La cinquantaseiesima Biennale di Venezia – La Marea Crescente

La Biennale di Venezia è sempre stata un luogo dove gli opposti si incontrano. Fino agli ultimi giorni di novembre, per la 56esima edizione intitolata “All The World’s Futures” da Okwui Enwezor, il suo primo direttore di colore, l’arte contemporanea invade la città bizantina. Questa è una Biennale di dissensi e di gente che dissente, una Biennale contro il fondamentalismo, la censura e soprattutto il colonialismo. Segue gli argomenti della migrazione culturale e della “diaspora nera”.

Paradossalmente, data la sua natura di evento nel quale i vari paesi presentano i loro più grandi talenti in padiglioni separati, è una Biennale contraria alla diffusione del nazionalismo. La lettura specifica della responsabilità sociale dell’arte da parte di Enwezor (che ha studiato scienze politiche alla New Jersey City University), fornisce una valida piattaforma per nuovi ed emergenti artisti periferici, che vogliono farsi largo tra quelli della vecchia guardia. Non devono per forza essere arrabbiati o apertamente ambiziosi, e dato l’attuale clima geopolitico, questa Biennale sembra arrivare giusto in tempo.
È ora di dare alcuni numeri. Oltre all’esibizione centrale curata da Enwezor che conta 136 artisti da 53 paesi, ci sono 87 padiglioni nazionali, 44 mostre ufficiali aggiunte e dozzine di altre mostre in palazzi e musei in tutta Venezia. Per la prima volta, sono presenti padiglioni nazionali dalle isole Grenada e Maurizio, Mongolia, Mozambico e Seychelles, oltre a un ritorno dopo decenni di assenza dell’Ecuador, delle Filippine e del Guatemala. La “Global Myopia” di oggi, come espressa da Marco Maggi nel padiglione uruguaiano (che all’inizio sembra una stanza vuota finché non ci si accorge che tutti i muri sono ricoperti da una miriade di piccoli collage geometrici di bianco su bianco), non è stata estesa al Kenya e alla Costa Rica. All’ultimo minuto, i paesi sono stati squalificati e i loro padiglioni cancellati tra le accuse di corruzione. Con la FIFA che stava implodendo in Svizzera, e con l’EXPO 2015 a Milano, solo trecento chilometri a ovest, la 56esima Biennale di Venezia offre un panorama alternativo del futuro e del passato. Molto del presente è opportunamente nascosto sotto il tappeto. 

La 56esima Biennale di Venezia parte da un’esposizione centrale sia nel palazzo principale nei Giardini, sia nelle Corderie, lo spazio lungo un chilometro della fabbrica di corde abbandonata dell’Arsenale. È curata dal newyorchese originario della Nigeria Okwui Enwezor, che è anche direttore del Haus der Kunst di Monaco di Baviera. Al centro di questa Biennale ci sono una serie di performance, dibattiti e letture giornaliere de “Il Capitale” di Karl Marx, documentato dal film dell’artista britannico Isaac Julien. Sottolinea il lavoro di alcuni rilevanti artisti di colore o provenienti dall’Africa – John Akomfrah, Charles Gaines, Glenn Ligon, Steve McQueen, Chris Ofili, Lorna Simpson, Kara Walker e Wangechi Mutu (che presenterà un’odissea epica animata che parla di una donna africana che porta il peso del mondo sulle sue spalle, fino a venire assorbita da un vulcano). Questo dà una chiara e risanante idea di quella che Enwezor chiama «la bigotteria autoreferenziale» del mondo dell’arte.

Sparsi nella 56esima Biennale di Venezia, molti artisti sono stati ispirati dalle azioni degli antichi regimi, vedendoli sia come falsi simboli dei “giorni gloriosi”, sia come rappresentanti di brutti periodi di abietta oppressione. Nel padiglione belga troviamo un impianto computerizzato di James Beckett, un artista dello Zimbawe che ora vive ad Amsterdam. Una macchina costruisce e poi demolisce modellini di architettura Modernista. Un braccio robotico sposta dei blocchi numerati da un ripiano ordinato a una piattaforma, in sequenze che seguono varie configurazioni. Questo “modello prefabbricato” sulla costituzione di un’identità nazionale del Congo e di altre ex colonie africane è in totale conflitto
con i gesti e l’astuto romanzo di Never say Goodbye, uno spettacolo di Wu Tien-chang del padiglione del Taiwan nel Palazzo delle Prigioni. L’artista dà uno sguardo all’epoca in cui il suo Paese era una colonia giapponese, e un punto di sosta per i soldati americani durante la Guerra Fredda.

La mostra di Wu Tien-chang, fatta di video digitali e di spettacolari tavoli luminosi, è il luogo dei desideri proibiti, con immagini di ciò che lui chiama “Il salone della gioventù contraffatta” (Salon of Counterfeit Youth). Si tratta di ricordi emotivi che sfociano nella nostalgia, accompagnati da canzoni d’amore della sua infanzia, cantate nel dialetto taiwanese, che parlano di marinai che lasciano la loro casa per sempre. Con il cambio di scenario, attrezzi fatti a mano e maschere di lattice, entra in campo come personaggio principale un giovane attore, vestito a seconda delle situazioni da marinaio, o da dandy, o da piangente dama della notte. Le lacrime sono di glicerina, i fiori di plastica, e il paesaggio è dipinto a mano. L’effetto complessivo è ipnotizzante. L’attore fa il gioco dei mimi.
È un artista che si trasforma rapidamente, facendo da “souvenir” vivente.

«Il Taiwan non aveva un’identità nazionale» dice Wu Tien-chang. “Volevo esprimere lo stato di falsità spirituale. Dà forma a un modo di fare le cose che è quasi scadente, da fast food, volgare, sensazionalista, una specie di esperienza estetica di cattivo gusto. Nella cultura popolare, c’è un forte carattere ‘surrogato’ o ‘contraffatto’.”

«La magia è qualcosa che la gente sa essere falso, ma che, secondo quanto percepito dai loro occhi, non può essere negata psicologicamente. Senza attrezzi scenici, non c’è magia. Le acrobazie sono l’esatto opposto. Sono autentiche, ma la stranezza di ciò che si vede e di ciò che la mente sente rende difficile credere che sia vero. Quello che voglio fare è sovvertire sia il vero che il falso, creando qualcosa che non può essere inscritto in queste categorie».

Visto attraverso gli occhi di Almagul Menlibayeva e Rashad Alabarov, due artisti dell’Azerbaigian, L’unione di fuoco e acqua (The Union of Fire and Water) presenta un’altra sovrapposizione storica e culturale di Venezia. Si trova nel Palazzo Barbaro sul Canal Grande, l’ex residenza di Giosafat Barbara, un ambasciatore veneziano che scrisse molto sulle città dell’Azerbaigian e sulla corte di Shah Uzun Hassan nel tardo 1400.

Menlibayeva presta particolare attenzione al ruolo della donna nelle culture pre-sovietiche e pre-islamiche. Si ispira ad un imponente edificio costruito in stile gotico veneziano a Baku nel 1912, realizzato da uno dei primi magnati del petrolio, Murutza Mukhtarov, come casa per la sua amata moglie. Più avanti si è suicidato. Attualmente ospita il principale ufficio dell’anagrafe dei matrimoni di Baku, ed è paradossalmente noto come “Palazzo della Felicità”.

La videoinstallazione di Menlibayeva sostituisce i panorami pittoreschi
delle finestre di Palazzo Barbaro. Lo spettatore “guarda fuori” e vede gru, paesaggi di miniere abbandonate, città che bruciano e, ancora più strano, trivelle che operano in mari agitati. È completamente disorientante e porta a un senso nausea simile al mal di mare. Nel frattempo Rashad Alabarov costruisce labirinti con una serie di oggetti tra cui coltelli, specchi e metallo saldato. Visti da un punto preciso, gli oggetti assemblati rivelano improvvisamente una figura geometrica precisa, che crea un’ombra di parole sulle mura del palazzo.

A Palazzo Fortuny, la sublime mostra Proportio si basa sulla collezione della fondazione Axel & May Vervoordt di Anversa. Opere di Michael Borremans, Elsworth Kelly, Bill Viola, Anish Kapoor, Berlinde de Bruyckere e persino Sandro Botticelli, si concentrano sulla ricerca di proporzioni universali nell’arte e nell’architettura. Rappresentata nella mostra Proportio da un video di 30 minuti della sua faccia ricoperta di foglia d’oro, l’artista serba Marina Abramovic ha fatto una conferenza all’ultimo piano di Palazzo Fortuny. Ha parlato di come abbia imparato a dipingere il giorno del suo dodicesimo compleanno con materiali dati a lei da suo padre, un generale dell’esercito. Abramovic capì subito l’importanza del pro- cedimento. «Mio padre ricoprì il mio primo dipinto a colori con la gasolina, poi vi lanciò contro un fiammifero acceso e lo bruciò. ‘Questo è il tuo primo tramonto’, mi disse. E quella fu la mia prima lezione di pittura».

I dipinti nella mostra centrale della 56esima Biennale di Venezia, oltre che rari, sono di qualità straordinariamente alta.

Le minacciose tele in colore di smeraldo e rubino di Chris Ofili, i ritmati dipinti dell’australiano Daniel Boyd, e quattro oscure, surreali tele rappresentanti figure isolate di Lorna Simpsons emergono di più. Le questioni di morale non sono mai state così evidenti come nel lavoro di Marlene Dumas, considerata da Okwui Enwezor una delle protagoniste principali della sua Biennale. In una sala a parte, si trova Skulls (2013-2015), una serie di 36 piccoli dipinti a olio su tela, dove ognuno dei “ritratti” di teschio rispecchia le sfumature della personalità di Dumas, passando dall’allegro al macabro, dall’arrabbiato all’indeciso, dal fumettistico al gotico.

Soprendentemente, Enwezor ha concluso l’esposizione alle Corderie con otto grandi autoritratti di nudo del 2014 dell’espressionista tedesco George Baselitz. Alcune delle capovolte fattezze dell’artista sono state ispirate dal Papa. «Con occhi scavati e arti rossi e pulsanti, l’artista settantasettenne dimostra di voler ancora combattere contro un mondo capovolto e ingiusto», ha commentato Jackie Wullschlager del Financial Times. L’unica cosa più volgare dei dipinti
di Baselitz alla Biennale di quest’anno sono le sculture di Sarah Lucas nel padiglione inglese. Come “ragazza cattiva” dell’arte inglese, Lucas ha dipinto i muri del suo padiglione nazionale color crème inglese. La sua scultura oscena e esplicita chiamata Gold Cup Maradona, color giallo zolfo e che rappresenta un’informe figura maschile con uno scroto oscillante, è sfacciata e animalesca.

In altri luoghi di Venezia, i dipinti sono più facili da trovare. A Ca Pesaro, Paradise del defunto Cy Twombly cerca di enfatizzare il “lato selvaggio” dell’artista, con molti lavori esposti per la prima volta. «Ho sentito le ali del vento della follia», ha scarabocchiato su un quadro senza titolo del 1992. Nello stesso museo, una mostra del realista magico italiano Cagnaccio di San Pietro (1897-1946) dà il dovuto riconoscimento a questo pittore modesto ma appassionato. Altre mostre monografiche comprendono la maestria nascosta di Martial Raysse a Palazzo Grassi, le tele materiali, a mattoni e minimali di Sean Scully a Palazzo Falier e una retrospettiva dei dipinti astratti di Charles Pollock (il fratello maggiore di Jackson) della collezione Peggy Guggenheim. A Palazzo Tito, le narrative interrotte dipinte dallo scozzese Peter Doig rivelano

il suo ricorrente uso del triplice motivo “cielo-barca-mare”. Come il suo amico Chris Olfili, Doig ora vive a Trinidad. Si è parlato molto del fatto che durante la stessa settimana nella quale la mostra personale di Doig è stata inaugurata a Venezia, “Swamped”, il suo dipinto del 1990 di una canoa, è stato venduto all’asta a New York per 26 milioni di dollari, il che significa che come valutazione dei quadri Peter Doig ha ora il dubbio onore di essere più costoso rispetto a Damien Hirst.

Chiaramente, il pittore di successo del 2015 è Adrian Ghenie (classe 1977). Nel padiglione della Romania, “Darwin’s Room” si inserisce nella sua serie di funerei autoritratti e di ritratti dell’artista nelle vesti del naturalista inglese Charles Darwin, ma anche nell’esplorazione squisitamente personale di Ghenie della storia del ventesimo secolo. È quello che l’artista chiama un “laboratorio dell’evoluzione” espanso (“laboratory of evolution”). Questo include corposi ritratti ispirati da Duchamp, Lenin e Hitler, ma anche dipinti di lupi in una foresta invernale, e grosse piante carnivore. John Akomfrah del Ghana ruba la scena al padiglione centrale nei Giardini con Vertigo Sea (1915), una videoinstallazione a tre canali che si confrontano con un suono esplosivo. L’artista crea un’accattivante nar- rativa affiancando scene orribili e bellezza terribile: test nucleari nel Pacifico a fianco alla scintillante Aurora Boreale, rifugiati vietnamiti su navi che affondano vicino a un film sull’aerodinamica perfezione di un lucente squalo. Il lavoro di Akomfrah parla della disumanità dell’uomo, dell’intensa bellezza della natura, e del potere della suggestione. Ma in qualche modo, attraverso tutta la politica e le scienze sociali, sembra essere la sana ecologia il tema dominante di questa Biennale.

L’albero è un motivo ricorrente, appare come un’icona isolata nei padiglioni di Francia (tre pini motorizzati di Celeste Boursier-Mougenot) e Finlandia (un’animazione climaticamente controllata, molto oscura del duo artistico IC-98). Diventa parte di un più grande e più complesso studio delle strutture fugaci e intricate “cucite” negli alberi dei giardini dell’Arsenale da parte dell’americana Sarah Sze. In una delle sue estrose video-vignette nella mostra principale di Enwezor, Samson Kambalu (nato a Malawi, vive a Londra) fa finta comicamente di portare un albero come dimostrazione di una forza sovrumana in una foresta altrimenti poco interessante.

Nel frattempo, a galla nel Canal Grande in un’ode all’ecologia surreale, un albero di ulivo vecchio 2000 anni riprodotti in alluminio bianco dall’artista svizzero Ugo Rondinone introduce lo spettatore all’opera Vita vitale. Questa mostra collettiva
si rivolge direttamente alle preoccupazioni ambientali come parte del padiglione dell’Azerbaigian alla Ca’ Garzoni. Per questo spettacolo basato sulle specie a rischio e sull’inquinamento, l’artista olandese Bas Princen (1975) ha fotografato “Garbage City” all’estremità orientale del Cairo, una zona periferica degradata dove si ricicla la plastica in quella che una volta era una cava di arenaria, dalla quale erano scavate alcune delle pietre per costruire le piramidi.

L’acqua, una preoccupazione costante a Venezia, sembra essere il logico argomento per concludere. La repubblica siriana è rappresentata dall’artista albanese Helidon Xhixha, che ha costruito un finto ghiacciaio sull’Isola San Sevolo, poi ha rimorchiato una chiatta con un iceberg dall’aspetto realistico fatto di acciaio attraverso i canali della città. Il brasiliano Vik Muniz ha usato materiali bizzarri e scale alterate per produrre Lampedusa, una barca della grandezza di un tradizionale vaporetto veneziano, ma fatta di carta dei quotidiani. È un intenso ricordo della tragica vicenda dei profughi nel Mediterraneo, in un impianto che galleggia con leggerezza non lontano da Piazza San Marco.

L’importanza dei confini etici e naturali è forse analizzata al meglio nel padiglione della piccola nazione equatoriale di Tuvalu. Sospesi sopra una piscina di nebbia, dei ponti di legno sono stati costruiti dall’artista Taiwanese Vincent J.F. Huang a pelo d’acqua. Gli squarci nei passaggi fanno sì che l’acqua filtri attraverso ogni volta che un visitatore attraversa il ponte , simulando la marea che si alza. Come valutazione della relazione di arti e artisti allo stato attuale, è un commento sintetico al tema generale “All The World’s Futures” (tutti i futuri del mondo). Mentre Tuvalu affronta gli incerti effetti del cambiamento climatico globale, la massima sofferenza per i visitatori della Biennale consiste in un paio di scarpe fradice.