Intervista: La Biennale d’arte di Vittorio Sgarbi

Dopo il successo della Biennale Diffusa a Trieste, Genius online ospita un’intervista a Vittorio Sgarbi, ideatore e padre culturale dell’evento che ha dato grande visibilità alla città ma che allo stesso tempo è stato oggetto di numerose polemiche e scontri. Grazie alla sua disponibilità possiamo tirare le somme dell’esperienza che ha coinvolto Trieste nel mondo dell’arte contemporanea.

La fortunata scelta di Trieste, sottolineata dal numero dei visitatori registrati provenienti da numerose città, oggi è più evidente che mai. A suo avviso le condizioni espositive del Porto Vecchio, che lei indica più favorevoli di Venezia, sono state discriminanti per il successo della mostra?

Le condizioni sono ideali perché inducono alla curiosità per il Porto Vecchio, che era chiuso da più di mezzo secolo, ed era comunque più opportuno usarlo che non usarlo; contemporaneamente lo spazio che abbiamo individuato e restaurato rappresenta la continuazione ideale dell’Arsenale: nello spazio psicologico è come se uno non fosse in un’altra città, ma avesse fatto una strada fatta di un piccolo tratto di acqua trovandosi in un’ area che ha le tipologie oltre che il fascino dell’Arsenale di Venezia.

Nei suoi numerosi interventi evidenzia come la Biennale Diffusa a Trieste ha consentito di conoscere e riconoscere talenti, istituzioni artistiche e personalità che avrebbero rischiato di essere ignorate o sommerse. Oggi rimane della stessa opinione?

Gli artisti non sono stati scelti con un principio di uniformazione o di interesse mio in particolare, ma su diverse segnalazioni di osservatori o galleristi o dei pittori stessi, i quali volevano semplicemente vedere esemplificata la loro dignità di esistere. L’unico rischio in una mostra così ampia, che vuole fare un censimento di tutta Italia negli ultimi dieci anni, è la presenza di dilettanti o persone che hanno dell’arte una visione molto ristretta: in questa manifestazione ci sono diverse forme, tendenze ed espressioni, assieme alla volontà di non far prevalere una visione critica ma una visione d’insieme, che costituisca una presa di coscienza, un censimento, un inventario della situazione degli artisti di pittura, scultura, fotografia, ceramica, disegno, design; sono tanti i settori della creatività e ognuno di loro è più frequentato oggi che mai nel passato, per cui siamo di fronte ad una sovrabbondanza di creatività a cui dobbiamo dare un indirizzo ed un ordine.

Successi, perplessità, critiche e tanto altro. Una Biennale che continua a sollevare temi, discussioni e pareri contrastanti. In tutto questo volume di notizie generate da quotidiani e riviste, la persona di Vittorio Sgarbi quanto influisce nella visione reale delle cose?

La mia presenza pone a questo progetto perfino dei limiti, nel senso che magari l’animosità nei miei confronti impedisce di vedere la realtà degli artisti; cioè ci sono degli atteggiamenti che possono essere di  pregiudizio nei miei confronti, che ho avuto l’idea e che nessun altro avrebbe messo in atto in modo così ampio, con la contrarietà di una serie di antagonisti, di nemici, di persone che non condividono il taglio e magari neppure la mia persona,  per cui una struttura più anonima forse non avrebbe concepito questa Biennale ma avrebbe avuto il vantaggio di non disporre di un parafulmini o comunque di un riferimento per le polemiche che in questo caso sono io. 

Lei ha sempre riconosciuto un grandissimo lavoro di squadra. Soprattutto quando avete dovuto fare il conto economico. Vorrebbe aggiungere qualcosa, che non si è detto, sull’aspetto economico della mostra?

La mostra in parte si è auto finanziata per l’afflusso molto alto di pubblico ed in parte ha avuto qualche sponsorizzazione, ma eravamo in una situazione molto favorevole per gli ambienti che erano chiaramente versatili ed adatti a questa impresa, per cui si è speso meno di quello che si era precedentemente ipotizzato; e quindi è evidente che una volta che la Regione ha preso atto dell’importanza dell’impresa, nella riapertura del Porto Vecchio e nella apertura di attenzione nei confronti degli artisti, ha dato un contributo che poteva essere ancora più generoso, e che potrà magari nei prossimi anni, su analoghe anche se non identiche proposte, tener conto del risultato positivo di questa occasione.

Non si può rendere tutti felici. Sappiamo quanto è importante per un artista essere ospitato ad una mostra, ed in particolare alla Biennale Diffusa di Trieste. Crede che siano stati commessi degli errori? Il comitato di Studi coordinato da lei è stato efficace?

E’ stato curioso ed è assolutamente naturale, ma per questo  avremo un’ultima rappresentazione della realtà – sempre nei limiti ristretti rispetto alla quantità reale – a Torino. Se qualcuno di ogni regione non fosse stato documentato può essere recuperato, quindi è in fondo il punto conclusivo con cui si fanno i conti con le cose che sono state compiute in modo non perfetto e non definitivo, per cui mi pare che si possa essere tranquilli e valutare che non c’è stata nessun esclusione o pregiudizio. C’è stato un metodo molto aperto e quello che è stato registrato è quello che siamo stati in grado di vedere: non escludo che ci sia anche altro che meriterà di essere ulteriormente verificato e trovare magari accoglienza a Torino. Questo progetto continuerà nei prossimi anni se continuano iniziative come  questa (la Biennale l’ha fatta in occasione del centocinquantesimo anniversario italiano),  e come la Quadriennale, che l’ha come vocazione, e che dovrebbe proprio muoversi in ambito regionale, facendo setaccio ed una ricognizione delle realtà locali.

Il Magazzino 26 si mette in mostra a Trieste. “Un progetto che riconosce l’utilità non solo per l’arte contemporanea ma anche per la città di Trieste.” E’ ancora convinto?

Trieste è una città che ha un suo fascino legato al tema delle avanguardie: è stata la città di Joyce, quindi proprio i suoi simboli sembrano indicare una condizione non odierna ma storica e mitologica che ha acceso la fantasia ed accende le fantasia degli artisti di oggi, ovvero la mitologia dell’avanguardia del Novecento e quindi dal futurismo al cubismo a Joyce tutto si svolge in una città che sembra favorire questo tipo di sperimentazione. Nel 1909 da Trieste, l’anno di fondazione del futurismo, Joyce scrive in italiano una pagina su Oscar Wilde, e quindi Trieste è un santuario delle avanguardie che dopo cento anni dalla presenza di Joyce  vede proporre le ricerche degli artisti e la loro sperimentazione. Questo vuol dire credere che Trieste abbia questo humus favorevole, abbia questo terreno fertile o perlomeno ne abbia la suggestione nel ricordo di Svevo, Bazlen, di Saba di Joyce di Weiss; insomma la città contiene tutto quello che oggi forse è già Storia ma che allo stesso tempo è ragione di stimolo e di compiacimento per gli artisti che si ritrovano a cent’anni dalle avanguardie, ancora a Trieste, in una città che ha tenuto una dimensione urbana straordinaria. La creatività poi si sposta – forse oggi non è più in Europa – ma certamente Trieste fu un presidio importante e questo può essere commemorato e tenuto come un valore nelle esperienze di un giovane artista.

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alcune foto alla Biennale di Venezia 2011. Padiglione Italia 

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sito web per info: biennaletrieste.it | intervista redatta da Arnon Debernardi