Intervista al Gen. Paolo Serra, Force Commander Unifil

“Siamo qui per un dovere morale”

Sono trascorsi quasi due anni dal 28 gennaio 2012, data che ha segnato un nuovo inizio per l’Italia alla guida della missione UNIFIL – United Nations Interim Force In Lebanon. Il Generale di Divisione Paolo Serra è a capo di una forza costituita da circa 12.000 peacekeepers provenienti da 37 nazioni diverse e tra questi  1100 sono gli uomini del contingente italiano responsabile del Sector West, nel sud del Libano.

A Naqoura, municipalità adagiata sulla costa nel sud del Libano – quartier generale di UNIFIL – veniamo accolti in una piccola sala vetrata, antestante la quale troneggiano le bandiere degli Stati impegnati nella missione delle Nazioni Unite. Mi perdo nei miei pensieri e immagino Il Principe del Machiavelli che per mantenere la fedeltà e l’unione tra i suoi sudditi non deve curarsi ‘dell’infamia di crudele’ che gli viene attribuita. Cerco di ricondurre la sua immagine a quella del comandante ma la sua figura mi riporta alla realtà.

Tutt’altro che principe crudele, di lui colpiscono l’espressione bonaria – forse inusuale nell’immaginario dei profani estranei al mondo militare  – e la voce pacata e profonda. E’ torinese, alpino di carriera, e prima di essere promosso Generale di Divisione e successivamente nominato Head of Mission di UNIFIL II, ricopre incarichi di spicco come Addetto militare per l’esercito presso l’Ambasciata d’Italia negli Stati Uniti e come comandante della Multinational Force italo-slovena-ungherese presso Udine.

“Generale, può illustrare brevemente la situazione libanese?”

“A un osservatore esterno la situazione libanese appare stabile e di una pace ormai consolidata. Ma per noi che siamo direttamente coinvolti e che la vediamo dall’interno è molto più fragile. Infatti,  questa “pace” dipende esclusivamente dalla buona volontà delle parti, e quindi dal loro reciproco  impegno ad evitare che il conflitto si riaccenda. Non esiste un accordo per la cessazione delle ostilità, ma solo un mutual understanding. Perciò è importante impegnarsi non solo a livello militare ma anche politico. Non dobbiamo occuparci solo di monitorare la cessazione delle ostilità in base a quanto stabilito dalla risoluzione 1701 nel 2006, ma cercare di impegnarci al meglio per raggiungere un pace. Tutto ciò non avviene attraverso attività politiche ma fornendo una finestra di opportunità per dialogare. Mensilmente, viene organizzato un tripartite meeting, in cui l’ONU fa da mediatore. Questi incontri hanno un alto impatto e sono attualmente le uniche occasioni esistenti in cui le due parti – Libano e Israele – si parlano, anche se non direttamente. Dal 2006, questa è la prima generazione che vive in una situazione che per noi rappresenta la normalità ma per loro è straordinario. Ecco perché dobbiamo impegnarci affinché questa straordinarietà permanga e che diventi la normalità anche per loro. Vede, la situazione qui è molto delicata. Pensiamo ai profughi palestinesi, ad esempio; loro non vengono affatto integrati qui, non godono dei diritti democratici e, ad oggi, non hanno il diritto di voto. Vivono nella totale emarginazione e questo alimenta anche il loro antagonismo verso lo Stato di Israele. Si tratta di un’emergenza a cui tutte le istituzioni e gli attori politici e civili dovrebbero prestare attenzione, non solo le Nazioni Unite.”

“In un periodo storico così difficile per l’Italia sia sotto l’aspetto politico che sotto l’aspetto economico, e in cui si è sempre più abituati a sentir parlare di tagli e spending review, si è sottoposti a maggiori critiche circa la spesa per le missioni all’estero. Quanto è importante, dunque, per l’Italia dimostrare il suo ruolo in ambito internazionale e qual è, a suo avviso, la motivazione che giustifica la presenza italiana in Libano?”

“Con molta franchezza, noi siamo qui per un dovere morale! Ma se volessimo elencarne altri, i motivi sono molteplici. Questa è un’area molto sensibile. Fondamentale è il suo ruolo nel Mediterraneo, dato che entrambe le nazioni fanno parte dell’Unione del Mediterraneo. Il Libano è una terra di mezzo e la presenza italiana è stata importante fin dagli anni ’80, con le prime ostilità, al fine di sviluppare un’opera di mediazione tra le sue parti. La vicinanza culturale, forte di secoli di storia comune, ha contribuito a sentirsi maggiormente coinvolti e operare al meglio per gli sforzi di pacificazione. Non dimentichiamo poi, che l’Italia è il primo partner commerciale del Libano a livello europeo, nonché il secondo a livello mondiale. Questo ci permette di affermare che intervenire in sostegno a questo Paese e alla sua popolazione è un investimento e nient’affatto una spesa. La regione mediorientale è punto di riferimento per la nostra nazione, ed essendo un’area calda dal punto di vista politico, il nostro è un investimento alla sicurezza non solo italiana ma anche globale. I fondi per finanziare UNIFIL vengono erogati dalle Nazioni Unite. Ogni anno sono stanziati 500 milioni di dollari che vengono utilizzati per rimborsare le truppe e far fronte alle spese per la logistica, il carburante, le materie prime e anche i generi alimentari. Per questo, mi sento di dire che si tratta più di un guadagno che di un impegno per l’Italia.”

“Dalle Sue parole emerge un forte coinvolgimento, anche emotivo, nel lavoro che svolge. Oltre al Force Commander, ruolo che Le compete nel suo ambito professionale, Lei riveste anche l’incarico di Head of Mission, ovvero capo della missione UNIFIL che risponde direttamente al Segretario Generale delle Nazioni Unite. Riscontra delle difficoltà negli incontri tripartiti in cui Lei deve effettivamente fare le veci del diplomatico?”

“I tripartite meeting sono incontri tra rappresentanti delle forze armate isreliane (IDF) e libanesi (LAF) presieduti e mediati dalle Nazioni Unite, che io rappresento. Da militare è facile perché si ha lo stesso background. Si sa fino a dove arrivare e quando avanzare richieste. A livello tattico  e territoriale abbiamo raggiunto risultati importanti. UNIFIL è comunque una presenza che viene rispettata da entrambi, e questo costituisce già un punto fondamentale.”

“Quindi Lei è fiducioso in un’evoluzione positiva della situazione.”

“Il nostro impegno sta portando buoni frutti dato che entrambe le parti hanno aderito a questo speciale tripartito con grande energia e voglia di trovare una soluzione. Non si può dire lo stesso del passato, dove il dialogo era più ostico. Questo dimostra una volontà politica di mantenere la situazione nel sud del Libano la più stabile possibile.”

“Sebbene ci sia grande impegno da parte del personale civile e militare, le Nazioni Unite vengono spesso criticate di essere inefficaci perché non riescono a gestire situazioni di crisi – come nella ex-Jugoslavia, ad esempio – o perché disattendono gli obiettivi delle missioni poste in essere.  Mi rendo conto che si tratta di una critica un po’ impopolare…”

“Le Nazioni Unite sono l’unica istituzione che può nel concreto offrire la possibilità di stabilizzazione a Paesi che altrimenti non avrebbero altre opportunità. Vi sono istituzioni più efficaci, ma l’interesse che muove le loro azioni è interno all’istituzione stessa, agiscono cioè per fini dell’istituzione od organizzazione stessa. L’ONU, invece, agisce per un fine superiore e per un interesse sovranazionale, che guarda a livello micro e macroglobale. Lavora per i più deboli e si dedica ad attività diverse. Anche se si salva una sola vita si fa tanto. Ogni giorno, nel mondo muoiono 26.000 bambini sotto i 5 anni, e l’ONU interviene anche e soprattutto a sostegno della vita. L’area di competenza di UNIFIL è il sud del Libano, ma le Nazioni Unite prestano sostegno anche ai rifugiati siriani che secondo le stime dell’UNHCR sono più di 750.000. Questi si aggiungo a oltre 1 milione e mezzo di profughi palestinesi già presenti sul territorio libanese. A settembre, l’ONU e il suo gruppo di supporto ha coagulato l’interesse dei P5 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza) attorno all’importanza di trovare una soluzione di emergenza, come l’assistenza alla vita umana. Ci sono esperienze passate che ci danno speranze. Pensi a Timor Est, dove erano presenti truppe italiane e che ha avuto successo, oppure a UNMIK (United Nations interim Mission In Kosovo) che si è dimostrata efficiente per il ridotto numero di risorse utilizzate. In questa missione si sta seguendo un percorso di dialogo serrato per incrementare la presenza delle LAF – Lebanese Armed Forces – e guadagnare loro maggior rispetto da parte delle diverse confessioni religiose. Il progressivo riconoscimento delle loro autorità sarà la base per la riduzione delle forze UNIFIL. Ma non dimentichiamo che la nostra presenza qui è ancora molto importante.”

fonte foto, wikipedia