Intervista a Alessandro Gassman. Un linguaggio ricco di contaminazioni..

Genius ha incontrato per voi Alessandro Gassman, ottimo attore teatrale e cinematografico, premiato regista e ora anche direttore del Teatro Stabile del Veneto, che negli anni recenti si è affermato con sempre maggior rilevanza fra gli artisti di spicco del panorama italiano. Lo abbiamo incontrato al Politeama Rossetti di Trieste dove per cinque repliche (dal 14 al 18 dicembre 2011) ha portato in scena, come regista, lo spettacolo Roman e il suo cucciolo di cui è anche interprete. Uno spettacolo applauditissimo e toccante nel quale Alessandro Gassman è affiancato dai bravissimi Manrico Gammarota e Sergio Meogrossi, e da Giovanni Anzaldo, Matteo Taranto, Natalia Lungu e Andrea Paolotti.

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Era il 2008 quando Alessandro Gassman aveva stregato la platea dello Stabile di Trieste, affrontando, anche allora da regista e interprete, La parola ai giurati di Reginald Rose. Nella nuova stagione è ritornato con un testo contemporaneo che indaga una tematica urgente e scottante, quale l’integrazione nella nostra società di razze, culture e religioni diverse. Gli abbiamo rivolto alcune domande nel corso di un incontro aperto al pubblico, alla presenza di Amnesty International, che allo spettacolo ha dato il suo patrocinio..A cominciare dal perché della scelta di Roman e il suo cucciolo.

Lo spettacolo è tradotto e adattato da Edoardo Erba da Cuba and His Teddy Bear dell’americano Reinaldo Povod. Il testo in origine (ndr, negli anni Ottanta ebbe grande successo a New York e fu interpretato da Robert De Niro) era ambientato fra gli esuli cubani e raccontava un dramma familiare e sociale, senza indulgere al sentimentalismo o a punti di vista facili.Ne sono stato subito conquistato e, con Erba, appunto, ho scelto un adattamento che, senza tradire l’originale, potesse riportarlo al nostro presente.

Nasce così Roman, rumeno ed esiliato politico in Italia…

Sì, Roman è un esiliato politico dalla Romania di Ceausescu e arriva in Italia con il suo carico di esiliato politico. La sua è una sfida perdente, perché il desiderio di credere nel riscatto non è per lui, ma per la generazione successiva, Cucciolo, suo figlio.

E’ uno spettacolo che parla di temi che la cronaca ci sottopone ogni giorno.

Sì, purtroppo è di questi giorni l’assalto a un campo Rom di Torino, dove alcuni hanno deciso di festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia dando fuoco al campo Rom. O, per citare un altro esempio, quanto accaduto a Firenze…

In questo sfondo di disperazione ed emarginazione è narrata la vicenda di Roman. Ce ne parli?

Sì, il padre Roman è uno spacciatore di droga. I suo valori sono i bei vestiti. Dice: “se tu ti vesti di merda, la gente ti prenderà per merda”. Vuole garantire al proprio figlio una vita migliore. Verso di lui alterna momenti di rabbiosa nevrosi e altri di grande tenerezza. Cucciolo da un lato è schiacciato dall’autorità paterna, dall’altro vuole emanciparsi attraverso lo studio. Al padre però nasconde la dipendenza dall’eroina.

Eppoi c’è Geco, il miglior amico del padre. E un linguaggio utilizzato in scena, ricco di contaminazioni.

Ho voluto fare un grande lavoro sul linguaggio. Lo spettacolo, fatto vedere a dei romeni, ci ha dato credibilità in risposta, facendo diventare la lingua parlata da Roman quasi un linguaggio universale.

Un linguaggio universale per un tema molto caldo, l’immigrazione.

Lasciatemi dire, siamo in Friuli Venezia Giulia che è una regione dalla quale tanti sono partiti , tanti sono emigrati. E altre persone hanno di conseguenza giovato del loro lavoro. Io credo che nel nostro piccolo, tutti, dobbiamo imparare a conoscere l’altro, per poi accettarlo. Aiutiamo i cuccioli presenti nel nostro paese a integrarsi, nel rispetto delle nostre regole. Cinque sono i milioni di stranieri nel nostro paese e dobbiamo abituarci, anche se per noi italiani questa rappresenta una gran novità. Non siamo gli Stati Uniti.

La tua è dunque la volontà di portare in scena un percorso di innovazione alla regia.

Io non so cosa sia a teatro l’innovativo o il non innovativo. Sono in scena tutto l’anno e non vedo molto teatro. Se ho una dote come regista è che credo di saper individuare il cuore del testo e di condividerlo. E’ un lavoro di sguardi, di ascolti fra noi, molto spesso succedeva già nei giurati (ndr, lo spettacolo La parola ai giurati), il cui successo ottenuto mi ha spinto verso questa direzione. Sono oggi alla quinta regia, anche se le altre erano più grottesche nell’approccio alla regia, non con risvolti sociali. Alterno un approccio al grottesco a un approccio al sociale. Ne La parola ai giurati ha avuto molto apprezzamento la fine dello spettacolo con i titoli di coda con i nomi degli attori. L’ho fatto anche qui, perché credo che per gli attori in scena con me sia importante avere un riconoscimento e vedere i propri nomi. E’ un servizio – lo voglio dire – che desidero fare ai miei attori e che continuerò a fare in tutti i miei spettacoli. Non si sa mai che ci sia in sala un produttore…

Torniamo a Cucciolo, tu vuoi che Cucciolo si salvi?

Sì, io sto lavorando da quattro mesi per debuttare a marzo 2012 come regista del film, tratto dallo spettacolo. E sto decidendo quanta speranza dare a Cucciolo. In teatro lasciamo una porta aperta, al cinema non ci sarà l’happy end.

E’ il tuo primo film…

Sì, è il mio primo film da regista, una piccola opera prima con i soldi giusti per farla. Ci tengo moltissimo. Ho scritto la sceneggiatura con Vittorio Moroni, lo sceneggiatore ad esempio di Terraferma di Crialese. E’ un piccolo film, già da ieri abbiamo cominciato a lavorare sul copione, e va bene. Col cinema potremo allargare la visione all’ambiente in cui queste persone vivono, al degrado di quel mondo. E’ un’opera di sensibilizzazione sui diritti umani e di difesa dei diritti umani. Come del resto a teatro, dove in occasione di ogni replica all’uscita dallo spettacolo molte persone hanno voluto dare ad Amnesty International le loro firme, diventando loro stessi attivisti di Amnesty.

Diritti umani e spettacolo, un impegno importante che ti veda da anni testimonial di Amnesty…

Indosso anche la maglietta di Amnesty International, sorride Alessandro Gassman.Una riflessione, aggiungo: facciamo lo spettacolo sulla pena di morte e passa la moratoria, mi viene in mente di fare uno spettacolo sui vitalizi ai politici, chissà che non succeda qualcosa…

Torniamo al film, quale sarà il cast?

Tutti gli attori dello spettacolo teatrale saranno presenti. Non ci sarà più Andrea Paolotti, che interpreta il pusher. E poi ci saranno molti personaggi in più, ad esempio l’avvocato che ha salvato Roman dall’arresto. Tutti gli altri personaggi saranno persone vere. Gireremo a Latina, dove la presenza Rom è molto forte. Noi attori dovremo mimetizzarci fra loro. Un’anticipazione: abbiamo trovato la casa di Roman. E’ una baracca molto simile alla baracca di Roman vista a teatro. Ci vive uno. E’ impressionante, non dobbiamo lavorare, solo disinfestarla dai topi per evitare problemi. Il proprietario è contento, starà per due settimane in un hotel quattro stelle, mentre noi gireremo. Dovremo per certe scene lavorare anche con la scorta, perché in certi luoghi ci sarà bisogno di protezione.

Il tempo è volato, grazie alla sua disponibilità, ma soprattutto alla grande passione che sa mettere in ciò in cui crede.

Grazie Alessandro Gassman.

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Foto Federico Riva  < Menzione obbligatoria >  2010  +39 335 8414259