Jebila Wolfe – Okongwu ci parla d’arte contemporanea

Torna la rubrica “Impara l’arte e mettila da parte” con un’intevista all’artista Jebila Wolfe-Okongwu, giovane artista la cui mostra personale è attualmente esposta alla Galleria Lorca O’Neill di Roma. Il titolo della personale River Crossing, inaugurata il 20 aprile scorso e che si concluderà a breve con una performance sul Tevere, dice molto della poetica dell’artista: nato a Londra da padre nigeriano e madre inglese, è vissuto in Africa, in Australia e poi in Europa, “attraversando” così culture e stili di vita che hanno profondamente influenzato la sua arte. 

Jebila, inziamo con la solita domanda della rubrica “impara l’arte e mettila da parte”, che cos’è secondo te l’arte contemporanea?

Per me, l’arte contemporanea deve essere messa in relazione soprattutto alla nostra esistenza attuale. Può avere un significato globale o locale e si confronta con i temi significativi della nostra epoca. Può avere diverse espressioni e si definisce attraverso la sua pluralità. L’arte contemporanea non è un movimento e non può essere circoscritta in un determinato arco temporale. Non può essere canonizzata perché troppo presente, non ha quella distanza storica necessaria a trovare i tratti caratteristici di un movimento e di un’epoca, come invece avviene nel processo di definizione di un periodo culturale. Tra qualche tempo, magari tra 20 o 30 anni, quando l’arte che viene fatta oggi verrà storicizzata non verrà più chiamata arte contemporanea.

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Sei nato a Londra, sei cresciuto prima in Nigeria e poi in Australia, dove hai anche vissuto per un breve periodo in una remota riserva di aborigeni per il lavoro da antropologa di tua madre. Dopo aver lavorato a New York, ti sei trasferito a Roma, dove vivi da una decina di anni. La tua esperienza artistica è stata influenzata da queste esperienze personali? 

Sicuramente. Mi considero molto fortunato di avere vissuto in culture così diverse e di aver avuto l’opportunità di interagire con persone di tutti i tipi. Queste esperienze geografiche, storiche e culturali hanno rappresentato per me fonte di un’ incredibile educazione, hanno plasmato e ampliato l’orizzonte della mia visione artistica. Non mi sento particolarmente legato a nessuna cultura, pur possedendole tutte e questo mi permette di muovermi in modo piuttosto eclettico. Avendo visto le ineguaglianze vissute da svariate minoranze e popoli del mondo in via di sviluppo, sono particolarmente sensibile ai temi sociali e politici.

Le tue opere hanno forti riferimenti ai problemi della società postmoderna e postcoloniale. Come spiegheresti in poche parole la tua arte a qualcuno che non ha mai visto una tua opera?

Somministrerei loro una buona dose di ironia postmoderna e direi che faccio opere che riguardano le banane… molte banane! Chiaramente questa risposta stupisce le persone e spesso suscita in loro la curiosità di andare a vedere le mie mostre o di cercare qualche immagine delle mie opere. Il mio lavoro, in effetti, è abbastanza denso e stratificato di significati e riflessioni, sarebbe quindi impossibile un’ulteriore spiegazione oltre a questa in poche e semplici parole.

Ti sei sempre servito di diversi linguaggi artistici per esprimerti in modo molto duttile. Pittura, scultura, performance e…banane! Per spiegare il significato di quest’oggetto di cui abbiamo discusso poco fa, qual è il suo significato?

L’idea della banana mi venne in mente nella riflessione sull’esotismo. Le persone dicono sempre che ho un background molto esotico e generalmente si aspettano che la mia arte lo esprima. Così cercavo un leit-motiv che potesse sintetizzare il senso dell’esotico e che avrei potuto usare per esplorare il mio orizzonte artistico. Agli artisti “bianchi” e occidentali non è mai stato chiesto di riflettere sulla loro condizione identitaria di “bianchi”, al contrario invece da coloro che hanno radici “Altre” ci si aspetta che rappresentino artisticamente questa loro situazione. Come risultato la loro produzione continua a essere etichettata  come “arte etnica” concetto che continua ad esistere solo per alcune culture e spesso gli occidnetali rimangono leggermente delusi o insoddisfatti se manca questa componenete “esotica”. Io non mi sento esotico e non dovrebbero sentirsi così nemmeno le persone che provengono dall’Africa, dai Caraibi o dal Sud America. L’”esotismo” è una costruzione occidentale ed è inequivocabilmente legata alla storia del Colonialismo.

Le tue opere sono esposte alla Galleria Lorcan O’Neill di Roma. Il titolo della mostra è “River Crossing” e si riferisce alla Diaspora Africana. Nella tua arte unisci linguaggi artistici differenti, quali sono?

Le mie opere sono permeate da diversi linguaggi artistici ma le più importanti sono l’arte tribale africana e la Pop Art. Queste sono direttamente legate alle mie origini miste: mio padre africano e mia madre europea. Per me è sempre stato molto difficile cercare di ricomporre questa dicotomia, la condizione di essere bianco e allo stesso tempo nero. Fino a qualche tempo fa tendeva a prevalere sempre una sola scala di valori sull’altra. Solo negli ultimi anni sono stato in grado di raggiungere un equilibrio e le due facce hanno trovato la possibilità di coesistere. Adesso che ho risolto tali questioni identitarie e ho sviluppato una certa maturità e sicurezza sono sicuro che l’unione di queste due enciclopedie visive potranno portare la mia arte a eccitanti scoperte e nuove possibilità.

Ancora un’ultima domanda, quale consiglio daresti a un giovane artista?

Fallire. Credo che sia molto importante, specialmente per un giovane artista, rischiare e non solo superare la paura del fallimento ma di lottare realmente per esso. La difficoltà maggiore per una giovane artista è venire notato. Oggi ci sono più artisti al mondo di quanti ce ne fossero in passato e la nostra cultura sembra aver già prodotto e codificato tutte le immagini, le forme e i gesti possibili. E’ davvero difficile creare qualcosa di nuovo e sviluppare uno “stile” unico e originale. I giovani artisti hanno bisogno semenax ultimate male ProShapeRX di esplorare molto profondamente loro stessi e di tirare fuori le loro idee artistiche più estreme, quelli che sono più buffamente stravaganti sono quasi certi di fallire.  Questo invece è uno dei pochi modi attraverso le quali trovare qualcosa di effettivamente originale e valido, qualcosa che ti faccia essere fuori dal coro. Puntate al fallimento, e fatelo nel modo più spettacolare possibile.

Jebila, let’s start with my usual question for this column, what is contemporary art in your opinion?

For me, contemporary art must relate specifically to our current existence. It can have a global or local relevance and deals with the themes that are relevant today. It can have many different expressions and is defined by its pluralism. Contemporary art is not a movement and it can never be fixed to a specific temporal period. It cannot be historicized as it is always in the process of defining the current cultural period. After a certain period of time, in maybe 20 or 30 years, historicization of the art which is being produced today will occur and it will no longer be called contemporary art.

You were born in London, then raised first in Nigeria then Austrialia. After working in New York, you moved to Rome, where you have lived for more than a decade. Does your artistic practice reflect this personal and living experience?

Definately. I consider myself very lucky to have lived in vastly different cultures and had the opportunity to interact with people from all walks of life. These experiences of geography, history and culture have been an incredible education and informed and broadened my artistic vision. I do not feel tied to any one particular culture and this is reflected by a particularly ecclectic practice. Having seen the inequalities experienced by various minorities and people living in the developing world, I also have a strong interest in the social and political.

 Your work has strong references to the issues of postmodern and postcolonial society. How would you explain your art in a few words to someone who has never seen it?

I give them a good dose of postmodern irony and say I make work about bananas, lots of bananas. This surprises people of course, so it is often enough to ignite their curiosity to go and see my exhibition or look for some images. My work is quite layered and dense so any explaination beyond that in just a few words is impossible.

You have always used different artistic languages to express yourself, being very flexible in artistic expression. Figurative painting, performances, sculpture and… bananas! What is the meaning of this object?

The idea of the banana came to me when I was thinking about exoticism. People always say that my background is very exotic and they generally expect my art to reflect this. So I was looking for a motif that would synthesize a sense of the exotic which I could then use to explore expectations of me as an artist. Western or ‘white’ artists are never expected to reflect on their ‘whiteness’ in their work, however artists who belong to the category of the ‘Other’ are usually expected to deal with the condition of their cultural identity in some way. As a result, their cultural production never really escapes the domain of ‘Ethnic Art’.I do not feel exotic and neither does anyone else from Africa, the Caribbean or South America. ‘The Exotic’ is a Western construct and it is inevitably tied up with the the histories of colonialism.

 Your works are currently exhibited at the Lorcan O’Neill Gallery in Rome. The title of your solo show is River Crossing and refers to the African Diaspora. In your work you mix two different artistic languages, which ones?

My work is informed by various artistic languages but the two most important are African tribal art and Pop art. These relate directly to my mixed background, my father being African and my mother being of European origin. This dichotomy, the condition of being both black and white, has always been very difficult to reconcile for me. Until recently, one set of cultural values always tended to dominate over the other. It is only in the last few years that I have been able to achieve an equilibrium and the two have been able to co-exist. Having now resolved these identity conflicts, and having devoloped a certain maturity and confidence, I am sure that the marriage of these two diverse visual vocabularies in my work will lead to exciting new discoveries and possibilities.

 Finally my usual last question, what advice would you give to a young artist?

Fail. I think it is very important, and especially for young artists, to not only take risks and overcome the fear of failure but to actually strive for it. The most difficult thing today for a young artist is to get noticed. There are more artists on the planet then ever before and our cultures seem to have already produced all possible images, forms and gestures. It is very difficult to create something new and to develop an original ‘style’. Young artists today need to explore very deeply within themselves and pull out their most extreme artistic ideas, the ones that are so ridiculously extravagant that they are almost certain to fail. This is one of the few ways you can actually find something original and worthwhile, something to make you stand out from the rest. Aim to fail, and in the most spectacular way possible.

 Courtesy foto : Jebila Wolfe-Okongwu e Galleria Lorcan O’Neill, Roma