di centoquarantasei pagine presentato e pubblicato dalla BBC subito dopo, si leggono i nomi di Vukovar, Bogdanovci, Lovas, Dalj, Joševica, Voćin, Hrvatska Dubica, Dubrovnik. Si legge di città distrutte, di trasferimenti forzati nei campi di Ovčara e Velopromet, di stupri di massa, di tentativi di infliggere danni permanenti alle popolazioni, degli obblighi di indossare segni di riconoscimento etnico; si legge di limitazioni nel movimento in determinate aree, dell’uccisione di civili e moltissimo altro. Si legge di cose che succedono durante le guerre.

Si è scelta, sempre in base alla scarsità di informazioni prodotte, la strada più semplice? Forse si. Condannare per genocidio la Serbia e la Croazia significava forse riaprire antiche questioni.

Le ferite tra i due popoli sono ancora ben visibili. Il giudice Tomka ha dichiarato che nessuno dei due schieramenti ha prodotto “sufficiente materiale” per provare il genocidio. Vediamo allora cosa vuol dire, secondo la Convenzione di New York del 1948, la parola genocidio: “il compimento di uno dei vari atti criminosi da essa specificati (l’uccisione di membri di un gruppo, l’adozione di misure miranti ad impedire nascite all’interno del gruppo, etc.); il compimento di tali atti contro un gruppo ‘nazionale, etnico, razziale o religioso’” ed infine, “la presenza di un dolo specifico, e cioè ‘l’intenzione di distruggere in tutto o in parte’ un gruppo appartenente ad una di queste quattro categorie protette”.

Quindi? Tutto questo non si è verificato? Si è scelta, sempre in base alla scarsità di informazioni prodotte, la strada più semplice? Forse si. Condannare per genocidio la Serbia e la Croazia significava forse riaprire antiche questioni. Lasciare in pace i Balcani, dopo che hanno rappresentato il focolaio d’Europa per moltissimo tempo, sembra esser prioritario per chi decide.
La Corte de L’Aia si è espressa così. Non c’è stato il tentativo di eliminare l’avversario? Non c’è stato tutto questo? La sentenza afferma l’insufficienza di prove. Quelle stesse prove che numerose famiglie sostengono, nella loro memoria, di possedere. Forse è stato il tentativo di pacificare gli animi, affermando l’assenza del genocidio. In parole povere, nessuno dei due è responsabile per gli atti compiuti.

L’Europa è luogo di potere. E quasi sempre decide per gli altri.