Paolo Tassinari: l’ essenza della progettualit

In foto Paolo Tassinari

Medaglia d’argento al Taiwan International Graphic Design Award 2011. L’Icograda Excellence Award al Taiwan International Graphic Design Award nel 2009. Compasso d’Oro Adi nel 2011 (Italia).

Genius incontra Paolo Tassinari,  pluripremiato del visual design per editoria, istituzioni pubbliche, musei e grandi mostre. Lo studio Tassinari/Vetta ha conquistato luoghi culturali come il Museo Nazionale del Castello di Versailles, Palazzo Grassi e la Biennale di Venezia,  la Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Roma e la Triennale di Milano.  Ospiti nel “suo spazio creativo” abbiamo condiviso opinioni, idee e affrontato temi molto interessanti…

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Sono diversi anni che il vostro studio opera nel settore della design grafico ed è diventato un riferimento per tutti e i premi lo dimostrano: ti riconosci in quello che avevate in mente tu e Pierpaolo Vetta quando avete cominciato l’avventura?

Parliamo di più di trenta anni fa, e le vicende della vita e del mondo non sono lineari. Quando con Pierpaolo abbiamo fondato lo studio non avevamo un obiettivo predefinito, un punto di arrivo, ma eravamo sicuramente convinti di un metodo di lavoro e di ricerca: questa convinzione rimane, e in questo senso c’è assoluta continuità con gli inizi, anche dopo la scomparsa di Pierpaolo.

La rivoluzione digitale che abbiamo attraversato nel mezzo dell’attività ha influito profondamente sugli aspetti tecnici del lavoro ma ancor più sui rapporti, portando a pericolose confusioni di ruoli, in particolare tra committente e progettista: “perchè non potrebbe essere invece così?” è la fastidiosa e impossibile domanda che ci si sente talvolta rivolgere al momento della discussione di un progetto. Domanda impossibile, evidentemente: ogni problema di comunicazione visiva ha infinite risposte; la scelta risolutiva è determinata dalle condizioni al contorno – capacità del commitente, tempi, budget, ed infine personalità del progettista. In questa situazione il metodo è più che mai fondamentale: metodo nel lavoro, metodo nella ricerca, ma anche nell’affrontare i rapporti; ed è questo che, alla lunga, crea l’identità professionale dello studio.

È questa, infine, l’essenza della progettualità – perchè di progettisti (o designer, con anglicismo) si parla, e non di creativi: “È l’artista che è toccato da messaggi divini, il designer ha un metodo preciso”, come scriveva Bruno Munari (Artista e designer, 1971), e come riprende riferendosi all’architettura Vittorio Gregotti invitando a riservare il termine creatività alle prerogative divine (Contro la fine dell’architettura, 2008).

curiosando all’interno dello studio Tassinari/Vetta..

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Molti grafici sono diventati pubblicitari e poi hanno allargato le professionalità per offrire servizi di “comunicazione integrata” alle imprese, voi invece avete tenuto la barra dritta  sull’identità visiva, sul tratto grafico, facendo scuola: i clienti apprezzano la ricerca della qualità assoluta nel settore specifico?

Tassinari/Vetta lavora attualmente per il 50% nel campo dell’editoria –principalmente architettura, arte, design– e per il restante 50% nel campo dell’identità visiva per istituzioni, musei e grandi iniziative culturali. Abbiamo sempre privilegiato il design rispetto ai servizi integrati, convinti dell’esistenza di una specificità, e aiutati anche dal fatto di lavorare spesso all’interno di organizzazioni articolate.

Questo significa guidare il committente secondo una certa prospettiva, chiarendone le implicazioni dall’inizio e aiutandolo nelle scelte strategiche. Si tratta peraltro di un approccio comune ai molti colleghi designer che incontro in giro per il mondo.

Ancora vent’anni fa si usava la forbice e la Cow Gum per inventare nuove forme, oggi invece monitor e mouse, quindi per voi la tecnologia è stata… più rivoluzionaria che per altri: credi che le opportunità offerte dal mezzo abbiano inciso molto sulle scelte creative?

Gli edifici in cemento armato degli inizi del ’900 sono diversi da quelli ottocenteschi in mattoni, e la tecnologia delle costruzioni in ferro ha permesso e facilitato la diffusione dei grattacieli: in effetti la tecnologia ha sempre contribuito a determinare un’estetica, e anche nel lavoro quotidiano le implicazioni sono immense: dalla quantità di risorse disponibili –come font, o immagini– alla possibilità di avere sempre una visione del lavoro ‘come finito’, alla possibilità di condivisione a distanza.

In realtà l’influsso delle tecnologie digitali ha superato gli aspetti estetici per entrare nell’ambito dei contenuti –basti pensare allo sconvolgimento del mondo dell’editoria– o in quello dell’economia industriale, facendo scomparire mestieri consolidati, senza peraltro mai riuscire a risolvere completamente le ambiguità derivanti dai vuoti lasciati.

Detto questo evidentemente non ci sono alternative, né perseguibili né auspicabili, a prescindere dal fatto che ancora oggi –a venti anni dall’installazione in studio dei primi Macintosh– la grandissima parte del nostro lavoro riguarda la carta stampata o le installazioni ambientali.

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Siete diventati il riferimento che si diceva, pur lavorando nella periferia dell’Ovest, a Trieste, credi nella possibilità di rilancio per una cultura Centroeuropea e cosa vedi nell’ambito del design grafico?

A suo tempo la scelta di Trieste è stata una scelta di rientro, dopo gli studi in altre città, ma non ha mai limitato l’attività a questo luogo; l’ha solamente resa un po’ più faticosa, e attualmente lo studio ha progetti in corso in tutta Italia, alcuni appena conclusi all’estero, e contatti professionali in tutto il mondo.

Questo naturalmente mi porta a privilegiare le interconnessioni e la condivisione di informazioni; ritengo per questo ci siano ampie possibilità di rilancio per l’ambito culturale, così come per quello infinitamente più circoscritto del design, a patto che l’attenzione, sia da parte degli operatori che dei committenti, venga rivolta e focalizzata innanzitutto su quanto accade al di fuori dei nostri limitati confini.

Solo una carente messa a fuoco infatti può spingere le voci che periodicamente reclamano un progetto unitario e condiviso per lo sviluppo economico culturale di Trieste, mostrando quantomeno di non far tesoro della storia; storia che dimostra come la metropoli otto-novecentesca europea o nordamericana –e Trieste è una piccolissima metropoli– non sia il luogo della condivisione, ma delle contraddizioni e del confronto tra le molteplicità, e proprio dalle molteplicità tragga la sua ricchezza.

Tu e Leonardo Sonnoli siete anche docenti e quindi avete il polso sull’interesse, la passione e la creatività in evoluzione dei giovani. Come vedi evolvere la professione?

Per tradizione in Italia il mestiere di designer grafico era omologato a quello di architetto, tanto più a livello di formazione universitaria, al punto che tuttora –anche se con qualche eccezione– i corsi di design sono legati alle facoltà di architettura.

Da una decina d’anni si è invece venuta formando –nelle università ma anche nella vita quotidiana– una maggiore consapevolezza attorno al mondo del design, con la diffusione di corsi universitari specifici e con la maggiore attenzione verso il mondo anglosassone e nordeuropeo dove tradizionalmente il design occupa un posto di preciso rilievo, attenzione facilitata sicuramente dal digitale, dai progetti Erasmus per la mobilità degli studenti e, perché no, dai voli-low-cost.

Gran parte di questa nuova generazione di designer deve ancora entrare nella maturità professionale consapevole, ma le prospettive sono senz’altro buone; a questo punto mi rivolgerei alla committenza, per invitarla ad assumere consapevolmente il proprio ruolo storico, anche in senso educativo.

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Siete esperti anche nell’allestire mostre: pensi che Trieste possa cucirsi addosso un’identità di riferimento centro europeo nell’organizzare eventi culturali e artistici? Il Salone degli Incanti è un’opportunità?

Personalmente ritengo che, lasciando perdere il marketing territoriale e parlando di linguaggi culturali, a qualsiasi orizzonte centroeuropeo debba sempre più sostituirsi un orizzonte europeo. Ricordando inoltre che l’identità –di un individuo come di un’organizzazione– è una caratteristica che si consolida nel tempo, quando non nella storia, il problema posto in questi termini sta nel rapporto tra contenuti e contenitori: scarsi i primi e abbondanti i secondi, almeno potenziali.

Se vogliamo parlare dell’ex Pescheria, indubbiamente si tratta di uno spazio affascinante, anche se di impegnativa gestione a fini espositivi. La questione è ancora una volta di identità: nel 2004, in occasione delle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario del ritorno di Trieste all’Italia, abbiamo progettato l’allestimento di cinque mostre –originariamente previste in spazi museali– concentrandolo nella piscina comunale Bruno Bianchi, edificio degli anni ’50 frequentato da generazioni di triestini e destinato alla demolizione. La notorietà, la sintonia tra contenitore e contenuti delle mostre, lo straniamento determinato dall’uso ‘improprio’ degli spazi hanno determinato il successo delle manifestazioni, più ancora che i contenuti documentali o gli allestimenti veri e propri.

Il confronto tra contenuti e contenitori non è comunque perso in partenza, anche se certamente la scala di intervento risulta particolarmente ambiziosa: chi se la sentirebbe infatti di additare realisticamente oggigiorno il modello di Bilbao, pur di indubbio successo, nel ridefinire l’identità di una città?

Fino a pochi anni fa la creatività era una prerogativa Made in Italy. Se tutto il mondo beve Coca Cola e mangia hamburger perderemo il primato?

Il Made in Italy non ha nulla a che vedere con il design, bensì con il marketing che è un’attività completamente diversa, e la qualità nel progetto, il ‘good design’, non è mai stata una prerogativa esclusivamente italiana. Non ho motivo di preoccuparmi, almeno a questo proposito.

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foto di Francesco La Bella

sito web: www.tassinarivetta.it | Intervista redatta da Arnon Debernardi