Intervista a Niccolò Locatelli: gli errori di valutazione di fronte alle rivolte del 2011

Niccolò Locatelli, laureato in scienze internazionali e diplomatiche, giornalista di Limes, la più importante rivista italiana di geopolitica, ha accettato di parlare con noi di politica estera per fare un po’ d’ordine nel panorama internazionale fornendoci il suo parere di specialista. Partendo dalla crisi in Yemen visiteremo tutti i teatri caldi del momento come l’Iraq, la Libia, l’Ucraina, fino ad arrivare a casa nostra.

Cos’è che l’Europa non capisce dei Paesi arabi e delle meccaniche che agiscono al loro interno?
Per decenni i dittatori di luoghi come l’Iraq o la Libia ci andavano bene, fino a un certo punto, ovviamente, perché garantivano un ritorno di risorse energetiche. Successivamente abbiamo ignorato le istanze del cambiamento della primavera araba o, meglio, le abbiamo appoggiate quando si sono movimentate, in effetti quand’era già tardi. Ci siamo mossi solamente perché animati da un’agenda politica, come quando la Francia ha voluto guidare l’offensiva contro Gheddafi. Alla fine abbiamo scoperto che la primavera araba era peggio di prima, proprio perché abbiamo abbandonato quei luoghi a se stessi. Così, oggi, siamo di nuovo terrorizzati dall’Islam o dal nemico di turno. Mi sento di dire che abbiamo derubricato il problema, poiché il nemico da combattere era un altro.

Tra i tanti punti caldi in Medio Oriente c’è anche lo Yemen. La comunità internazionale farebbe meglio a prendere atto dell’ascesa al potere degli houithi o può esserci ancora spazio per ulteriori colpi di scena?

Vorrei dire che quando parliamo di comunità internazionale rischiamo di essere fuorvianti, perché pensiamo spesso che dietro a questo ci sia una convergenza di valori comuni e così non è. Diciamo pure che li abbiamo dimenticati o non ricordiamo cosa significhino veramente. Detto questo, lo Yemen è uno dei tanti casi di guerra fredda per interposto soggetto, cioè tra Arabia Saudita ed Iran. Gli houithi sono appoggiati dall’Iran, è una realtà in divenire, viste anche le lotte intestine del radicalismo islamista.

La situazione yemenita rischia di destabilizzare tutta l’area circostante, dalla vicina Arabia Saudita alla Somalia, che dall’altro lato del mare sembra sempre più punto di riferimento per il jihadismo di matrice islamico-africana.
Ci sono a dire il vero moltissimi punti neri a partire dal sud del Sudan. Tuttavia non possiamo guardarla da un punto di vista solamente interno. Rischia di essere una guerra intestina, soprattutto quando degli attentati colpiscono le popolazioni civili. Credo che bisognerà aspettare l’accordo sul nucleare iraniano e capire il ruolo che gli Usa daranno a Teheran nell’area.

Africa e terrorismo sono tra l’altro due temi particolarmente caldi per l’Europa e soprattutto per l’Italia, che si trova a far fronte in prima linea all’emergenza degli sbarchi e ai rischi ad essi connessi in termini di sicurezza. Il Governo italiano minimizza tramite il Ministro degli Interni mentre dall’agenzia Frontex arrivano messaggi più possibilisti riguardo al rischio di infiltrati tra le fila dei migranti, in particolar modo valutando la prossima ondata migratoria stimata tra i 500mila ed il milione di sbarchi; l’Italia sta sbagliando atteggiamento?

Premesso che i governi le informative sulla sicurezza e sui dati sensibili le tengono per sé, e non saremo mai in grado di ottenerle in anticipo, credo che non ci sia una minaccia diretta proprio per il fatto che i migranti solo le persone più soggette a controlli quando sbarcano. Diciamo pure che probabilmente è più facile per un terrorista entrare nel nostro Paese con un volo regolare di linea e rimanere in Italia oltre la data di scadenza del visto. C’è poi un ultimo dato, il che tuttavia è forse quello più significativo: gli attentati compiuti sul suolo europeo sono stati realizzati da cittadini europei, nati e cresciuti in Occidente.

A proposito dello Stato Islamico, ci spiega qual è la differenza tra il jihadismo promosso dal califfato nero e quello, se vogliamo più radicato nel tempo, di al-Quaida? Come possono coesistere?

Partiamo da un concetto base: il nemico è diverso, gli obiettivi pure. Gli Stati Uniti sono stati un obiettivo a lungo termine, per il semplice fatto che si voleva, a tutti i costi, escludere la presenza statunitense dall’area di riferimento. Il Califfato propone invece uno stato alternativo a quelli esistenti, dove dovrebbero andare a vivere tutti i musulmani.

Crisi Libica. Prospettive e criticità per l’accordo che la comunità internazionale sta cercando di promuovere in questi giorni?

Trovare un accordo tra i due parlamenti, quello di Tripoli e quello di Tobruk sembra sia difficile, visto anche che ci troviamo di fronte a due coalizioni abbastanza lasche e che sul campo non controllano le criticità. Credo che però un accordo sia l’unica soluzione al momento percorribile. Un intervento militare in Libia rischia di essere suicida, vuoi per la mancanza di chiarezza negli obiettivi, vuoi per un possibile coinvolgimento di lungo e difficile periodo, vuoi perché non sarebbe molto diverso da scenari già visti.

Allontaniamoci, si fa per dire, dalle vicende di casa nostra e andiamo in Ucraina: i patti del Minsk-bis sono stati rispettati? Che partita sta giocando la Russia di Putin?

La guerra in Ucraina è una guerra che gli altri stati, le grandi potenze, decidono che debba andare così. Non si guarda troppo al campo, a ciò che sta accadendo. Putin ha reagito con forza, al Governo democraticamente eletto di Viktor Yanukovich, per il semplice fatto che si stava assistendo ad una prospettiva di entrata nella sfera di influenza Nato ed europea di Kiev. Putin ha ritenuto necessario inter- venire, visto il fatto che il popolo russo ha una forte presenza culturale e storica in Ucraina. Sembra tuttavia che questa guerra stia conducendo alla creazione di una sfera cuscinetto, per così dire. La via di uscita sembrerebbe quella per la quale Putin chieda all’Ucraina una garanzia di non entrare in quella sfera di influenza. Da dire, infine, che però la Nato e l’Unione Europea ad oggi non sembrano contenti di questa soluzione. Inglobare l’Ucraina nella Nato sarebbe decisamente suicida.

Quale pensa che sia il tema di politica internazionale più sottovalutato nel nostro paese e perché?

Diciamo pure che ci muoviamo per ossessioni. L’Iraq prima, poi la Libia, poi l’Ucraina. Così facendo rischiamo di dare risposte sbagliate ai problemi, poiché trascuriamo fenomeni ed altri processi in corso, magari meno clamorosi, ma notevolmente impattanti come l’ascesa vertiginosa della Cina, la sua presenza in Africa e così via, in una sottovalutazione abbastanza pericolosa.