La variabile turca: l’instabilità della Mezza Luna

Il presidente turco Erdogan, sotto pressione tra Occidente e Oriente, persegue i suoi obiettivi con determinazione ottomana ma seminando perplessità soprattutto tra gli alleati storici

Ogni giorno dall’aeroporto Marco Polo di Venezia decollano tre aerei diretti ad Istanbul. Le domande dei passeggeri sono sempre le stesse: “Cosa incontrerò?”, “Cosa porterò a casa?”, perché la Turchia è una terra in continuo cambiamento, che gira su se stessa più veloce della Terra, alle volte in armonia con essa e altre creando discrepanze e paradossi.

Lo stato della Mezza Luna, terra di mezzo tra Asia ed Europa, adotta sempre più una politica indecisa nei confronti delle gravi problematiche che entrambi i continenti stanno vivendo. Ankara subisce pressioni da diversi punti, esterni ed interni, e l’occupazione della Siria da parte dello Stato Islamico ha puntato i riflettori sulle perplessità riguardanti il capo di stato turco Recep Tayyp Erdogan.

La comunità internazionale e soprattutto la coalizione anti IS capitanata dall’America, si aspettava di più. Lo stato islamico dell’Iran e della grande Siria nel settembre 2014 entrò a Kobane (Ayn al‘Arab in arabo, cittadina ad 8 km dal confine turco) che fu liberata nel gennaio 2015 solamente grazie alla tenacia e alla resistenza del braccio armato del Comitato Supremo Curdo diviso in Unità di Protezione Popolare (YPG/YPJ) e Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). L’assedio di Kobane verrà ricordato come la vittoria dell’esercito del Kurdistan siriano, dei peshmerga (il corpo militare curdo dei cosiddetti “combattenti fino alla morte”) e anche dei tanti volontari giunti da tutto il mondo. Nell’ottobre 2014, dopo un mese di occupazione jihaidista a Kobane, a Diyarbaki (nel sud est della Turchia) sono iniziate le proteste da parte di migliaia di curdi. Questi chiedevano un intervento dell’esercito turco in Siria, o perlomeno di lasciar transitare i guerriglieri peshmerga fino ad essa. Erdogan, sotto le pressioni soprattutto da parte dell’Onu e dell’America, aveva dichiarato di voler partecipare alla liberazione alla cittadina curda a patto che venisse imposta una no-fly zone in Siria e la rimozione forzata di Bashar al-Assad.

È servito un ulteriore mese e mezzo prima di una decisione chiara e attuabile, che si è conclusa con la vittoria dei curdi sull’IS, da parte dello stato della Mezza Luna. Le richieste di non armare i curdi del PKK – poiché ritenuta ancora un’associazione terroristica da Usa, Turchia ed Iran – e di non permettere agli stessi per raggiungere le zone di guerra nel Kurdistan siriano sono state respinte. Queste necessarie azioni nel bollettino di guerra finale non sembrano bastare: nessuno si è dimenticato infatti del processo lungo e tortuoso per arrivare a questi interventi. La presa di posizione turca si è fatta attendere; ad aiutare il premier nella scelta pare sia stato il personaggio più controverso della storia contemporanea turca: Ocalan, misteriosa personalità politica, fondatore del PKK e detenuto, infatti, dal 1999 nell’isola di Ismir.

Se la Turchia avesse lasciato che Kobane fosse presa, gli accordi, tutt’oggi in fase di trattativa, tra curdi e turchi sarebbero saltati per diretto ordine dello stesso leader curdo. Accordi molto cari ad Erdogan che nella scorsa campagna elettorale aveva dichiarato che sarebbe stato in grado di “bere veleno” pur di arrivare alla pace con il popolo di Ocalan. Tutto questo gli ha fatto guadagnare credibilità in campo internazionale e ha quindi reso più dinamici gli accordi economici con i paesi occidentali. Dopo un trentennio di repressione costato 40.000 vite, i diritti rivendicati dai curdi sono molto sentiti: libertà di espressione, l’utilizzo della lingua madre nelle istituzioni turche e una politica nazionale più incisiva nelle scelte prese da Ankara. Il dodicesimo presidente turco continua a dimostrare interesse per risolvere la cosiddetta “questione curda” ma con i dovuti dubbi in merito a questo slancio liberale. Durante gli undici anni di governo dell’AKP (Partito per la Giustizia e Sviluppo), Erdogan ha garantito una forte crescita all’economia turca. Il problema è che, come molti paesi industriali, le risorse naturali non bastano per il fabbisogno generale. Per ovviare a questo grande problema egli ha trovato un bacino petrolifero situato a Erbil, capitale del Kurdistan iracheno. Ed è grazie a questa scoperta che lo scorso 2 marzo Baghdad, la Turchia e il Kurdistan iracheno hanno raggiunto un accordo per iniziare a cercare il petrolio tra le montagne della regione del Qandil. La comunità internazionale spera che l’accordo dei 10 punti – ideato da Ocalan e promosso dal “Partito Democratico del Popolo” (HDP) – si trasformi in una riforma costituzionale che ridia dignità e forza ad entrambi i popoli e che porti, dopo tante sofferenze, alla convivenza e non alla condivisione forzata della stesso territorio, ma i nuovi attriti con la vicina Libia non lasciano sperare in questo processo di riconciliazione.

Tira aria di tempesta nel Mediterraneo. I duplici accordi con la Turchia sulle rotte marittime e commerciali che coinvolgono Egitto e Arabia Saudita sono scaduti il 20 aprile e non verranno rinnovati. Ad adottare questa politica d’embargo nei suoi confronti sono stati questi stessi Paesi in quanto sostenitori del governo ufficiale libico di Tobruk, regolarmente eletto nel giugno 2014. Il passo falso è stato aver sostenuto il Congresso Generale Nazionale di Tripoli, capitanato da Omar al-Hasi e acerrimo nemico dell’Assemblea Regionale di Tobruk. L’economia turca è fortemente minacciata da queste decisioni. Il presidente della camera di commercio di Mersin, Serafettin Asut, ha manifestato le sue preoccupazioni ricordando che se la Turchia non riuscirà a convincere l’Egitto, l’unico modo per far transitare i mercantili sarà attraverso il Canale di Suez, comportando alti costi per le casse dello stato.

Per difendersi da questa complicata situazione, Erdogan ha deciso di utilizzare la più antica e potente delle manovre difensive che la cultura occidentale ha appreso in millenni di guerre e trattati diplomatici: la contrattazione economica con i paesi interessati a un controllo più o meno diretto sul suo territorio. La Russia in primis si è dimostrata molto disponibile nei confronti delle necessità turche e il presidente Putin ha saputo sfruttare a proprio vantaggio la necessità che la Turchia ha di materie prime ed energia. Si sta infatti contrattando affinché il gasdotto che dalla Russia deve arrivare in Europa passi non più per l’Ucraina ma proprio per la Turchia in cambio di sostanziali sconti sull’utilizzo del metano da parte della penisola anatolica. In questo modo non solo Putin si assicura l’appoggio turco che può sempre essere utile nel campo della trattativa Nato; ma si impone anche come presidente di uno stato che, per quanto sia comunque geograficamente relegato ai confini del mondo occidentale, sa trovare strade alternative per non essere dipendente dai paesi confinanti qualora (come sta succedendo adesso) ci siano attriti con essi. Il sultano e lo zar, insomma, (così infatti vengono definiti i due capi di stato dai media e dai loro oppositori) si sono incontrati spesso per concordare queste prerogative turche in ambito ambientale e energetico con una pubblicità tale da presentarli entrambi come dei salvatori dei rispettivi popoli.

Il secondo gigante a cui Erdogan si è rivolto per chiedere aiuti e riconoscimenti è un paese che, se possibile, soffre di una problematica nelle relazioni politiche peggiore persino della Russia: la Cina. Ankara ha preso accordi direttamente con Pechino per un reciproco riconoscimento di valori, identità e obiettivi. La Turchia si impegna a riconoscere le posizioni cinesi in fatto di politica estera come legittime e responsabili (cosa tutt’altro che scontata per il dragone orientale) in cambio però della disponibilità cinese a uno scambio commerciale e di manodopera particolarmente vantaggioso per la Turchia in relazione alla scarsità di risorse primarie.

Il presidente della Mezza Luna sfrutta la posizione geografica tra oriente ed occidente per i suoi affari a ritmo di valzer, tra un passo indietro ed uno in avanti. Le sue relazioni con il Medio Oriente integralista ed esponenti di regimi totalitari, potrebbero dargli un ruolo sempre più marginale nelle decisioni rilevanti che emergeranno dai prossimi incontri internazionali.

Le sue mosse sono giustificate dal fondato timore di non poter sostenere la rivoluzione industriale che lui stesso ha iniziato o è solo una corsa all’oro (nero)? Mentre proviamo a darci delle risposte, la Turchia cambia ancora, si ritrasforma. Personalmente, ogni volta che vado in Turchia, mi pongo le due precedenti domande “cosa troverò” e “cosa porterò a casa” perché ogni volta, è come visitare un luogo nuovo, tra la bellezza millenaria di Istanbul e la corsa inarrestabile degli imprenditori turchi.