La pittura è sensazione e il disegno ne è il diario

Drawing Foundation, nell’ambito della mostra curata da Raffaele Gavarro a Venezia, presenta il Francis Bacon Catalogue Raisonné, a cura di Edward Lucie Smith, alla presenza del presidente della fondazione, Umberto Guerini.

È l’epilogo di una lunga vicenda iniziata nel 2009 nell’ambito della 53ª Biennale di Venezia. Di fatto si trattava di un evento slegato e straordinario, un unicum: era la mostra di disegni di Francis Bacon intitolata “La Punta dell’Iceberg” e ospitata a Cà Zenobio degli Armeni a Venezia, già sede del Padiglione della Repubblica Araba Siriana. La mostra presentava un corpus di circa 20 disegni su carta di varie dimensioni, con firma autografa di Francis Bacon che delineavano una galleria di personaggi umanamente mostruosi tipici dell’iconografia del celebre pittore irlandese scomparso nel 1992.
Qualcuno pensava che fosse un azzardo, altri invece pensavano che fosse una provocazione, quando in realtà fu un’operazione finalizzata a rivendicare l’esistenza e la verità dei disegni italiani di Francis Bacon.

Il materiale era stato al centro di una noiosa vicenda giudiziaria ed era stata messa in discussione la sua autenticità, anche secondo la leggenda metropolitana (durata più a lungo di quanto non si dovrebbe) secondo cui Bacon non faceva disegni, non faceva schizzi, ma andava di getto sulla tela con grandi pennelli impregnati di colori e lasciava che gli eventi, l’istinto e la possibilità di guidare la sua mano rendessero la sua pittura del tutto imprevedibile e affascinante – una leggenda che Bacon stesso ha contribuito a creare e diffondere. Tutti sanno che le cose nel campo dell’arte contemporanea sono inevitabilmente legate all’umanità, sempre più irregolare, degli artisti e di coloro che vivono accanto a loro, proprio come è sempre stato. E Bacon lo sapeva.
Come gli esperti sanno, Francis Bacon non ha prodotto un piccolo numero di disegni, dato l’enorme volume di materiale che è emerso, a poco a poco, dopo la sua morte. La questione è stata definitivamente resa ufficiale dalla presenza di una grande quantità di disegni della collezione Tate di Londra, così come nella collezione Hugh Lane Gallery di Dublino. Un’altra cosa che è stata ampiamente riconosciuta è che tra tutti i disegni che sono emersi, i disegni italiani sono senza dubbio la parte più completa, la più vicina alla sua arte, la più vicina ai suoi quadri.

Ancora per pochi giorni, la mostra in Vicolo della Fenice a Venezia presenta sette opere su carta di Francis Bacon. Si tratta di sei colorati e un disegno monocromatico della collezione italiana. Di tutta questa vicenda oggi rimane certamente il catalogo delle opere italiane, ma, soprattutto, la gioia di guardare questi disegni e sentire l’emozione che proviamo di fronte uno dei dipinti di Bacon, anche se in realtà è grazie alla diversa sensazione e ad una più intima, privata, dimensione che solo un disegno su carta è in grado di suscitare , qualcosa che è quasi scivolato dalle mani: perché un disegno non è un dipinto. Sulla carta, una superficie che non può sopportare l’irruenza del modo in cui una tela può sotto un pennello, la violenza si trattiene, come quella sul corpo di un amante, quando ci si ferma prima del piacere, può trasformarsi in dolore. I segni quasi scolpiscono la carta, corrono rapidamente in quella circolarità che è uno dei tratti distintivi del modo di Bacon, delle immagini che compongono.

A proposito dei ritratti di Bacon, riporto questa interessante riflessione di John Russle del 1971: “Looking at them, we realize that although european painitng includes a great many portraits of individuale in rooms, they are never about what it feels like to be alone in a room: the painter always makes two […] The garbage of the psiche has been put out at the back door; all buttons are done up […] What painitng had never shown bifore is the disintegration of the social being, wich takes place when one is alone in a room which has no looking glass. We may feel at suche times that the accepted hierarchy of our features is collapsing, and that we are by turns all teeth, all ear, all nose.”