“Je suis Charlie” e libertà di satira

In un certo senso è perfino rassicurante la perseveranza con cui l’Europa insiste da almeno un secolo, un secolo grondante di sangue, nella sua ingenua e pericolosissima propensione a non cogliere o a non voler cogliere il nocciolo scomodo del problema, preferendo guardare altrove o perdersi in formalismi procedurali e teorici piuttosto che affrontare la minaccia che rischia di costargli la vita.

Rassicurante perché dimostra che non ci siamo inariditi del tutto, che i diritti umani e civili mantengono una posizione privilegiata della nostra valutazione dei fatti che accadono nel mondo e in casa nostra, che i meccanismi della democrazia e i suoi freni sono diventati automatici, che preferiamo ancora le procedure rallentate che le scorciatoie ai paletti dello stato di diritto. Quasi sempre, diciamo. Pericolosissima perché, mentre noi ci appelliamo al galateo per lamentarci del fatto che la nostra porta è stata sfondata, il malintenzionato colpevole di non avere bussato educatamente ci sta rapinando e uccidendo. Ragionamento che, oltre ad essere contrario a qualunque istinto di sopravvivenza, che come ogni istinto dovrebbe essere un riflesso automatico, annullabile soltanto forse da un’interpretazione ideologica dell’atteggiamento razionale che lo dovrebbe arginare, dimostra una totale mancanza della capacità di valutazione della realtà e altera di conseguenza le mosse che si decide di fare, che si decide di non fare o che non si decide di fare, oltre che l’individuazione della minaccia e lo scopo da raggiungere.

 

Nel caso dell’attentato al giornale satirico Charlie Hebdo, la libertà di satira non c’entra nulla.

Nel caso dell’attentato al giornale satirico Charlie Hebdo, la libertà di satira non c’entra nulla. C’entra sì come elemento caratterizzante di quell’Occidente le cui libertà oggi noi tutti ci ritroviamo a celebrare e difendere. Ma c’entra come mezzo, non come fine. È come se chi sparasse al cuore ce l’avesse col cuore e noi difendessimo l’organo colpito. Qua si colpisce il cuore per colpire chi con quel cuore vive, e cioè l’Occidente. Lo si colpisce perché colpire al cuore dimostra la forza. Perché la libertà di satira e più in generale di stampa dei opinione sono obiettivi, oltre che vitali per le democrazie, anche sensibili dal punto di vista simbolico, emotivo e mediatico. E la reazione dell’opinione pubblica, lungi dal rendersi definitivamente conto della minaccia che le alita sul collo, lo dimostra. Si continua a disquisire sul significato della satira di Charlie Hebdo, della sua legittimità e della coerenza di chi oggi esprime solidarietà nei confronti dalle vittime mentre prima ne contestava i toni eccessivi utilizzati. Agli attentatori, della nostra libertà di satira non interessa nulla e la nostra difesa di questo diritto dimostra in tutta la sua tragica buona fede l’abbaglio nel quale siamo caduti e continuiamo a cadere.

Non che manchino le pulsioni di pancia, le fobie alimentate da mostri più o meno immaginari e le reazione violente nei confronti di etnie e di categorie prese nel loro complesso senza un criterio se non quello della caccia al diverso. Ma io mi riferisco al comune sentire dell’establishment e dell’opinione pubblica che si presume più attenta e sensibile a certe dinamiche.

Ed è proprio per questo motivo, per la sua fedeltà al valore della libertà, declinata in qualunque modo possibile, salvo la limitazione di quella altrui, che la matura opinione pubblica europea dovrebbe capire che la sua sacrosanta presa di posizione nei confronti della minaccia alla libertà di espressione è una battaglia culturale dell’Occidente e della sua identità, e che il nostro cuore che è stato ferito rappresenta per gli attentatori la nostra vita.

Chiunque, per convinzione ideologica o per eccesso di interesse nei confronti dell’anatomia cardiaca, rimanesse fermo e non prendesse posizione come chiunque si trovi sotto il fuoco nemico e si veda costretto a difendere la propria vita, non si merita alcun tipo di libertà.