Intervista a Paolo Fusi – Roma RIParte II

Intervista al giornalista Paolo Fusi, direttore artistico del festival “Roma RIParte”€ che ha come oggetto un teatro indipendente con nuove sperimentazioni artistiche, all’interno di una prospettiva di promozione e diffusione della proposta per gli studenti della Carta della cultura€.

La carriera giornalistica di Fusi è  ampia ed articolata; è stato infatti caposervizio dell’agenzia Interpress di Zurigo; caporedattore interni del quotidiano “La Regione”, Bellinzona; collaboratore del settimanale Avvenimenti di Roma, Il Mondo di Milano, Sonntagszeitung e Tagesanzeiger di Zurigo; capo servizi d’inchiesta del settimanale zurighese WoZ Wochen Zeitung, ma anche collaboratore stabile di Stern (Amburgo), ARD (TV di Stato tedesca), Sonntagszeitung, Facts, Tagesanzeiger, Weltwoche (tutti a Zurigo), Liechtensteinischer Vaterland (Vaduz), Sunday Times (Londra), Vslux (Mosca).
E’ stato anche consulente esterno (incaricato dal sindacato) della commissione federale tedesca di inchiesta sulla riunificazione, impegnato sull’analisi degli effetti dell’armonizzazione dei sistemi bancari.
Fra il 2001 ed il 2004 assistente del consulente dello Stato delle Filippine nel procedimento contro la Svizzera ed altri Paesi per il recupero dei soldi sottratti e nascosti dall’ex dittatore Ferdinand Marcos.
Oltre a questo, dal 2004 business intelligence advisor, dapprima come conulente della ONG londinese Global Witness, poi, a partire dal 2005, come proprietario dell’azienda IBI World.

Per quanto riguarda la carriera artistica invece, è stato co-autore degli spettacoli di teatro musicale: “Genua, ein Tribunal”, “Feldwebel Pfeffer Einsame Hartz IV Band”, “Die Welt zu Gast bei uns: ein Festival”, “Der Sumpf: Europa Stunde Null”. Cantante e autore di Paolo Fusi & The Osama Sisters, autore dello spettacolo di teatro canzone “La Menzogna di Dedalo” e dal 2012 chitarrista e cantante del duo Fusi & Orlandi con lo spettacolo “I Sogni Spezzati”.

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Cos’è esattamente questo festival, di cosa si occupa, e il perché di questo nome “Roma RIParte”?

Questo festival è un tentativo già riuscito altrove di mettere insieme degli artisti che si occupano di cose differenti ma che abbiano un sentimento comune riguardo alla crisi congiunta dell’educazione, dell’istruzione, della cultura, e di tutto ciò che riguarda la percezione della realtà e del modo di apprendere l’€™interazione all’€™interno della società. Io ho vissuto in Germania negli ultimi anni, sono tornato un anno e mezzo fa, e rincontrando persone che non vedevo da tanto tempo, mi hanno detto tutti la stessa cosa: cioè che in Italia ormai non si può più fare musica, teatro, cinema, nulla. Non ci sono più spazi, non ci sono più soldi, non esiste più la mentalità, e non esiste nemmeno più il pubblico.

Sicchèil festival RIParte si chiama proprio così perchè la cultura è un elemento che in realtà è come morto: requiescat in pace, perchè le città  italiane sono morte, e quindi di conseguenza l’arte in queste città è morta, e per farla ripartire bisogna fare una cosa che fino adesso non si era mai fatta, cioè trovare dei sistemi diversi per proporla. Non si inventa nulla di completamente nuovo, è semplicemente mettiamo insieme i migliori artisti possibile, per far vedere in un blocco concentrato le migliori produzioni degli ultimi mesi di una città anche a quelle persone che non avuto l’occasione di andarle a vedere. Costruiamo e connettiamo spettacoli diversi con un filo rosso, per far percepire il tutto come fosse un solo spettacolo. Trieste è un caso particolare e fortunato: Roma è una città in cui è difficilissimo spostarsi, la gente non esce la sera perchè la sola idea di attraversare la città per andare in un posto è scoraggiante. E Per aiutarli si mette tutto in un blocco solo, si fa vedere tutto quanto insieme, una carrellata delle migliori proposte in circolazione, per dimostrare che sotto le macerie c’è ancora un fuoco che arde, e nuove produzioni interessanti da non perdere.

Quando lei parla di artisti, cosa intende? Nomi importanti oppure è presente un percorso artistico anche di nuovi emergenti?

C’è di tutto, veramente di tutto; dai professionisti agli esordienti. E Non è detto che i migliori siano anche i più affermati. Per questo, ad esempio, presentiamo con orgoglio delle mostre di fotografi giuliani e non, che sono alla loro prima esposizione. Si tratta di persone che magari lavorano da anni, ma che non hanno mai avuto la possibilità di far vedere le loro opere migliori nella cornice di una curatela professionale ed appassionata. Lo facciamo noi.

Dal punto di vista del teatro e della musica abbiamo scelto sia delle produzioni probabilmente sconosciute, sia delle produzioni note a livello regionale, per poi arrivare anche a delle rappresentazioni invece di livello nazionale, e anche se la formula resta differente dai canoni classici dello spettacolo teatrale. Differente nel senso che gli artisti più conosciuti che verranno, verranno non per fare uno spettacolo completo, ma per fare solamente un intermezzo, una canzone o un testo, ma non di più, in modo da lasciare spazio a tutti coloro i quali fino ad ora questo spazio non l’€™hanno mai avuto ed allo stesso tempo essere da traino per queste nuove proposte.

Ogni città ha la sua arte, la sua cultura, la sua storia; probabilmente Roma e Trieste si distinguono per le dimensioni, ma altrettanto probabilmente hanno un qualcosa che le unisce dal momento che lei oggi si trova qui?

Potrei citare la famosa battuta di Bellavista per la quale si è sempre terroni di qualcuno€; viste dalla Germania, dove ho passato gli ultimi trent’anni, non c’è una grande differenza tra Trieste e Roma: i problemi che hanno gli artisti di Trieste sono gli stessi che hanno gli artisti di Amburgo, di Riga, di Dublino,   Tant’è che il festival lo trasmettiamo in diretta nei teatri di Germania, Irlanda, e Spagna. E anche quando abbiamo fatto il festival a Roma, la diretta in teatro livestream ha fatto il pieno ad Amburgo con 1400 persone; c’erano più spettatori ad Amburgo per il festival di Roma, che nella stessa Roma. Che poi ogni città abbia una sua specificità culturale e un insieme di differenze che la distinguono è una grande ricchezza, e questa unicità comporta che anche le persone che ci lavorano abbiano una storia differente. Anche per questo, quando abbiamo portato l’€™idea qui a Trieste, abbiamo portato un format di base, ma la scelta di chi va sul palco è stata degli artisti triestini, non nostra.

Quindi la programmazione come si articola?

Dunque, gli artisti triestini hanno parlato fra loro, hanno pensato quali fossero le cose migliori viste nell’ultimo anno e mezzo, non solo a Trieste ma girando anche per l’Italia, e quindi hanno selezionato spettacoli che vengono da Milano, Udine, Monfalcone, oppure da Venezia, Padova, Torino, ed anche uno spettacolo da Lecce, scegliendo infine ciò che secondo loro era più giusto mostrare. Noi “romani” abbiamo aiutato più che altro con un supporto organizzativo. Ciò che invece succede nel secondo palco, nel foyer, è un enorme circo che stiamo mettendo su con gli artisti triestini dove tutti scelgono tutto, e dove abbiamo invitato nomi importanti che rimarranno per una sorpresa fino al lunedì di pasquetta. Ci sarà da divertirsi per tutti, sia per gli artisti che per gli spettatori, sarà una gran baraonda.

A Trieste con chi ha dialogato per costruire tutto questo progetto? Ovvero, da chi è finanziato tutto questo e con che fondi state lavorando?

Non ci sono fondi, viene pagato tutto con l’entrata degli spettatori: se gli spettatori non sono sufficienti a coprire le spese, chi va sul palco di fatto non prende niente. Gli artisti rischiano del proprio, seguendo il principio della “Carta della cultura” secondo e grazie al quale il teatro, la musica e in generale l’arte indipendente può avere una chance di autofinanziamento senza andare a “piangere” soldi dall’€™amministrazione pubblica. Gli artisti selezionati per Trieste sono fra i migliori d’Italia, alcuni vengono apprezzati più all’estero che da noi. La proposta vera del festival è questa, ovvero la “Carta della cultura” e la dimostrazione di quali porte possa aprire.

Ma forse è meglio spiegare cosa sia la Carta della Cultura, che è il progetto comune per cui si battono tutti gli artisti presenti al Festival. A livello europeo è passata una direttiva che obbliga gli Stati dell’Unione ad introdurre la digitalizzazione dei libri di testo per far abbassare i costi per gli studenti medi ed universitari. Il decreto Profumo l’ha reso obbligatorio in Italia per la scuola elementare, e noi chiediamo che venga introdotto immediatamente anche per gli studenti medi e universitari. Abbiamo parlato con tutte la associazioni di categoria, con Assocarta, con i librai, con gli autori e gli editori, sono quasi tutti favorevoli. Questo comporterebbe un risparmio per uno studente medio, per anno, di circa 700 euro, e per uno studente universitario di circa 1200 euro. Noi chiediamo in cambio di questo di sottoscrivere un abbonamento obbligatoria, cioè una sovrattassa d’€™iscrizione di 150 euro che dà allo studente una carta magnetica che si chiama appunto “€œCarta della cultura”€, con la quale lo studente va gratis a tutti gli spettacoli e le conferenze che non sono supportati dallo Stato o da sponsors privati. Questi 150 euro vengono raccolti e finiscono in un fondo gestito da una struttura paritaria formata da rappresentati degli studenti e rappresentanti dei professori a livello universitario, ponendo quindi nuovamente l’€™università al centro dell’organizzazione della cultura. Se gli studenti medi ed universitari d’€™Italia facessero la “Carta della cultura” ogni mese si raccoglierebbero 25 milioni di euro, una cifra enorme. In più il fondo dovrebbe trasformare alcune conferenze scientifiche, concerti o mostre, in crediti formativi in modo che molte manifestazioni importanti ospitate da numerose città d’€™Italia non trovino più il deserto di pubblico, ma sarebbero una sorta di “costrizione”€ per gli studenti che in questo modo andrebbero a vivere un’€™esperienza che altrimenti non avrebbero mai fatto. La cultura, se ben fatta, ti si attacca e non ne guarisci più. Questo è lo spirito della “Carta della cultura”€ e noi, insieme a tutti questi artisti, siamo disposti a rimetterci oggi nella speranza che si possa fare in Italia ciò che si è fatto in alcuni Paesi del nord Europa, cioè di trovare un modo per finanziare in modo autonomo la cultura indipendente senza dover chiedere soldi allo Stato. La vita degli artisti indipendenti italiani va salvata per salvare il genio italiano, la sua capacità di unire, di far imparare ciò che ci serve per vivere meglio e più consapevolmente

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redatta da Serena Cappetti – foto (flb)

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Un ringraziamento speciale a Rossana Precali per la realizzazione di questa intervista

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link utile: triesteriparte.it