Intervista con Gianandrea Gaiani: L’unione Europea ha solo da rimetterci dalla crisi ucraina

A oltre un anno dall’inizio della crisi ucraina, il direttore di Analisi Difesa ci rivela gli aspetti rimasti nell’ombra e i giochi strategici dei Paesi coinvolti. Bolognese, esperto di storia militare e strategia, giornalista affermato e firma del Sole 24 Ore e del Foglio, Gianandrea Gaiani non ha bisogno di molte presentazioni perché le sue parole parlano per lui: schiette e disarmanti.

Il 18 marzo cade il primo anniversario dell’annessione della Crimea alla Federazione russa, che ha segnato una grande vittoria politica per Putin. Quali sono state le implicazioni strategiche di questa mossa?
Mosca è stata accusata in Occidente, e dalla NATO stessa, di aver trasformato la Crimea in una grande base militare e di averci concentrato armamenti sofisticati. Di fatto, la Crimea ha sempre avuto un valore strategico sul piano militare per la presenza di basi navali e basi aeree e la sua annessione ne ha dato conferma. Per i russi era prioritario riprendersi la Crimea, che una volta era Russia, per mantenere il controllo delle sue basi: Sebastopoli e gli aeroporti. Ma c’è un valore strategico anche nei confronti del conflitto in Ucraina. Infatti, se si guardano i movimenti sul fronte, il tentativo dei filorussi è quello di riunire il Donbass alla Crimea attraverso le offensive a Mariupol, come obiettivo a lungo termine. Infine, la Crimea e le sue basi sono state fondamentali, negli ultimi anni, per consentire alla Russia di sostenere il regime siriano di Bashar al-Assad. La flotta del Mar Nero, che ha base in Crimea, ha bisogno della sua casa madre a Sebastopoli per raggiunge la base di Tartus, in Siria, dove arrivano gli equipaggiamenti che la Russia fornisce alla Siria. Toglierla della Crimea, almeno per un certo periodo di tempo, significava anche privare la Siria della capacità di ricevere il supporto militare russo. Quindi, il golpe del Maidan, io lo definisco così perché il governo precedente era regolarmente eletto e nessuna organizzazione internazionale ne aveva contestato la legittimità, è un attacco diretto alla Russia. Putin ha subito una sconfitta che sta cercando di compensare parzialmente con l’annessione della Crimea e con il sostegno alle rivendicazioni indipendentiste del Donbass.

Quali sono invece gli interessi dell’UE in un Paese che è sull’orlo della bancarotta? In fondo, se si trattasse di interessi strategici legati alla sua posizione geografica, l’Unione europea potrebbe “appoggiarsi” ad altri Paesi che si affacciano sul Mar Nero (Romania e Bulgaria)?
Io credo che dietro ci siano sostanzialmente gli interessi statunitensi con l’appoggio di alcuni Paesi europei, come le Repubbliche baltiche e la Polonia, grandi sostenitori della rivolta del Maidan. Ma ci sono anche interessi tedeschi. L’Ucraina ha dei grandi distretti industriali, soprattutto industria pesante e aeronautica che fino ad oggi ha lavorato con i russi  – Antonov per esempio  –  tecnologicamente un po’ arretrati, che potrebbero diventare facile preda di acquisizioni, in un Paese in bancarotta, da parte dei grandi gruppi europei. Alcuni di questi hanno grande liquidità, anche nel settore industriale, e sono per lo più tedeschi. E noi sappiamo bene che poter acquisire a basso prezzo interi gruppi industriali in Ucraina, dove lo stipendio medio di un operaio è tra i settanta e centro euro al mese, potrebbe consentire di delocalizzare e fare produzioni di alta qualità a bassissimo costo. Quindi di interessi ce ne sono tanti, ma non li definirei dell’UE, quanto di alcuni Paesi europei e anche extraeuropei, come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, che con il trasferimento dell’Ucraina dall’orbita russa a quella occidentale darebbero un grande smacco a Russia in termini strategici. Se domani infatti ipotizziamo un’Ucraina nella NATO, avremo gli americani a trecento chilometri da Mosca. Ma anche sul piano economico perché l’Ucraina era una pedina fondamentale del progetto di grande Unione euro-asiatica che la Russia sta portando avanti con le sue ex Repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale ma anche l’Ucraina, e oggi, quest’unione ha di fatto perso un pezzo importante.

Quindi non sembra che l’UE abbia tanto da guadagnarci dalla crisi ucraina…
In realtà, l’UE ha solo da perdere da questa crisi perché sul piano energetico avevamo il gas russo a basso costo. Se ci fosse una nuova esplosione della guerra o saltassero i gasdotti, questo rifornimento sarebbe messo a repentaglio, considerato che le nostre fonti energetiche alternative, come il Nord Africa o il Medio Oriente, sono anche queste in fiamme. Inoltre, l’interscambio commerciale con la Russia vedeva molti europei, in particolare tedeschi e poi italiani e francesi, fortemente coinvolti. Non a caso, nel momento in cui sembrava che la crisi ucraina stesse degenerando in una guerra totale, tedeschi e francesi hanno rotto gli indugi, senza avvisare gli americani, e hanno avviato un negoziato diretto con Putin.

E come valuta il ruolo dell’Italia, soprattutto dopo le recenti dichiarazioni del Ministro degli Esteri Gentiloni sul cambio di politica riguardo alle sanzioni alla Russia?
Guarda caso, anche Renzi, dopo la sua visita a Mosca, ha precisato che non ci saranno nuove sanzioni alla Russia e che quelle in corso sono del tutto rivedibili in qualunque momento e revocabili, dando un segnale forte che alcuni Paesi europei non sono più disposti a seguire gli americani o altri Paesi molto filoamericani dell’Europa – le Repubbliche baltiche e la Polonia – in una strada di collisione con la Russia, perché non è di certo nei nostri interessi.

Cosa sperano di ottenere invece gli Stati Uniti dalla crisi ucraina?
Io personalmente credo che l’obiettivo del golpe del Maidan nell’ottica strategica americana fosse quello di creare un solco fra la Russia e l’Europa. In realtà la reazione blanda ma sempre più decisa degli europei rischia di dare l’effetto opposto: allargare l’Atlantico, cioè aumentare la distanza tra gli Stati Uniti e i suoi alleati europei. Non dimentichiamoci che quello che tiene unita la NATO, cioè l’Europa Occidentale agli Stati Uniti, dopo la caduta del muro di Berlino è sostanzialmente l’esigenza comune di mantenere stabili le aree energetiche – Nord Africa e Medio Oriente – perché servivano a tutti. Quindi le guerre nel Golfo nel 1990 e poi quelle più recenti hanno l’obiettivo di mantenere stabili le aree energetiche petrolifere e di gas. Oggi questo interesse gli USA non ce l’hanno più perché sono una potenza energetica, hanno l’autosufficienza e nel 2020 saranno i più grandi esportatori di energia, quindi a loro non conviene più investire sulla sicurezza di queste aree. A noi invece sì, e con un po’ di malizia, potremmo dire che a loro conviene addirittura destabilizzarle. Se guardiamo al ruolo degli USA nell’attacco a Gheddafi nel 2011 poi portato avanti dagli europei, o a quello nel sostenere la rivolta in Siria contro Bashar al-Assad – che non è un santo ma è un elemento di stabilizzazione per noi per tutta l’area – vediamo che sembra più volto a destabilizzare. Anche la stessa guerra allo Stato Islamico così blanda e inefficace è un intervento che la sta ampliando la destabilizzazione. In fondo fecero cadere il regime di Saddam Hussein in sei settimane, contro IS dopo sei mesi è cambiato poco. L’Europa, quindi, deve tutelarsi evitando di scavare un solco più profondo con la Russia con cui ha molti più interessi in comune rispetto agli USA, anche nella guerra con l’Islam estremista, in cui i russi sono da sempre in prima linea.

Si è spesso sentito parlare di dipendenza della Russia da una produzione industriale di nicchia in cui l’Ucraina si sarebbe specializzata in epoca sovietica, ovvero componentistica per razzi e motori per elicotteri. Se ciò fosse vero, potrebbe costituire un importante strumento nelle mani di Kiev così come di Mosca, il gas da cui l’Ucraina è dipendente. In entrambi i casi bisognerebbe trovare un’alternativa…
Per la precisione, la dipendenza era legata anche alla produzione di motori navali e la Russia ha già trovato l’alternativa. Dall’anno scorso, lo ha annunciato Putin stesso, l’industria militare nazionale sta facendo uno sforzo per produrre in Russia quei componenti dei vari prodotti della difesa che prima venivano realizzati in Ucraina ed entro due o tre anni Mosca prevede di raggiungere l’autosufficienza in questo campo. L’Ucraina, al contrario, non ha questa opportunità e dovrà continuare a dipendere dalla Russia oppure dall’Europa, nel senso che quest’ultima acquista il gas russo e lo rigira all’Ucraina. Questo è già in parte successo negli ultimi tempi per compensare le sue carenze legate al ritardo nei pagamenti in cui è incorsa Kiev. La Russia, insoddisfatta dell’insolvenza ucraina o dei suoi ritardi, bloccava le consegne. Di conseguenza, pare molto difficile che l’Ucraina riesca, al contrario della Russia, a compensare questa sua dipendenza.

È meglio dire “la superiorità dei mezzi in dotazione ai separatisti filorussi” o “le pessime condizioni e l’obsolescenza delle armi dell’Esercito ucraino”?
Normalmente gli armamenti sono quasi sempre gli stessi, con delle differenze. Ultimamente, ci sono delle prove anche fotografiche, di equipaggiamenti presenti solo in Russia. E questo accade in concomitanza con le ultime offensive. Diciamo che chi va a visitare il fronte vede che a difendere le postazioni ci sono i miliziani del Donbass, anche armati in maniera un po’ raffazzonata, dai quali non ci si può aspettare offensive lampo e vincenti come quelle che ci sono state. È molto probabile che se si parte all’offensiva dalla frontiera russa entrino volontari, più facilmente militari inquadrati in gruppi non ufficialmente riconducibili all’Esercito russo, ma anche soldati russi, perché l’anno scorso vennero catturati dalle forze ucraine dei paracadutisti russi e Mosca si giustificò dicendo che si erano persi. In questo caso, sono arrivati anche armamenti in dotazione solo ai russi con una sofisticazione maggiore che riguarda l’elettronica, come l’uso di visori notturni e radar campali, sistemi che permettono di avere una consapevolezza delle operazioni sul terreno che gli ucraini non hanno. Quello che gli ucraini pagano è l’avere Forze Armate che per anni non sono state addestrate: i tagli al bilancio rendevano possibile solo lo stipendio e dare da mangiare ai soldati. Di conseguenza, non sono in grado di combattere e spesso, quando sono circondati dai filorussi, non hanno neppure il carburante (un po’ ne è stato fornito dalla Polonia) per ritirarsi. Allora, quando hai delle fanterie inchiodate sul territorio che non hanno il carburante per muoversi e poche munizioni basta solo che l’avversario abbia un po’ di munizioni, mobilità, carburante e qualcuno che sappia come si conducono delle operazioni e il successo lo puoi già conseguire. La mobilità in quelle aree è importante, l’abbiamo visto già nella Seconda guerra mondiale quando i tedeschi circondarono interi reparti russi che ne erano privi.

Quali sono, secondo lei, gli sviluppi futuri della crisi? È possibile immaginare un “conflitto congelato”?
Io credo di sì, perché Kiev non ha i mezzi per riconquistare il Donbass. Nel momento in cui Putin, se vogliamo metterla sul piano di una partita a poker, sostiene le forze indipendentiste dell’Est, queste partono all’offensiva e riconquistano territori. La NATO che invece a parole promette di sostenere militarmente Kiev, si rivela un bluff sul piano militare. Perché quando i separatisti del Donbass avanzano, manda un po’ di truppe, aerei e navi nei Paesi membri circostanti, un intervento che non ha nessuna influenza sull’andamento del conflitto che si gioca in Ucraina. Nemmeno un soldato ad aiutare Kiev, che la obbliga a negoziare con i russi per evitare di ritrovarseli fino al Dnepr. Quindi, il congelamento della crisi tentando un accordo che stabilisca nuovi confini con un’autonomia regionale molto forte nell’Est, un’Ucraina federale o a una piena indipendenza, lo si vedrà. Credo, però, che se la debolezza di Kiev continuerà a persistere ed emergerà chiaramente che gli europei non vogliono più rischiare un confronto con Mosca, c’è il rischio che qualcuno in Russia o nel Donbass possa pensare di completare l’opera riconquistando quei territori dell’Ucraina che sono tradizionalmente russofoni e spezzare il Paese: da un lato inglobando Kharkiv, a nord, dall’altro, creando un cordone che unisca nel fronte meridionale  attraverso Mariupol il Donbass alla Crimea e nell’ipotesi più ampia, portando i confini tra le due Ucraine (filorussa e filoeuropea) al Dnepr. Tuttavia, questi sono scenari, anche militarmente, molto rischiosi.