Intervista a Mauro Suerzi Stefanin

Chi, nel mondo della moda, non ha mai sentito parlare di marchi come Liu Jo, Max Mara, Max&Co. e Gallo? La persona che sta dietro a queste realtà ha una storia che parte proprio da Trieste e si allarga a macchia d’olio fino a toccare i confini del mondo, arrivando addirittura in Asia.  Stiamo parlando di Mauro Suerzi Stefanin, tipico esempio di self made man che ha iniziato dal capoluogo giuliano per poi arrivare a toccare apici europei e mondiali con le sue attività imprenditoriali. Il nostro Direttore Francesco La Bella ha preso un caffè e scambiato quattro chiacchiere con una delle personalità più illustri nel campo dei brand “monomarca”.

Innanzitutto, chi è Mauro Suerzi Stefanin? Da dove parte la tua storia?

Sono nato a Trieste, nel 1955 e la curiosità del doppio cognome viene dal fatto che qui a Trieste tutti mi conoscono come Suerzi, mentre al di fuori della mia città natale sono conosciuto come Stefanin. Devo dire, scherzando, che il doppio cognome ha una certa praticità: quando infatti non voglio farmi riconoscere, uso solamente uno dei due cognomi.

Partiamo dagli inizi: hai iniziato a muoverti nel campo della moda per passione o per qualche altro motivo?
Direi che sono state le circostanze: ho cominciato negli anni Settanta, quando Trieste era il polmone che dal punto di vista commerciale si rivolgeva oltre confine. Io personalmente ho voluto elevarmi dal punto di vista della qualità, non buttandomi subito nel business commerciale orientato verso l’Est europeo, ma intanto qualificando il mio lavoro di imprenditore e agente di commercio andando a cercare marchi importanti o non ancora individuati nella nostra zona. Devo però dire che, essendo legato a Trieste, ho sempre cercato di tenere a cuore la mia città e di fare tutto quello che potevo partendo proprio da qui”.

Dunque la tua strategia, fin dall’inizio, è stata quella di cercare di importare marchi?
Sì, come ti dicevo fin da subito ho privilegiato la qualità: quando tutti vendevano jeans, io mi sono invece buttato maggiormente sull’attività di rappresentante provando a distribuire brand più qualificati nel Triveneto, per poi provare ad allargarmi a macchia d’olio”.

Quali sono, ad oggi, i tuoi marchi qualificati di cui vai orgoglioso?
Spenderei una parola per Max&Co., nato nel 1985: all’epoca lavoravo da Max Mara, ma mi ero accorto che ci sarebbe stato bisogno di un negozio con un taglio più giovane. Allora mi recai dal patron della Max Mara, che all’epoca era Achille Maramotti (l’inventore del pret a portet) e gli portai questo progetto. Per tutta risposta mi disse di rivolgersi a suo figlio Luigi, oggi presidente del gruppo, e di presentargli la mia iniziativa. In quest’avventura ho coinvolto anche mia sorella, che all’epoca lavorava da Benetton ed iniziammo così, da Trieste. All’inizio il marchio si chiamava Campus Shop, ma dal punto di vista del mercato mondiale sembrava un pò debole come nome ed allora abbiamo cercato un riferimento che desse una sensazione di maggior appartenenza all’azienda. Da qui, nasce Max&Co.: dall’inverno 1986 ad oggi, il progetto partito da Trieste si è allargato e, in Europa e nel mondo, può contare su centinaia di negozi e proprio il fatto che l’origine di tutto sia nella mia città natale mi rende molto orgoglioso di tutto ciò.

Ti sei confrontato dunque anche tu con le burocrazie ed il mercato territoriale di Trieste: come vedi la situazione qui nel nordest
Vedo Trieste come una città dormiente, ma che avrebbe grandi potenzialità nell’esprimere il valore di ciò che rappresenta questa città, sotto il punto di vista del commercio, dell’arte e della cultura. Qui ho le mie radici e non ho intenzione di mollarle; come detto prima, finchè posso cercherò di dare a Trieste dei piccoli ma significativi contributi.

C’è qualcosa, nella tua esperienza, che non rifaresti?
Sinceramente no: se dovessi ripartire daccapo farei gli stessi passi, magari con tematiche diverse ed in maniera moderna. La società che feci assieme alla famiglia Maramotti, New Max, fu fondata perchè avevo volontà ma di quattrini non ne avevo molti: di questo vado fiero. Ma il dottor Achille vide questo giovane volonteroso e mi diede una possibilità. Io, poi, coinvolsi mia sorella nella parte del “buying” del prodotto e mio fratello nella parte operativa ed aprimmo molti negozi sul territorio delle Tre Venezie. Voglio citare la mia famiglia perchè, senza di loro, il business del retail sarebbe stato difficile”.

La chiave del tuo successo?
Direi la forza del gruppo Max Mara, la modernità del business e del retail che negli anni Ottanta questa realtà aveva. Sono dell’idea che gli uomini di successo debbano tanto alle aziende che sono di successo: Max Mara è stata l’idea che ha fatto capire che la chiave, negli anni Ottanta, era concepire il brand in maniera moderna. Ancora oggi, il cavallo vincente di Max Mara è Max&Co., perchè sa dare un prodotto che, a livello di qualità-prezzo, è coerente con le esigenze di mercato. Oggi distribuisco con il marchio Liu Jo in tutti i paesi dell’est con un ufficio a Trieste, seguito dalla sua persona di fiducia Gabriella. Uno dei motivi del mio successo sono i miei collaboratori!

Un’esperienza, la tua, che ha toccato diverse realtà dell’Italia, ma anche del mondo: ce ne vuoi parlare?
Negli anni ’80-’90 aprimmo diversi negozi con Max&Co., il primo al mondo fu aperto proprio a Trieste: siamo citati anche in un libro che si chiama “i marchi di successo” (assieme a brands come Ikea H&M Zara); dal 1986 mi sono trasferito a Milano, dove ho vissuto per vent’anni. Il mio trasferimento in Lombardia mi ha fatto assaggiare quel cosmopolitismo che c’è a Milano: vivere a Milano, e vivere il mondo, ti dà quella modernità che vedi in giro e che poi, quando torni nella tua città, riesci a portarti dietro ed a trasferire”.