Jonathan Turner: una vita vissuta attraverso l’arte contemporanea.

in foto Jonathan Turner 

Siamo a Trastevere, nello splendido terrazzo della casa romana di Jonathan Turner, curatore e critico australiano che da ormai 25 anni vive tra Roma e l’Australia. Può citare nel suo curriculum l’organizzazione di oltre 150 mostre tra l’Australia, l’Europa, la Tailandia, Macao e la Nuova Zelanda. La vista sulla città eterna da quassù è magnifica: l’unica cosa che si deve immaginare è il cupolone alle nostre spalle, la cui vista è preclusa dagli alberi del Gianicolo. Jonathan è un tornado e trova generosamente risposta italiana alla lunga serie di domande.

Che cos’è per te l’arte contemporanea?

Vita in un certo senso. Io non distinguo la vita dall’arte contemporanea perché sono parte della stessa cosa: assumo ossigeno allo stesso modo in cui mi nutro di arte. L’arte contemporanea vive tutti i giorni, ed è onesta, discreta e contiene anche un po’ di assurdità. La vita è straordinariamente assurda e lo è anche l’arte contemporanea che è piena di sorprese e cose assolutamente contraddittorie. Questo è il bello di tutte e due. La vita include tutte le arti, il cibo, il cinema, la musica, lo sport. Ormai tutte le discipline sono mischiate. E soprattutto l’arte contemporanea esprime, come dovrebbe fare anche la vita, la gioia di vivere.

Allora dipende dallo sguardo di chi vi si approccia?

Non saprei, ma posso dirti che io seguo un canone. Achille (Achille Bonito Oliva che nel 2006 gli ha conferito il premio ABO come miglior critico operante in Italia, ndr) dice sempre che in questo sono molto anglosassone. Ma in realtà non lo sono. Piuttosto come tutti gli australiani sono un cocktail, nel mio caso con sangue di tre continenti. Mentre ABO ha un atteggiamento e una mentalità più generosa e in un certo senso meno precisa, che fa parte del tipico approccio italiano all’arte, io invece credo nella Bellezza, nell’Eccellenza e nella Perfezione. Secondo me esistono regole oggettive nella valutazione delle opere d’arte. La mentalità machiavellica italiana fa pensare che nulla sia mai perfetto e ideale, mentre io, pur non essendo né Romantico né sentimentale, credo che la perfezione estetica esista.

Quando e dove hai trovato la perfezione di cui parli tra le ultime cose che hai visto?

Alla Biennale di Venezia, il Padiglione Austriaco con i dipinti, sculture e film dell’artista Markus Schinwald è una delle cose più belle che io abbia mai visto. L’ho trovato geniale, radicale, nuovo e incredibilmente suggestivo nel creare una perfezione immacolata. Il padiglione disegnato da Josef Hoffmann nel 1934 nel suo insieme è perfetto: le opere d’arte, l’allestimento, che crea uno straniamento della percezione grazie ai suoi labirinti sospesi. In assoluto l’effetto d’insieme è uno dei punti di bellezza più alti della 54esima edizione della Biennale. Sempre alla Biennale ma a Palazzo Fortuny ho visto un’opera di Michaël Borremans, di piccole dimensioni con due mani, una verde e una rossa su un tavolo. Assolutamente geniale. Poi le opere di Christian Marclay, Mike Nelson, Urs Fischer, Emily Jacir, Subodh Gupta, Martine Feipel, Jean Bechameil, e Adel Abidin in diverse mostre.

Tu sei curatore da vent’anni ormai, che rapporto hai con le opere d’arte?

Io non sono un collezionista, non ho bisogno di possedere le opere d’arte. Ho comprato i miei primi quadri a 14 anni, quando lavoravo per un antiquario, cose che andavano in quel momento. Ma prima del mio diciottesimo compleanno la mia vena di collezionista è scomparsa. Facendo il mio mestiere, mi è capitato spesso di avere la possibilità di acquistare opere, proprio oggi mi è stato proposto di avere un’opera di Maurizio Cattelan, ma a me non interessa possederle perché le sento già mie. Mi è capitato per esempio, grazie al lavoro di una mia amica restauratrice, di avere tra le mani un noto quadro di Caravaggio. Lei ne stava curando il restauro e mi ha chiesto di aiutarla a spostare il quadro da un cavalletto all’altro nel suo studio. Io l’ho tenuto per qualche secondo tra le mie mani e ne conosco il peso, la dimensione, la consistenza della cornice sotto le mie dita. Adesso quel Caravaggio è mio nel senso che appartiene alla mia storia. Ho un rapporto molto materiale con le opere d’arte perché, come già ti dicevo prima, le opere d’arte fanno parte della vita, e non ho paura di toccarle.

E com’è il tuo rapporto con gli artisti?

Ho sempre cercato di operare all’interno dell’arte, ho conosciuto artisti giovani e ho curato con loro un rapporto e un percorso. E’ sempre meglio lavorare con artisti che possono anche diventare tuoi amici. Io li conoscevo, vedevo le loro opere e me ne innamoravo, per esempio Matteo Basilé, Cristiano Pintaldi, Antonio Riello e Oliviero Rainaldi, o Erwin Olaf, Inez van Lamsweerde, Pierre et Gilles,  Robert Gschwantner e Tracey Moffatt. E con loro ho un rapporto molto tangibile, spesso anzi stravolgo le loro opere, facendo cose che loro non pensano e non avevano mai visto prima, facendo assumere così al loro lavoro un valore parallelo e cercando di fare cose non banali.

Quale ruolo svolge il curatore nel mondo dell’arte contemporanea?

E’ un affascinatore e ottimizzatore, perché in qualche modo io tolgo i compiti gravosi agli altri e provo a mettere le cose in situazioni non ovvie, per creare quel surplus che affascina. Io sono una persona che preferisce fare, magari sbagliare e poi ricominciare, ma mai rimanere senza fare. Cerco di trovare soluzioni a questioni che nel momento sembrano irrisolvibili o impossibili, beh, io lì cerco di vedere sempre il possibile. Dal punto di vista estetico sono un terrorista, io so come devono essere fatte le cose e fino a quando il risultato non è perfetto non smetto di provare e fare. Ormai sono come un piccolo Ministero, quando curo una mostra cerco sempre di fare tutto il possibile, curo i trasporti, le pubbliche relazioni,  cucino cene per gli artisti e i collezionisti,  e sono io stesso ad appendere i quadri alle pareti, perché un curatore deve sapere fare anche questo. Devo fisicamente vedere le opere, toccarle. E spesso mi baso sull’ istinto: non importa che una fotografia sia appesa alla parete in modo magistrale, ma conta la sensazione che quella posizione crea in me, anche se non è perfetta o necessariamente logica.

Vivi da venticinque anni in Italia, ma sei nato in Australia e passi parte del tuo tempo ad Amsterdam in Olanda. Vivi sei mesi a Roma e sei mesi in Australia, questa tua “vita doppia” cosa ti offre in più?

Per me non è una questione di arricchimento, io semplicemente non posso vivere nello stesso posto tutto l’anno, non per nevrosi, ma proprio non riesco a farlo.  Non ho vestiti invernali. La cosa che mi piace molto di questo mio modo di vivere è che tutto ha una data di scadenza e ciò rende più intensa la vita nel momento stesso in cui la si vive. I problemi piccoli, stupidi e quotidiani sono reinseriti nella prospettiva che gli spetta e non ho le pretese di fare tutto, perché il lusso più grande sarebbe proprio non fare niente. Il fatto che tutto abbia una data di scadenza rende materialmente impossibile riuscire a terminare ogni cosa, così si tende a concentrarsi su quei progetti che si sentono più importarti. Io scrivo da anni, sono corrispondente per diversi giornali, e il mio stile di vita, metaforicamente, si può anche vedere nel fatto che ho sempre preferito scrivere articoli. Ho pubblicato tanti cataloghi e monografie, ma non riuscirei mai a scrivere un romanzo. Sarebbe troppo lungo.

Secondo te esiste una differenza tra l’Australia e l’Italia nel mondo dell’arte?

In Italia il sistema dell’arte istituzionale è molto più flessibile, elastico e malleabile. Se in Italia anche si fa qualcosa all’ultimo momento, non c’è il panico generale, anzi spesso il risultato finale è grandioso. L’arte contemporanea deve essere così: fluida e in continuo movimento. In una mostra le cose possono cambiare all’ultimo minuto e bisogna avere la possibilità di ricominciare da capo e arrivare comunque a realizzare qualcosa che tenga conto dei cambiamenti. E posso assicurare per esperienza personale che in questo modo le cose vanno molto bene. E soprattutto in Italia avete una grande fortuna, perché qui il sistema delle accademie è molto valido nelle cose pratiche. E ciò offre un livello di educazione molto avanzato e tangibile. Nonostante la sua burocrazia sia un inferno.   Ma anche  in Australia il mondo istituzionale è burocratico. Io sono un “outsider”, uno che lavora ai livelli fondamentali e questo può provocare problemi con le persone che sopravvivono soltanto grazie ai contributi governativi, perché quasi magicamente sembro essere capace di lavorare a stretto contatto con i migliori artisti, le più importanti gallerie e le più innovative organizzazioni.

Tu collabori da anni con Manifesta, la Biennale Itinerante dei giovani europei, per cui chi meglio di te può rispondere alla mia usuale domanda finale: che cosa consiglieresti a un giovane artista?

Un giovane artista deve essere maggiormente consapevole del proprio lavoro e capace di accettare se stesso e dovrebbe essere più onesto con il proprio lavoro. Gli artisti dovrebbero avere maggiore riguardo per il proprio lavoro passato e trattare le proprie opere con il dovuto rispetto. Ciò vuol dire in senso pratico tenere un archivio delle opere e foto professionali delle loro mostre. Mi capita spesso di incontrare artisti che guardano con vergogna al proprio passato, idolatrando invece i loro lavori nuovi, cosa che li costringe ad un eterno presente. Ci tengono a mostrarmi i loro ultimi lavori, ma io pretendo di vedere anche il loro lavoro del passato, che ritengo più importante per riuscire a cogliere i passaggi e le maturazioni della riflessione artistica. La scoperta del nuovo/nuovo in questo senso non mi interessa.