La Cantina del Vescovo: aperitivi tra qualità e condivisione

In una Trieste che ha riscoperto il suo cuore culturale e notturno nel quartiere di Cavana, tornato, dopo decenni di degrado e di marginalità, alla centralità che si merita, tra i bar, le enoteche, i ristoranti, le libreria aperte fino a sera tarda, troviamo la Cantina del Vescovo di Francesco Minucci, nello splendido edificio dove, fino al 1830, aveva sede la Curia della città.

La formula tende a superare il classico concetto di enoteca. «L’idea nasce durante un viaggio in Spagna, durante il quale io e miei soci ci siamo resi conto non solo del valore poco conosciuto dei vini spagnoli e della qualità del settore della ristorazione, ma anche del tipo di fruizione che trova le sue direttrici nella condivisione e nell’accessibilità», ci spiega Francesco, infatti «in Spagna esiste una produzione vinicola che non ha nulla da invidiare alla nostra o
a quella francese e una quantità di ristoranti stellati da farci impallidire. La crisi poi ha spinto enoteche e ristoranti a rivedere la loro offerta allargando il proprio target senza rinunciare alla qualità dei prodotti. Da qui nasce l’idea di un posto che sia un punto di riferimento per degustazioni di altissimo livello ma anche luogo di incontro quotidiano per chi vuole bere qualcosa a fine giornata».

Un’idea chiara, quindi, che sembra decisamente confermata dalla quantità e dalla composizione della gente che affolla i tavolini all’esterno, affacciati sul passaggio pedonale della rinnovata via Torino, e all’interno dove un tronco ditiglio plurisecolare crea uno spazio di condivisione che incoraggia, complice il buon vino, alla socializzazione e alle nuove conoscenze: adulti con bottiglie tenute in fresco, giovani in piedi con il bicchiere in mano, famiglie che cenano con i bambini che giocano sulla bellissima piazzetta pedonale antistante.

Il progetto non si esaurisce qui, in cantiere infatti c’è l’idea di creare, nella sala sul retro dell’enoteca, uno speak easy, un club nel quale si respirerà la magia dell’epoca del proibizionismo, dei ruggenti anni venti, con una ricerca nella selezione musicale, nell’arredamento e nella proposta di cocktail preparati come all’epoca.

Ma com’è aprire un’attività di questi tempi? Con la tua formazione giuridico economica di altissimo livello, chi te lo ha fatto fare? «Non è la mia prima esperienza come imprenditore. Sono uno dei fondatori di M-Stash, linea di abbigliamento che ora abbiamo dislocato in Asia e in mercati più floridi e competitivi. Oltre alla Cantina sono in fase di start up su un nuovo progetto che lavorerà con grossi gruppi internazionali del settore eno-gastronomico; permettterà di lavorare tra differenti paesi in un’ottica business to business. In Italia invece, al momento, non si può andare oltre il business to customer visto il persistente problema dei crediti incagliati. Certamente il momento non è dei migliori ma poi, quando vedo che siamo primi in città su Tripadvisor, capisco che siamo sulla strada giusta».

Pare anche a noi.