La moda è comunicazione

L’abbigliamento è comunicazione. Il capo che indossiamo, e ancor di più, gli accessori, permettono di identificare non solo il nostro ruolo nella società, ma l’appartenenza sociale, culturale, politica e religiosa.Negli anni Ottanta: i paninari, metallari, dark, rockabilly comunicavano con il loro abbigliamento l’appartenenza non solo a un gruppo ma ad uno stile di vita, un modo per essere etichettati e uscire dai luoghi comuni per differenziarsi da una società stereotipata. In quel modo si indossava una divisa, standardizzare la propria appartenenza al gruppo e a quella cultura: musicale, modaiola, intellettuale. Oggi, come da sempre, il concetto di divisa è peculiarità di organizzazioni complesse, prima fra tutti i militari, ma anche i medici, le forze dell’ordine, i club sportivi. Con un solo sguardo si identifica l’appartenenza di chi la indossa, le sue competenze e per uno sguardo più attento, anche il ruolo che quella persona ricopre nell’organizzazione stessa. In molti stati nel mondo, l’uniforme è peculiarità di tutti i settori pubblici: la società elettrica, il servizio postale o ferroviario, la scuola pubblica o privata. In occidente molto più spesso, per motivi legati a posizioni politiche, economiche o sociali, non sempre la divisa viene utilizzata. A fare la differenza è quindi l’accessorio, il tesserino portato al taschino, quel determinato cappellino o, semplicemente, la borsa che si impugna, stanno ad identificare l’appartenenza, l’ambiente lavorativo o scolastico. Ilaria Cappelluti, splendida voce di RADIO 101 ci spiega: «La moda interpreta una serie di appartenenze ma non ne crea. Un’appartenenza può essere data da una maglia? Mi vengono in mente per ovvia associazione d’idee le squadre sportive, piuttosto che certe tendenze passeggere. La moda non può creare nuove uniformi. Molto più profondamente penso che non ve ne siano da inventare e qualora ce ne fossero, oggi come sempre, non sarebbe la moda a inventarne, ma la società a richiederne. La domanda è: esistono ancora ambienti che richiedono un’appartenenza estetica? La ben più drammatica domanda è, in una società così individualista c’è ancora spazio per l’appartenenza? Il manager porta raramente il suo abito migliore, l’attrice troppo spesso un abito di seconda mano e mentre nei teatri si entra con le scarpe da tennis, i divi si fanno foto in pigiama che fanno il giro del mondo». Eppure se in determinati ambienti l’uniforme o divisa, chiamatela come vi pare, è indispensabile e obbligatoria, in altri è non necessaria o addirittura bandita. Eppure ognuno di noi indossa la propria uniforme che, immancabilmente, posta in relazione con altri simili, identifica l’appartenenza. L’uniforme non deve essere necessariamente identificata dall’abbigliamento, ma dal taglio dei capelli o della barba, dalla spilla che si porta all’occhiello della giacca, dal tablet che si usa. Provocatoriamente direi anche dal tipo di giornale che si acquista e si porta sotto il braccio o si intravede dalla propria borsa. Con l’abbigliamento pertanto si comunica eccome: efficienza, efficacia, conformismo o anticonformismo. Il nostro corpo diventa una tela da valorizzare per indirizzare, il messaggio e raggiungere l’obiettivo. Un manager senza il suo abito diventa quindi meno credibile? Probabilmente no ma ci metterebbe molto più tempo per dimostrarlo. In alcuni ambienti, poi, non indossare l’abbigliamento giusto è come profanare la sacralità dell’ambiente stesso. Penso alla prima della Scala di Milano senza indossare lo smoking o partecipare al ballo delle debuttanti in polo. Viceversa presentarsi ad una bella serata informale in doppio petto. Per concludere è interessante leggere quanto ha da dire sull’argomento Giampietro Vecchiato, Professore a contratto presso l’Università di Padova per i Corsi di Laurea in “Strategie di comunicazione” e Senior partner della P.R. Consulting: «“Mi date l’impressione di chi sta ai bordi della piscina e, mentre io sto annegando, si preoccupa di che colore ho il costume da bagno”. Così si esprimeva negli anni Sessanta un top manager della multinazionale 3M riferendosi ai suoi responsabili dell’immagine e della comunicazione. Sicuramente chi si occupa di comunicazione deve occuparsi anche di uniforme. Perché l’abito fa il monaco e quindi tutto, ma proprio tutto, trasferisce all’esterno elementi della nostra identità, del nostro essere. Proprio uno degli elementi visivi che caratterizzano una persona e/o un’organizzazione è proprio l’abbigliamento/uniforme».