La triste storia del referendum

Nato come lo strumento di massima espressione democratica, il referendum è oggi uno dei concetti più abusati dai politici italiani, assieme a “democrazia”, “libertà” e “diritto alla riservatezza” (privacy se preferite). Come quelli appena elencati è un concetto che, a forza di essere usato per scopi non propriamente attinenti, ha finito per perdere la connotazione originaria. Pensato come medium di democrazia diretta, tramite il quale era possibile ottenere un’opinione non politicamente alterata da parte dei cittadini, è finito per avere una deriva essenzialmente plebiscitaria con i partiti che lo usano per dare ancora più forza a soluzioni in realtà già scritte.

Ne è un esempio lampante l’ultimo referendum al quale sono stati chiamati gli italiani nel 2011 che presentava quattro quesiti, tutti di natura abrogativa. Questi riguardavano la possibilità di affidare la gestione delle reti idriche ai privati, il nucleare e la legge sul legittimo impedimento. L’esito della consultazione fu netto e molto significativo in quanto tutti e quattro i temi proposti dall’allora governo Berlusconi furono abrogati dal voto popolare con una quota d’adesione che si aggirava in tutti i casi intorno al 95% dei voti espressi. Una sorta di plebiscito contro il governo che di lì a poco si dimetterà per fare largo alla stagione montiana del rigore. In quell’occasione la destra non provò davvero a spiegare ai cittadini i motivi per i quali proponeva queste innovazioni nel nostro sistema; queste infatti furono respinte grazie ad una forte mobilitazione da parte della sinistra. Ad ogni modo quella del 2011 è stata senz’altro un’occasione persa per la rete idrica italiana che ha così evitato l’entrata in campo degli investimenti privati (anche negandogli la possibilità di remunerare il capitale investito, rendendo impensabile l’investimento stesso) a fronte di una struttura che nel complesso perde il 30% del liquido che trasporta (con punte del 50% in alcune regioni del sud). Milioni spesi male quindi per far abrogare delle leggi che in parte erano state respinte dal governo (quella sul nucleare) o dalla Corte Costituzionale (quella sul legittimo impedimento).

L’esperienza del 2011 non sembra aver insegnato molto, anzi, con l’arrivo dei movimenti populisti l’abuso dello strumento del referendum è addirittura aumentato.

L’esperienza del 2011 non sembra aver insegnato molto, anzi, con l’arrivo dei movimenti populisti l’abuso dello strumento del referendum è addirittura aumentato. Il primo a riportare in auge l’uso improprio della democrazia diretta è stato senza dubbio Grillo con il suo referendum sull’uscita dall’Euro e successivamente dall’Europa. Questa idea a parere di chi scrive soffre sostanzialmente di due vizi. Il primo riguarda il rapporto con la materia macro-economica, la quale risulta essere un terreno molto complesso e quindi non adatto ad essere spiegato a suon di “vaffa”. Se d’altro canto la mancanza di statisti e la sovrabbondanza di politici da quattro soldi nel Bel Paese costringe la popolazione ad arrangiarsi tirando a campare, non sembra una buona idea rimettere decisioni così strategiche e complesse ad un bacino di elettori tendenzialmente così poco informato e competente in materia. È anche vero che il cittadino non dovrebbe nemmeno ricevere delle proposte di questo genere, visto che la programmazione del suo futuro dovrebbe spettare al politico, almeno in teoria. Stremato da anni di crisi e depressione economica, rischia di farsi abbindolare dalla descrizione di facili exit-strategy per sfuggire al giogo dell’austerity e della predominanza tedesca dalle quali deriverebbe il nostro mancato successo sui mercati. Il secondo vizio è più sottile ma si gioca ancora su un terreno piuttosto tecnico, quello della giurisprudenza. Il referendum sull’uscita dall’euro semplicemente non si può fare. Il nostro ordinamento infatti non permette di indire quesiti sull’abolizione dei trattati internazionali (e l’adesione alla Comunità Europea rientra tra questi). Il Movimento 5 Stelle, conscio di questo limite, ha corretto il tiro proponendo un referendum consultivo, che tuttavia non ha alcuna efficacia di tipo vincolante né per il governo né per nessun’altra istituzione.

Anche la Lega Nord, da quando al suo vertice ha Matteo Salvini si è decisa a proporre referendum su ogni materia possibile ed immaginabile. Dai campi rom, all’immigrazione fino all’abrogazione delle leggi di altri governi. Il problema qua sta nel fatto che lo strumento prescelto è stato più volte bloccato preventivamente dalla Corte Costituzionale per innammissibilità del quesito (come per l’abolizione della legge Fornero), a dimostrazione della poca consapevolezza con la quale viene proposto. Ma ci sta, questa è la politica. E sempre di politica si tratta per tutti quei referendum che passano il controllo di legittimità ma che il Governo può tentare di disinnescare tramite una modifica parziale dei principi ispiratori della norma in oggetto (questo solo a seguito di una recente sentenza della Corte di Cassazione).

Questa scappatoia per quanto riguarda i referendum e la non obbligatorietà di valutazione dei disegni di legge d’iniziativa popolare è però una stortura del nostro sistema che limita la partecipazione dei cittadini. Se infatti viene raggiunto l’obiettivo di 500.000 firme significa che da parte della popolazione vi è un effettivo interesse nei confronti dell’argomento ed è un non senso che il Parlamento possa permettersi di ignorarlo. Sarebbe auspicabile obbligare le Camere, o almeno le Commissioni Parlamentari competenti, a discutere di queste leggi e referendum, decidendo così a ragion veduta, ed in maniera trasparente di fronte ai cittadini, se ignorarli o portarli avanti.

Chiude il cerchio delle incomprensioni referendarie il Governo Renzi. Questo, per mettere a tacere il vociare della minoranza PD e le flebili proteste di una destra sempre più marginale, ha deciso di dimostrare a tutti che il popolo è dalla sua parte indicendo un referendum sulla riforma costituzionale che cancellerà il Senato come lo conosciamo oggi. Come il presidente del Consiglio ben sa, la gran parte dei cittadini, tra i quali molti non sono affezionati al PD, avrebbe scelto una forma di abolizione ancora più forte di quella che si è configurata ma potrà comunque contare su di un esito plebiscitario. Dimostrerà così la sua forza alla fronda interna, ponendosi ancora una volta come quello che porta le riforma fino alla fine, motivo per il quale tra l’altro i suoi consensi personali continuano a salire mentre quelli del PD continuano a scendere. A conti fatti, purché le cose vengano portate a termine, siamo disposti a votare tutti i referendum che si renderanno necessari, e pure quelli che non lo saranno.