La globalizzazione e l’identit

Alcuni anni fa sparuti contestatori innalzarono il baluardo del “no-global”, derisi e avversati dal mondo produttivo alla disperata ricerca di nuovi mercati cui proporre merci per garantirsi la crescita, la ricchezza o la sopravvivenza. Oggi senza lanciarsi in avventurose valutazioni, con onestà bisognerebbe riconoscere il valore di almeno alcuni degli allarmi richiamati da quei ribelli visionari.

Innanzitutto, come dice il disinvolto finanziere George Soros (tutto meno che un contestatore quindi), la globalizzazione è “assimetrica” perchè i mercati sono diventati globali ma le Istituzioni per niente, tanto che si fatica a trovare accordi comuni per salvare il mondo dalle minacce ambientali, finanziarie, etiche, religiose, razziali, ecc. In sintesi mancano le regole globali e una  leadership credibile per farle rispettare.

Proprio il mercato della finanza speculativa, esploso con le enormi possibilità offerte dalla rete, sta segnando un dominio schiacciante sulla storia dei popoli e dei continenti, fino a minare l’unità della vecchia Europa, ad esempio, e tutto per accrescere bottini personali di alcuni spregiudicati investitori concentrati sul valore della propria ricchezza. Così loro, da un monitor e senza sudare, incidono sulla vita o la morte di milioni di persone, mentre noi al mattino attendiamo la valutazione dello “spread” per determinare la qualità della giornata che ci attende..

Torniamo quindi a noi cittadini e ai valori che sappiamo effettivamente riconoscere con la ragione e con l’anima: a stento sappiamo l’inglese e facciamo fatica a rinunciare alla pasta quando varchiamo confini, per poi tifare con crescente animosità per la squadra cittadina, considerando nemica acerrima quella di cento km più in là! Siamo internazionali quando compriamo automobili prodotte in Germania o in Giappone perchè le reputiamo migliori o più economiche, ma il bisogno di un’identità locale e chiusa, quasi rassicurante nei suoi dialetti si manifesta proextender video in molte circostanze di vita: mogli e buoi dei paesi tuoi.. Però cent’anni fa e senza internet un triestino era normalmente mezzo austriaco o sloveno con genitori centroeuropei e si sposava con pari normalità ad una donna che poteva parlare tre lingue perchè veniva da qualche parte dell’Europa.

Arriviamo all’industria e ai suoi valori percepiti dal mercato. La Pizza è internazionalizzata ma italiana, anche se gli americani se ne sono appropriati attraverso reti estese in stile Pizza Hut; il vino era francese e ora anche italiano anche se tutto il mondo cerca di competere per rosicchiare mercato. Ma proprio il mercato, cioè noi, abbiamo bisogno di certezze identitarie: quando l’Alfa Romeo, per risparmiare attraverso le aggregazioni globali (chiamate ottimizzazioni), inserì un motore australiano nel cofano di un auto rossa, ricevette un schiaffo senza pari dai suoi fan, indignati dall’identità smarrita. Per un alfista era come mangiare mozzarella blu, ostriche col ketch up o spaghetti col cucchiaio!

Trieste è la città del Porto, della Bora, della Assicurazioni, del traffico del caffè, della scienza e di poche altre meraviglie,  ma questo non è solo motivo d’orgoglio per cittadini che hanno trascorso una vita professionale, quanto un valore identitario per aziende cresciute ed espanse su un mercato sempre più confuso nella percezione, dove Balotelli (calciatore) è italiano come Hackett (baskettaro) mentre Dario Franchitti è un pilota scozzese e Sandro Cortese  tedesco.. Paolo Nutini, invece, canta come un nero ma è inglese. Andiamo avanti? Il rapper più famoso è un “bianco”, mentre il golfista più famoso è un “nero”.

Montepaschi è Siena e Siena è Montepaschi, eppure la meravigliosa città ha poche decine di migliaia di abitanti e la sua Banca è inequivocabilmente internazionale.

Invece a Trieste Generali è “soltanto” un’azienda europea mentre il LLoyd Adriatico è tedesco, ma  per la gioia di chi?

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