La moda, un mondo tra fashion e postmodernità

Con la fine delle grandi ideologie i media si sono presentati al mondo come i nuovi detentori della verità, pronti a rivelarla all’utente-consumatore in cambio di ottimi diritti pubblicitari. Con l’avvento di internet e della rivoluzione tecnologica, il mondo della notizia ha subito un’ulteriore espansione grazie ai siti web i quali a loro modo possono proporre ognuno le proprie notizie quotidiane, affrancando sé stessi ed i loro utenti dai media tradizionali.È proprio questo moltiplicarsi delle fonti che ha portato il marketing moderno a subire la sua più maestosa rivoluzione dall’alba dei tempi. Nel momento in cui si tenta di vendere qualcosa ad un cliente ci si trova di fronte ad un individuo che non è più solo mosso da bisogni di natura fisiologica o di sussistenza, ma piuttosto da una costante ricerca di significato, con una consapevolezza e completezza informative che erano impossibili in passato. Questo ha introdotto la possibilità di capovolgere uno dei paradigmi del meccanismo domanda-offerta in favore del venditore. Invece che inseguire la domanda è lui stesso a crearla, inducendo in un secondo momento il proprio cliente all’acquisto di qualcosa di cui prima non sentiva la necessità.

Non poteva non rientrare tra le categorie più colpite da questo nuovo paradigma commerciale una delle più alte rappresentazioni fisiche del bisogno umano di autogratificazione ed appartenenza sociale: la moda. Se per tutta la storia dell’umanità il vestiario ha assunto una connotazione “tribale”, dando quindi un’indicazione dell’appartenenza di un individuo ad un certo gruppo, oggi la questione è decisamente esplosa. Dopo le lotte degli anni ’80 i giovani di tutto il mondo hanno subito una frammentazione in migliaia di subculture, tutte caratterizzate da uno specifico modo di vestirsi, comportarsi e da peculiari credenze rispetto alla vita. Tutte queste realtà poi, grazie all’avvento dei media digitali, hanno avuto la possibilità di crescere e farsi conoscere, riuscendo a varcare i confini di Stati e continenti.

La moda assume a questo punto alcune importantissime funzioni all’interno di questo nuovo mondo postmoderno. La prima è assolvere al bisogno di autogratificazione che porta, come risultato finale, alla creazione di un’identità basata su di una serie di idee, atteggiamenti e modi di vestire. Si crea così uno status in cui il corpo è qualcosa da rivestire, in un processo di perenne costruzione di sé stessi e della propria personalità. Lo stesso contesto in cui le persone si muovono finisce, sempre per mezzo dell’incessante susseguirsi delle mode, per essere sempre liquido, rendendo impossibile per chi lo vive un adeguamento che possa essere al passo con le novità quotidianamente introdotte. Vi è quindi una sorta di ansia costitutiva della postmodernità dovuta alla mancanza di una determinazione esterna e l’urgenza di reperirne una in un contesto caratterizzato dal perenne divenire.

In un mondo in cui i mass media non sono più i rappresentanti della verità assoluta, che come già detto, può essere ricostruita dall’individuo secondo i propri interessi e le proprie attitudini, ci si trova a ricostruire la propria storia, la quale può essere anche raccontata agli altri grazie ai social. L’affrancamento porta ad un’iniziale spaesamento di fronte alla molteplicità delle fonti della notizia, ma finisce per avere una portata rivoluzionaria nei confronti degli individui che ne sono investiti. Minoranze di ogni tipo si vedono concesso un diritto di parola pressoché illimitato, possono così presentarsi al mondo con le proprie individualità e prendere un posto all’interno dello spazio pubblico che prima poteva essergli negato grazie alla segregazione sociale. Questa possibilità di presentare sé stessi al mondo è ben evidenziata dall’opportunità che ci viene data dalla moda del vestiario, di mostrarci con un look sempre diverso, dando un’immagine sempre nuova di noi stessi al mondo, sfidando provenienza, ceto e livello sociale.

Se il postmodernismo professava quindi la de-strutturazione di alcune credenze
e fondamenta della società, per passare poi ad una costruzione caratterizzata dal pluralismo dei punti di vista. Così la moda è riuscita ad affrancarsi da alcuni paradigmi e a tornare a sperimentare, mischiando generi ed epoche differenti, a volte anche sapendo fare della sana autoironia con le proprie creazioni. De-strutturare, in particolare, ha voluto dire abbandonare i preconcetti dovuti dall’autodeterminazione, legati all’inevitabile influenza di ciò che ci sta intorno, alla determinazione dall’esterno. In questo modo si è avuta una vera e propria globalizzazione della moda e degli stili, in un crogiolo che ha finalmente racchiuso al suo interno l’umanità tutta. Il relativismo ha portato poi ad una totale diffidenza verso il passato, nel tentativo di non dare niente per scontato e tentare la costituzione di dei nuovi valori estetici per la nostra società.

In questo contesto, nel quale il pluralismo è il padrone incontrastato di tutto, si rischia tuttavia di andare incontro ad un sottile controsenso. Se da un lato il trionfo del relativismo segna un “via libera” per tutte quelle tendenze ed opinioni che per lungo tempo si erano dovute nascondere dal resto della società, è anche ragionevole ritenere che l’uomo non sia adatto a vivere in una costante incertezza per quanto riguarda le fondamenta del suo essere. Così ad un certo punto si rivela necessario fermarsi su alcune piccole ma solide realtà, come una camicia blu per andare al lavoro o la pila di libri mai letti sugli scaffali che fanno dell’ottimo arredamento. La moda può così continuare a cercare nuove forme, lasciando però le persone al sicuro dagli stravolgimenti continui e strutturali della realtà che li circonda.