La “Seconda giovinezza” di Michele De Fina

Imprenditore a 56 anni: la nuova elegante attività dell’ex gioielliere veneziano

La qualità ed il brand come prime cose, oltre al recupero dell’artigianalità. Sono concetti semplici, che vengono trasmessi prendendo in mano una borsa o sfiorando il materiale di una cintura di Michele De Fina. Questo signore alto, dall’aspetto ieratico ma che in realtà nasconde un animo cordiale e disponibile, ha una storia davvero interessante alle spalle, che sfocia in quella che possiamo definire una “seconda giovinezza”: la sua azienda prende proprio il suo nome, Michele De Fina – Venezia, e si occupa della produzione di borse ed accessori femminili e maschili. A due passi dalla Basilica di San Marco a Venezia c’è il suo punto vendita di Calle della Canonica: un angolo nel quale coloro che amano le cose belle e gli oggetti eleganti e di qualità possono trovare una risposta nei prodotti di Michele.

Innanzitutto, due parole su di te…

Io sono veneziano, nasco in Piazza San Marco come gioielliere: quasi da subito ho avuto un ruolo importante, per cui la mia carriera lavorativa inizia nel 1979. Quando ho cominciato io, erano tempi migliori dal punto di vista commerciale, perchè il turismo non era ancora quello che è il turismo odierno.

Dalle tue parole traspare un pò di nostalgie per i tempi passati: il motivo è la crisi economica, specialmente a livello italiano o parli proprio della tua città natale?

L’involuzione di Venezia è partita da una data precisa: 11 settembre 2001. Già si cominciavano, comunque, a vedere alcune realtà cinesi che impoverivano le attività commerciali a Venezia, con la standardizzazione merceologica da loro imposta: il loro sistema di prezzo, offrendo un prodotto buono con un prezzo modico, ha un po’ scombinato il mercato. Ecco perchè uno dei motivi per cui mi sono messo a studiare un’iniziativa imprenditoriale è stato il cercare di cambiare questa tendenza, provando con il mio esempio a stimolare anche altre persone, con voglia di mettersi in gioco.

Idee nuove per contrastare le difficoltà del presente, quindi?
In tutto il paese, gli imprenditori hanno preferito la finanza al prodotto, lasciando campo libero alle nuove idee: è necessario riprendere un po’ quello che ci appartiene, ovvero le tradizioni e la manifattura, cercando di sostenere il nostro prodotto non per una questione di campanilismo, ma per creare posti di lavoro e tramandare le nostre eccellenze. Pensate che molti si sono rimessi a fare mestieri che erano andati in disuso, come gli agricoltori o gli allevatori di capre.

Non è però semplice, visto che i giovani oggi scelgono strade differenti.
Negli anni Settanta, un giovane andava prima a fare il garzone di bottega e imparava un mestiere, praticamente senza essere pagato. Si trattava di un periodo di apprendistato, un po’ come quella che oggi è considerata l’esperienza dello stage: con la differenza, però, che oggi gli apprendisti bisogna pagarli. Ecco perchè questo tipo di periodi, oggi, sono considerati parte del passato e, di conseguenza, la manifattura ci ha perso. Eppure ci sono paesi come la Russia o gli Emirati Arabi, dove questo tipo di prodotto incontra il gusto del cliente: pensate che esistono aziende che lavorano esclusivamente per questi paesi, sarà per la loro attitudine ad avere più merletti, più ricami.

Parlaci invece di come è partita la tua iniziativa imprenditoriale.
Segnatevi questa data: 12 giugno 2014. È questo il giorno in cui è nata la mia nuova avventura: dopo trentacinque anni dall’inizio della mia carriera nelle gioiellerie. Il primo motivo era dovuto al fatto che non c’era più stabilità lavorativa e, dal punto di vista personale, anche le soddisfazioni stavano venendo meno. Poi, la scelta è maturata nel tempo: tre anni prima, nel 2011, avevo fatto un disegno di una borsa; a me è sempre piaciuto disegnare, anche nell’ambito dei gioielli. Quando è sorta la crisi, ecco la scintilla, pur con tutti i timori del caso: mettersi in gioco a 56 anni non è di certo facile e, in più, il progetto è nato mentre ero ancora impiegato in gioielleria. Nei momenti liberi dal lavoro dovevo controllare la produzione, scegliere i tessuti ed i materiali, allestire il negozio e trovare chi poteva sviluppare i modelli che io stesso avevo disegnato, oltre a chi potesse produrre le borse e le cinture.

Quanto conta il brand nel concept dei tuoi prodotti?
L’idea particolare è quella di essere riconoscibili per una cifra stilistica che si ripete in tutti gli oggetti di pelletteria e gli accessori; per me, il concetto di logo appartiene al passato. Bisogna proporre qualcosa che sia riconoscibile non attraverso i soliti canali della moda: credo che la gente si stia stufando di andare in giro “griffata” e sia alla ricerca di qualcosa di esclusivo. Intendiamoci, non penso di essere un innovatore, ma semplicemente una persona che persegue la propria idea, convinta che ci sia una nicchia di mercato che ricerca questo tipo di prodotti.

Se Gucci sta a Milano si può dire che…De Fina sta a Venezia?
Guardando avanti? Ho iniziato quest’attività a 56 anni e mi sono dato 20 anni di evoluzione, sperando di farcela. Mi aspetto di fare qualcosa che possa rimanere nel tempo, per mia figlia ed i miei nipoti, ma uno dei motivi per cui mi sono messo a fare questa cosa è anche il fatto che a Venezia non esiste alcun brand, fatta eccezione per Roberta Di Camerino. Diciamo che cerco di approfittare del vuoto di mercato che altri hanno lasciato e penso di essere il primo ad aver sfruttato questo fatto.

A parlarti, non sembri una persona che ha lavorato nel campo delle gioiellerie e, attualmente, si sta affermando come imprenditore.

Ho sempre vissuto con un profilo basso, nonostante i miei impieghi, perchè solo così si può rimanere a contatto con la realtà. Io ho sempre lavorato, so cosa vuol dire guadagnarsi lo stipendio. Mi spiace solo non aver goduto delle soddisfazioni attuali nel passato, ma mi considero comunque fortunato, perchè almeno sono riuscito a far partire l’idea, cosa che magari altra gente non è riuscita a fare.

Che cosa c’è nel futuro di “De Fina – Venezia”?
Parto dal concetto di orizzonti nuovi, dicendo che Venezia aveva perso l’artigianalità e la manifattura: io spero di porre buone basi per confermare il mio brand, aprendo magari qualche nuovo punto vendita che seguirò personalmente e magari riuscire, nel tempo, ad aprire un laboratorio per invitare i giovani ad imparare il mestiere. Raggruppare chi avrà voglia di imparare per supportare il nostro artigianato: questo potrebbe aiutare la nuova evoluzione del commercio in Italia. Quelli che verranno ad imparare avranno a loro volta l’occasione di fare qualcosa per conto loro, entrando nel mondo dell’imprenditoria ed alimentando nuovamente il mercato dei prodotti d’eccellenza in tutta Europa.