La furia dello stato islamico minaccia la Mesopotamia

Ha tutte le caratteristiche per essere un delitto, certamente non perfetto, quello documentato dal video propagandistico che lo Stato Islamico (IS) ha diffuso lo scorso 26 febbraio. Ci sono gli assassini, pudicamente avvolti nei loro abiti. Alcuni indossano tuniche bianche, altri nere, altri ancora abiti di un grigio plumbeo o dalle tonalità più cupe. I colori tristi del lutto (anche il bianco per alcune culture simboleggia la morte) o semplicemente tristi, inquietanti come la forza che muove i loro gesti distruttivi. Appaiono sprezzanti di macchiarsi di un crimine ignobile, d’insozzarsi le mani con le schegge dei corpi martoriati dalla loro barbara ira. C’è anche l’arma del delitto, anzi le armi  – martelli dalla fattura grezza, di quelli usati per demolire i muri di una vecchia casa, e persino trapani, per assicurarsi di lacerarne meglio le viscere – ostentate con vanagloria, così che tutti possano vederle. Ci sono, infine, le vittime che drammaticamente periscono sotto gli occhi dell’umanità, il cui stesso genio ha dato loro la vita e ha avuto cura della loro esistenza per quasi tre millenni.

L’orrore descritto non è un vero omicidio o, per lo meno, non quello perpetrato ai danni di un uomo. Ma a guardare le immagini degli esponenti di IS che, indisturbati, polverizzano opere d’arte millenaria, si contorce lo stomaco e il petto brucia di una rabbia viscerale. Eppure in quella frazione di minuti, i complici sembrano consapevoli del misfatto e il loro intento è chiaro. Massacrare gli infedeli, gli apostati, i corrotti amici degli occidentali non era sufficiente: bisogna eradicare la civiltà e la cultura umana per governare. Fare tabula rasa, gettare l’uomo nell’ignoranza più buia, renderlo malvagio a loro immagine e somiglianza. Perché come diceva Socrate “Esiste un solo bene, la conoscenza, e un solo male, l’ignoranza”.

E sarà allora che, se non lotteremo per la nostra storia, piomberemo nella completa ignoranza delle nostre origini e nulla più potrà distinguerci dalle bestie

Il luogo del crimine è il Museo di Mosul, tragicamente adagiato nella provincia di Ninive, antica capitale assira. Ma ancor più tragico è il destino del patrimonio finora custodito all’interno delle sue mura. Decine di statue assire e accadiche vengono fatte a pezzi, maltrattate, umiliate. Colpevoli solo di appartenere a quella terra che è la culla dell’umanità – la Mesopotamia – e a civiltà considerate immorali perché politeiste. Davanti agli occhi dello spettatore periscono e vengono decapitate, scandite solo dalla lettura dei versi coranici sull’idolatria, statue di divinità protettrici e, fino a oggi, protette dall’uomo.
Poi, le malefatte dei jihadisti si scagliano contro la Porta di Nergal, dove colpiscono con disprezzo il Dio alato del fuoco e del sole, che si erge imponente a protezione del regno sotterraneo. Nemmeno i libri antichi si sono sottratti alla furia del Califfato. Tanto che accanto ai cadaveri delle statue giace solo il ricordo delle migliaia di testi dati alle fiamme nei giorni precedenti. Il luogo e le motivazioni sono le stesse: biblioteca di Mosul, immoralità.

Ma non cadiamo in errore. Tutto ciò non è affar religioso ma tracotanza umana che ambisce al potere, follia. È un attentato all’esistenza dell’uomo e al suo significato nella storia: un crimine contro l’umanità. Ed è evidente che lo Stato Islamico non si fermerà qui e i nostri occhi resteranno ancora pietrificati dall’orrore di perdere il nostro passato, impregnato di memoria e civiltà.
Un’idea penosa eppure del tutto probabile. E sarà allora che, se non lotteremo per la nostra storia, piomberemo nella completa ignoranza delle nostre origini e nulla più potrà distinguerci dalle bestie. Chi testimonierà il genio delle civiltà millenarie? Chi le paure che l’uomo affidava alle preghiere delle divinità? Chi la scrittura cuneiforme? Chi il regno di Assurbanipal e il valore militare? Nulla esisterebbe più per raccontarci di popoli scomparsi prima che Cristo venisse al mondo.