Intervista. L’ On. Ettore Rosato: La crisi ed il futuro dell’Europa.

Genius incontra l’On. Ettore Rosato, deputato PD, Componente della Commissione permanente IV Difesa e della Commissione bicamerale Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica. Con lui abbiamo potuto parlare del presente  e del futuro economico e politico dell’Europa.

foto di Salvatore Contino (tratta dal profilo di Facebook di Ettore Rosato)

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Siamo in un grande crisi democratica, non mancano esempi (come la nostra legge elettorale) per rappresentare il distanziarsi dei governi dalle persone, contemporaneamente il disegno istituzionale europeo, già molto sofisticato, viene interpretato con una certa avversione alla democrazia, ciò produce scarsità di consenso e quindi anche poca forza politica per camminare verso gli Stati Uniti d’Europa?

E’ importante non confondere democrazia e dittatura, una legge elettorale sbagliata può portare crisi di rappresentanza, difficoltà di rapporto tra eletti ed elettori, ma la democrazia non è in crisi e per fortuna vige ancora nel nostro Paese come negli altri Stati europei. La questione è sulla legittimità delle Istituzioni europee: a parte il Parlamento Europeo che è eletto, attorno alle Istituzioni comunitarie si è costruita una burocrazia che, anche se di alta qualità , non aiuta a sentire come proprie le scelte fatte dall’Europa, perciò credo che si debba procedere velocemente verso un governo politico europeo che sia legittimato da un voto popolare. Serve un punto di vista diverso: l’Europa non è un nemico ma la nostra casa, le misure prese non ci vengono imposte dall’Europa, ma sono misure che noi ci imponiamo attraverso l’Europa. Su questo argomento c’è stata la scelta demagogica –in particolare dell’ultimo governo – di attribuire all’Europa la responsabilità del suo ‘non fare’. E’ chiaro che se vogliamo gli Stati Uniti Europei abbiamo bisogno di norme uniformi e criteri omogenei su tutto il territorio europeo, quindi di leggi che l’Europa deve imporre a tutti, non solo a noi.

Non ci siamo arresi al predominio tedesco nell’ultimo accordo europeo a 26?

Assolutamente no, era un accordo che noi volevamo. Oggi siamo noi in questa situazione, ma domani ci potrebbe essere un altro paese al nostro posto, per cui penso che quando si chiede la solidarietà degli altri stati bisogna avere un senso di responsabilità che faccia corrispondere all’aiuto ricevuto il nostro rispetto di alcune regole. Vorrei ricordare che se dal giorno della caduta del governo Prodi – quando lo spread era a 37 – alle dimissioni di Berlusconi il differenziale BTP/BUND è cresciuto così tanto significa che il governo non aveva più la fiducia dei mercati. Abbiamo preso finalmente atto della situazione ed abbiamo messo in conto misure che l’Europa ha suggerito per continuare a sostenere l’Italia. Faccio un esempio: se la sanità calabrese va in deficit essa viene commissariato dal governo, e questa non è una cattiveria nei confronti della Calabria, è un dovere nei confronti del Sistema Sanitario Nazionale, e così vale anche per l’Europa nei confronti dell’Italia.

Il nuovo accordo europeo prevede inoltre l’allieneamento dell’età pensionistica all’ aspettativa di vita, ma comparando il dato sulla media di vita europeo (81,77) a quello USA (78,37), dove i tagli al sistema sanitario sono stati la regola da sempre, notiamo che una sanità carente porta ovviamente ad un abbassamento dell’età media della popolazione. Non crede che l’assenza di un dibattito politico sulla visione economica e sociale abbia creato un vuoto ed un indebolimento della politica che come soluzione delega alla parola ‘mercato’ la regolamentazione socio economica?

Non confondiamo l’età pensionabile con il sistema sanitario, perchè seguono principi completamente diversi. Inoltre la sanità nel nostro paese è a livelli d’ eccellenza mondiale: lasciamo perdere gli errori che a volte registriamo, nel mondo il nostro sistema sanitario è uno dei migliori, ma questo non vuol dire che noi non dobbiamo allineare l’età pensionabile all’aspettativa di vita. Purtroppo il cambiamento è stato fatto nell’ultimo momento utile, quindi oggi ci sono situazioni assolutamente gravi in cui un numero di persone si trova davanti ad uno scalone troppo alto, cosa che poteva essere evitata da una politica di maggior distribuzione negli anni, se fatta qualche anno fa. Io penso che non debba essere delegato nulla ai mercati, essi non devono gestire l’economia ma limitarsi a registrare i valori che influenzano la credibilità e l’appetibilità di un titolo, non sono i mercati che fanno i bilanci dello Stato. Nonostante ciò bisogna tenere conto dei mercati, perché l’Italia ha bisogno di materie prime e di credito, e visto che si vuole finanziare sui mercati internazionali dobbiamo tenere conto di cosa pensano del suo debito. Io ho mille obiezioni sulla capacità delle società di rating di essere affidabili, ma resta il fatto che il nostro debito è il 120% del nostro PIL.

Le politiche di austerità non producono la crescita, e adesso tutta l’Europa è sotto il tiro delle agenzie di rating, come si esce dalla crisi?

La soluzione è lo sviluppo, non c’è altra strategia. Questa manovra contiene più cose di quelle fatte negli ultimi tre anni e mezzo, misure come la capitalizzazione delle aziende – una cosa veramente necessaria – ci sono alcune scelte forti sulle liberalizzazioni, un primo passo importante verso la competitività. Penso che dobbiamo intervenire molto rapidamente e non solo sull’economia e sul sostegno alle aziende, dobbiamo investire principalmente nella formazione, nella scuola e nella ricerca. Siamo un paese senza materie prime, dobbiamo investire nel capitale umano, se non puntiamo su quello ci resterà solamente il Colosseo.

Sarkozy ha detto che serve una riflessione sulla concorrenza, in quanto non possiamo essere il mercato più grande e più aperto del mondo ed allo stesso tempo avere determinati controlli e standard di produzone che altri non devono rispettare…

Sono assolutamente d’accordo. Questo non vuol dire alzare barriere protezionistiche ma fissare degli standard di qualità che consentano a noi di avere la stessa possibilità di agire sui mercati, come noi diamo agli altri la possibilità di competere sul nostro. E’ bene ed è giusto che i cinesi vengano a vendere qua, ma noi dobbiamo avere la stessa possibilità di vendere sui mercati cinesi, ed i controlli a cui noi siamo sottoposti – ed è giusto che ci siano – devono essere reciproci sui loro prodotti. Questo ovviamente non vale solo per la Cina, l’apertura dei mercati ai nostri prodotti è condizione indispensabile per fare crescere la nostra economia, non possiamo pensare di produrre per l’interno e basta, la domanda interna è già al massimo. L’Italia ha una vocazione all’esportazione, per questo serve una politica estera migliore che abbia la capacità di incrociare gli interessi degli altri paesi, cosa che in questi anni è mancata. Un dato su tutti: in questi tre anni e mezzo Berlusconi è andato una volta in Cina perché c’era il G8, è stato in Brasile una sola volta perché doveva andare a Panama ed in India non ci è mai andato. Merkel e Sarkozy ci sono andati ogni anno in questi paesi: siamo stati completamente assenti, è chiaro che questi sono i più grandi mercati del mondo e sono a noi indispensabili per la penetrazione delle nostre aziende e dei nostri prodotti, questo è un argomento che potrebbe aiutarci e penso che l’attuale governo lo affronterà.

Si sente dire ‘abbiamo fatto l’Europa ora dobbiamo fare gli Europei’, ma ormai la cultura massmediatica e la condizione economica hanno diminuito drasticamente le differenze tra la vita di un giovane italiano da quella di un inglese o tedesco, la loro generazione vedrebbe facilmente l’Europa come un contenitore di simili. Contemporaneamente chi prende le decisioni appartiene ad una generazione diversa, fatta di uomini e donne molto più arroccate nella propria dimensione nazionale. L’unione fiscale che si firmerà a marzo non entusiasma l’animo del popolo europeo, servirebbe una vera unione con elezione di un presidente ed un Parlamento Europeo che sostituiscano l’enorme potere della Commissione, ma oggi la realizzazione del grande sogno, quello che ha portato largo sostengo popolare al progetto comunitario, ovvero una grande nazione fatta di componenti eterogenee che producono il primato culturale e politico mondiale, non sembra essere un obbiettivo realizzabile dalla classe dirigente attuale. L’Europa non e’ un posto per vecchi?

Io credo che l’unione fiscale sia un passo nel verso giusto, tutte le cose che ci mettono assieme sono passi nella giusta direzione, per questo spiace per l’allontanamento dell’Inghilterra, che tutto sommato è un paese cardine del sistema europeo, ma penso che ognuno sia in grado di fare le sue scelte e di pagarne le conseguenze, oggi la sterlina è forte, ma non è detto che le cose vadano così per sempre.

Sicuramente l’Italia è un paese gerontocratico, ma gli altri paesi lo sono molto meno, quindi non è detto che ci sia un predominio di una generazione sulle altre, assisteremo ad un rinnovamento e ad un aumento della consapevolezza che l’euro è la nostra casa. C’è una cosa che registro positivamente: la generazione dei miei figli non ha mai vissuto con la lira e ricorda a stento i confini tra gli Stati. Forse diamo una lettura un po’ pessimistica, dobbiamo ricordare che il secolo scorso è stato il secolo delle guerre, e tutto questo oggi è superato attraverso una coesione tra i Paesi europei che qualche volta è più forte della coesione che abbiamo tra le regioni italiane, come tra l’ovest e l’est della Germania o tra il nord ed il sud della Spagna, per non parlare del Belgio che nella sua realtà non riesce ad avere un governo da quasi due anni a causa delle divisioni tra le diverse culture che condizionano quel paese. L’Europa può essere più facilmente la casa di tutti, una casa grande ed ampia, che deve rispettare le differenze e consentire a tutti di vivere nella loro completezza con delle regole che ci mettano tutti assieme. Io penso che l’Europa sia veramente una grande opportunità, la vorremmo più rapida ma purtroppo non è così, ci sono le gelosie, le difficoltà, le armonizzazioni dei sistemi, le lingue che ci dividono, i diversi sistemi di bilancio e mille altre cose che non rendono semplice il nuovo disegno istituzionale.

Alle prossime elezioni sarà difficile ottenere grande consenso con le parole “mercato libero” ed “unione europea”, i partiti nazionalistici sono in crescita ed inoltre giocano su un campo favorevole a loro, questa nuova Europa è destinata a subire mutazioni nel giro di poco tempo con il nuovo turno elettorale di Italia, Germania e Francia?

Io penso che esista la tentazione di isolamento di chi vuole pensare di costruire il suo consenso su una scelta di autonomia o di antieuropeismo, ma allo stesso tempo penso che questo percorso sia già stato provato negli anni ed ha dimostrato più volte il suo fallimento. Diversi sondaggi evidenziano come ad esempio il popolo italiano pensa all’Europa come un’opportunità, e se usciremo da questa crisi sarà grazie all’Europa, non nonostante l’Europa.

I festeggiamenti di fronte alle dimissioni di Berlusconi sembrano ormai lontani, anzi in qualche modo appoggiando il governo si sta rifacendo la propria verginità, operazione già conclusa con successo dalla Lega Nord che è all’opposizione, in più Lega e PDL avranno sempre la possibilità di far cadere anticipatamente il governo magari portandoci ad elezioni nel momento a loro più favorevole. L’opzione centrista sembra la scelta attuale del PD, ma a partire dagli scioperi di questi giorni ed immaginando la situazione che avremo tra un anno non rischiate un’ ulteriore emorralgia di voti?

Abbiamo già messo in conto che gli Italiani si sono già dimenticati di che cosa era il governo Berlusconi e di come siamo stati trascinati in questa crisi. Io credo che ci sia un elemento che è nostro obbligo ricordare: è stato grazie al nostro senso di responsabilità che abbiamo acconsentito la formazione del governo Monti, le urne sarebbero state la fine dell’Italia, non per il risultato elettorale in sé, ma per i quattro mesi di campagna elettorale che avremmo dovuto attraversare. E’ chiaro che questa è una manovra che mette a dura prova gli elettorati di tutti. Noi abbiamo lavorato affinché fosse una manovra più equa possibile e tenesse conto di elementi di innovazione e di discontinuità rispetto al precedente governo, abbiamo tassato nuovamente i capitali scudati, siamo intervenuti con norme che fanno pagare i patrimoni, come i bolli sui titoli, sulle auto di lusso, barche e sulle seconde case. Siamo intervenuti pesantemente su cose che il governo Berlusconi aveva completamente abbandonato, come la lotta all’evasione fiscale e la tracciabilità, con norme ben precise per le aziende per fare emergere il nero. La prospettiva politica è semplice: noi staremo con chi ci sta anche adesso, perché chi condivide le responsabilità potrà essere un partner per il futuro, chi non condivide responsabilità e non assume il peso di queste scelte non potrà ritirare l’incasso elettorale assieme a noi.

Alla riduzione dei costi della politica ci credono in pochi, in più il paese vive in una spirale di odio ed invidia per cui ormai la richiesta non è “avere di più”, ma togliere agli altri, come si può pensare di ‘crescere’ se viviamo in una crisi culturale e civile che ci porta a pensare al ribasso?

I conti della politica sono un problema serissimo, vero e ragionevole,  ma mai nessun parlamento ha fatto quello che ha fatto questo parlamento, cancellando vitalizi, diminuendo paghe, intervenendo anche in maniera radicale sui privilegi, o presunti tali. Ma non è questo il centro della questione: il vero problema è incitare la gente a fare politica, a non pensare che basti la società civile, perché o c’è l’anarchia, o la dittatura o la democrazia, e per fare la democrazia ci vuole la politica, la buona politica. Questa campagna di stampa è alimentata artificiosamente da chi vuole una politica debole per continuare a tutelare i poteri forti: questa situazione blocca il cambiamento, perché così i migliori non si avvicineranno mai alla politica, faranno altro, e da questa situazione ne deriva una classe politica fatta di deficienti, ladri, incapaci oppure di uomini molto ricchi. I costi e gli sprechi vanno cancellati, ma quelli che fanno questo mestiere hanno diritto ad avere una retribuzione adeguata al loro lavoro, inoltre su Repubblica è stata pubblicata una tabella da cui si evince che i parlamentari italiani non costano di più di quanto costano i parlamentari di altri paesi. Questo è un argomento difficile di cui parlare e che nessuno vuole sentire, ma per esempio io non ho fatto politica per avere uno stipendio più alto, e sono uno di quelli che ha lavorato per la riduzione del vitalizio, che considero tutt’ora un privilegio assurdo, ma allo stesso tempo penso non sia possibile avere una paga più bassa del commesso della Camera. C’è una responsabilità enorme del sistema d’informazione nell’avere condotto un attacco indiscriminato, mettendoci tutti sullo stesso piano: io non ho nulla a che fare con certi figuri e pretendo che il mio lavoro venga valutato per quanto costa e per quanto produce. Il problema è che la politica produce poco perché gli anni del berlusconismo hanno svuotato il Parlamento delle sue funzioni, mentre i poteri forti hanno ottenuto un indebolimento della politica attraverso una campagna denigratoria,  per cui oggi la politica non è più in grado di intaccare chi ha grande potere. Invece di dedicarsi solamente alle paghe dei parlamentari – che, ripeto, vanno ridotte, ne sono convito e posso dimostrare il mio operato in questa direzione – i giornali dovrebbero anche parlare del perché gli immobili delle banche devono essere rivalutati del 20%, mentre le case del 60%.

L’IMU andrà al governo centrale, la sua manovra prevede un ridimensionamento di provincia e regioni, l’amministratore locale diventerà un mestiere ancora più difficile?

Distinguiamo tra quello che è un indirizzo ormai assunto dalla politica – ovvero un ridimensionamento di dimensione e ruolo delle province o la loro scomparsa – da quello che accade su comuni e regioni. L’IMU resta una tassa il cui gettito andrà prevalentemente ai comuni che avranno una potestà normativa un po’ com’ era sull’ICI, è paradossale che il governo della Lega Nord non sia stato in grado di fare quello che ha fatto il governo Monti, perché questo equivale a dare uno strumento ai Comuni che saranno così in grado di governare i loro bilanci. E’ chiaro che poi fare l’amministratore locale è più facile quando è tempo di vacche grasse.

L’abbandono dell’Inghilterra potrebbe essere visto come un chiaro segnale di ‘orientalizzazione’ dell’Europa, questo possibile futuro potrebbe favorire un’ascesa di Trieste e del nord est in una nuova dimensione mitteleuropea?

Per l’Inghilterra la porta non si è chiusa per sempre, c’è una situazione di crisi che peraltro sta nelle corde degli anglosassoni, che hanno sempre avuto questo atteggiamento autonomista, ma se in futuro non volessero rientrare vuol dire che procederemo a due velocità. E’ chiaro che il baricentro si sposta verso est e verso sud, ma non credo che l’uscita dell’Inghilterra potrà favorire Trieste, le occasioni vanno colte, ma non illudiamoci che la sola posizione geografica possa essere ancora discriminante.

Cosa può fare il Friuli Venezia Giulia per avere un futuro in questa Europa?

Bisogna rompere le barriere interne. Siamo grandi come la provincia di Brescia, non possiamo continuare a dividerci su ogni cosa in un tentativo disperato di autonomismo. Dobbiamo interpretare i nostri punti di forza: ricerca ed innovazione sono ad esempio una caratteristica di Trieste, dobbiamo investire in maniera importante nella logistica, perché siamo veramente uno snodo logistico fondamentale. Abbiamo bisogno di un ruolo internazionale molto più forte, per essere attrattivi agli investimenti ed essere contemporaneamente cerniera tra est ed ovest: anche senza il muro di Berlino esiste ancora la necessità di collegare due aree culturali che per anni non si sono parlate.