Joyce e l’Arte: supplenza, sublimazione, sinthomo

“Si è responsabili solo nella misura del proprio saper-fare. Che cos’è il saper-fare? E’ l’arte, l’artificio, ciò che dà all’arte di cui si è capaci un valore rilevante, dato che non c’è Altro dell’Altro a operare il Giudizio universale”, scrive Jacques Lacan  (in foto)in apertura del IV capitolo del suo famoso Seminario XXIII “Il Sinthomo”, tenuto a Parigi tra il 1975 e il 1976, che ruota attorno alla figura di James Joyce e alle sue opere. Alla ribalta del pensiero dell’ultimo Lacan, non è più il simbolico, ma il reale, non è più il desiderio, ma il godimento. Godimento che è quell’impossibile da sopportare di cui però non si riesce a fare a meno. E per Lacan il sintomo diventa sinthome: ciò che permette all’essere parlante il raccordo tra immaginario, simbolico e reale (da qui uno dei famosi nodi borromei disegnati da Lacan, detto nodo di Joyce.)

E “Joyce e l’Arte: supplenza, sublimazione, sinthomo” è il titolo del colloquio franco-italiano organizzato dall’Associazione Lacaniana Italiana di psicoanalisi che si è svolto a Trieste il 31 marzo e il 1 aprile al Savoia Excelsior Palace, in collaborazione con Espace Analityque e l’Association de psychanalyse Jacques Lacan. Convegno che ha visto riuniti a Trieste, città dove James Joyce visse tra il 1904 e il 1921, psicoanalisti, linguisti, teorici della letteratura e – naturalmente – joyciani provenienti da tutto il mondo. Tra i partecipanti lo psicoanalista Massimo Recalcati, che ha appena pubblicato il suo ultimo libro “Ritratti del desiderio” ( Raffaello Cortina Ed. Milano 2012, pp.190 euro 14,00), Patrick Landmann, Silvia Lippi e Gèrard Pommier di Espace Analityque, Laura Pelaschiar, dell’Università di Trieste, Mariela Castrillejo (ALIPSI) o Pierre Bruno (APJL).

foto-report Trieste 

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Jacques Lacan (1901-1981) non poteva non restare affascinato dalla figura di James Joyce (1882/1941), che sembrava fatta su misura per traghettare una serie di concetti chiave del suo pensiero psicoanalitico. Nella carenza del rapporto tra il fallimentare John Stanislaus Joyce e suo figlio James, Lacan vede concretizzarsi la sua idea di forclusione, nella “scrittura congiuntiva” di quell’impossibile testo che è “Finnegans Wake” lo psicoanalista francese sente il suono de lalangue, la lingua primordiale e materna dell’inconscio.

Lacan si era chiesto senza mezzi termini se James Joyce fosse stato o meno pazzo, e arriva alla conclusione che – se lo era – si è salvato con la sua arte. “Joyce-il sintomo” lo definisce, come a dire che lo scrittore irlandese non è impazzito (come avvenne invece per la figlia Lucia) perché riuscì a trasformare sé stesso in un libro, ma non un libro qualsiasi: in un un’opera d’arte.

Attraverso la via dell’invenzione e della scrittura Joyce circoscrive infatti il reale, trasformando l’ostacolo in risorsa artistica, fino a fare del sinthomo la sua firma, il suo nome proprio: “Joyce-il sintomo”, appunto.

A partire dalle riflessioni di Jacques Lacan su Joyce (tutte pubblicate nel volume “Il seminario, Libro XXIII, Il Sinthomo 1975-1976”, Casa editrice Astrolabio, ed. a cura di Antonio Di Ciaccia, Roma 2006, pp. 248, euro 21,00), i relatori del convegno hanno approfondito diversi aspetti del processo artistico come sublimazione, ovvero quel processo grazie al quale la “soddisfazione pulsionale” si soddisfa per altre vie rispetto a quelle sessuali, come scrive Massimo Recalcati nel suo saggio dedicato all’arte “Il miracolo della forma. Per un’estetica psicoanalitica” (Bruno Mondadori, Milano 2011, pp. 230, euro 18,00). Massimo Racalcati era tra gli ospiti d’onore del  colloquio franco-italiano che si è svolto a Trieste e ha tenuto una brillante e lucidissima conferenza dal titolo “Telemachia”, in cui si è chiesto se “è possibile un’eredità senza il Nome del Padre”, e la risposta sembra essere positiva, perché – come dichiara: “James Joyce supplisce alla forclusione del padre indegno attraverso il sintomo della scrittura. La sua opera – come scrive Lacan – diventa lo “sgabello” dove salire e proclamare la propria dignità d’artista, o meglio l’“artgueill”, ovvero il proprio “artgoglio”: l’arte come manifestazione d’orgoglio e di godimento estetico.”

Quindi James Joyce come “artefice”, come l’artista che si auto-eleva a grande Altro. Ma del Padre non ci si libera così facilmente, tanto che se andiamo a leggere i testi vediamo che tutta l’opera di Joyce è una riflessione (seppur spesso cinica e ironica) sulla figura del padre. Recalcati ricorda che John Stanislaus Joyce era un guitto, un bancarottiere, “che la sua caratteristica principale era l’insolvenza”, che era un uomo incapace di far fronte ai suoi debiti. Ma è solo alla morte del padre che Joyce si rende conto del fallimento dell’eredità. E’ in quel periodo che ha episodi psicotici, e in quello stesso periodo si manifesta la schizofrenia della figlia Lucia, che finir Cialisà per passare tutta la sua esistenza in manicomio.

Attraverso le vicende del personaggio di Stephen Dedalus, da “Stephen Hero” attraverso “The portrait of the artist as a young man” fino all’”Ulysses”, leggiamo in Joyce “il rifiuto di riconoscersi figlio”. Stephen non cerca nessun padre. “Basta con i padri!” gli fa dichiarare Lacan nel Seminario XXIII, sfatando la lettura da beghine secondo cui il romanzo narrerebbe la storia di un figlio alla ricerca di un padre. Ma un padre resta sempre, ed è Leopold Bloom che cerca il figlio perso infante e che pensa di trovare in Stephen una sorta di sostituto. Si sbaglia. Il loro è un incontro mancato. Un non rapporto.

Così il figlio ha l’illusione di essere auto-generato, trasforma sé stesso in un libro: “per avere un corpo, bisogna essere un libro, un’opera d’arte” conclude Recalcati, perché “è l’Altro che dice cosa siamo”.

Molti gli interventi che ruotavano attorno a “Finnegans Wake”, il libro della notte, del sogno, che si contrappone al libro del giorno “Ulisse”. Gèrard Pommier (“Joyce glossografo”), Pierre Buno (“A monte del sogno”) e Giovanni Bottirolli (“Non serviam. Tirannia del linguaggio e libertà degli stili”) hanno per vie diverse analizzato gli aspetti linguistici e psicoanalitici del testo che, per la sua incomprensibilità, è spesso associato agli scritti dello stesso Jacques Lacan.

Molto interessanti le riflessioni di Patrick Landmann (“Il sinthomo abolisce la differenza tra nevrosi e psicosi?”) sui “soggetti deliranti”. Come la questione da lui posta: “è delirante predire l’avvenire?” soprattutto alla luce della convinzione di James Joyce che sua figlia Lucia non fosse pazza ma una chiaroveggente, con qualità telepatiche. “Qualunque scintilla o dono io possieda è stato trasmesso a Lucia e ha acceso una fiamma nella sua mente” scriveva James Joyce in una lettera alla fine degli anni trenta. Forse che il dono della veggenza era già programmato nel nome attribuitole, Lucia, forse ne era un segno lo strabismo di cui soffriva la ragazza, sta di fatto che Mariela Castrillejo a conclusione del suo intervento ha giustamente sottolineato che – nel caso di Lucia – chiaroveggenza non è da intendersi come capacità di vedere l’avvenire ma “come la capacità di vedere più chiaro del padre cos’è il reale”, ciò non le ha però impedito di restare vittima della propria malattia. Accanto all’intervento di Massimo Recalcati, grande appeal ha avuto il contributo di Laura Pelaschiar, del Dipartimento degli Studi Umanistici dell’Università di Trieste e direttrice della Trieste James Joyce School che ha scelto di parlare delle interruzioni, sospensioni e silenzi nella retorica di James Joyce. Allo scopo ha messo a confronto brani dalle due versioni del racconto “The Sisters”, quello pubblicato nel 1904 per la rivista “The Irish Homestead Journal” e quello contenuto nella raccolta “Dubliners” del 1914, partendo dall’idea di Joyce, sposata da Lacan, dell’after soon: gli eftsooneries,vale a dire “le cose rinviate a più tardi, ovvero gli enigmi, i non detti sospesi tra le righe, sui puntini di sospensione.”

Se la versione del 1904 è stilisticamente tradizionale e suggerisce certezze, Laura Pelaschiar ha mostrato come tutto diventi più ambiguo nella versione del 1914. Ciò che non si dice nel racconto, in realtà non può essere detto, ovvero l’incesto, più specificatamente il rapporto del ragazzino senza nome con l’anziano sacerdote, “Padre” Flinn. Particolarmente interessante – come è stato sottolineato – non è solo la presenza di un sogno in questo primo racconto di Joyce, ma il fatto che  esso stesso abbia una struttura onirica, quasi a voler aprire il circolo vichiano che si chiuderà 25 anni più tardi con “Finnegans Wake”. Ed è stato con la lettura delle ultime battute di questo romanzo che Laura Pelaschiar ha chiuso il suo intervento: nella sua lalague onirica, costruita da puns, giochi di parole e calembours, Joyce racconta la trasformazione di uno dei personaggi, Anna Livia Plurabelle, nel fiume Liffey, che arriva infine alla sua foce dove morirà gettandosi nelle braccia del padre Oceano. Forse è esagerato affermare che  – per un istante – s’è stabilito un transfert di massa su Joyce, ma questa è stata la sensazione nella Sala Zodiaco stracolma. Dopo tanto parlare di assenza del padre, quel “Nor miss me. And it’s old and old it’s sad and old it’s sad and weary I go back to you, my cold father, my cold mad father, my cold mad feary father (…)” e ancora  “Carry me along, taddy, like you done through the toy fair.” e quel mormorare “mememormee!” è stato troppo e l’audience è stata percorsa da un momento di profonda commozione.

La magia dell’arte, che – a volte – impedisce d’impazzire e riesce a salvare la vita.