Gisella Borioli e i nuovi canali nell’arte

Decidiamo di pubblicare, a conclusione del White June VI edizione, salone d’avanguardia per la moda a Milano, l’intervista che il direttore responsabile di Genius-online.it, Francesco La Bella ha realizzato a Venezia a Gisella Borioli.
L’incontro con la Redazione di Genius è avvenuto durante la settimana di presentazione della 54a Esposizione Internazionale d’Arte alla stampa, nella location di Riva San Biagio in occasione della Mostra What Women Want (?) di Flavio Lucchini (1 giugno 27 novembre Venezia). Pertanto, trattasi di due kermesse di settore che trovano il punto d’incontro, nel nostro caso, proprio nella figura di Gisella Borioli, la creatrice dello “spazio dai mille volti” di Zona Tortona.

Gisella Borioli è la direttrice creativa e l’amministratore delegato di Superstudio Group, con un  grande centro espositivo e un altro con studi fotografici, dedicati ad eventi, moda, arte, design, danza, entertainment, fiere, convention. Il fil rouge di tale realtà artistica, da lei ideata e fondata , è costituito dalla creatività finalizzata a progetti e servizi. Superstudio Più è la più recente delle due location  di Superstudio Group, dal carattere moderno nella sua polifunzionalità e trasversalità. Può essere infatti considerato come un contenitore completamente aperto alla città, anche in chiave internazionale. Tale realtà nasce con l’intento di voler soddisfare a 360 gradi le esigenze e necessità del pubblico e degli operatori nei settori, in particolare, di: moda, arte, design, comunicazione, cultura, entertainment, i quali in questa location e in modo assiduo interagiscono fra di loro. Tutti elementi, poi, accomunati dal saper rendere più bello ciò che è intorno a noi. Sorprendendoci, spingono la nostra mente un passo avanti. Lo spazio vuole così mettersi a disposizione in tutta la sua flessibilità, ideale, anche, per grandi eventi, mostre, convention, fiere, sfilate, spettacoli, coprendo 8.000 mq di superficie. Ma soprattutto vuole mettersi a disposizione come percorso di promozione di giovani talenti, in un mondo in cui il più delle volte vengono soffocati a vantaggio di personaggi coinvolti in giochi di potere.
Pertanto, la professionalità di Gisella Borioli mette in contatto costante tutti questi elementi, facendoli toccare magistralmente con i flussi strategici di una città come Milano.

Cos’è Superstudio Group?
Nelle sue due sedi di Superstudio, una dedicata soprattutto alla fotografia e l’altra alla creatività in tutte la sue forme,  ci occupiamo di attività fotografica, artistica, espositiva mettendo a disposizione diversi spazi polifunzionali e servizi vari offrendo anche un “terreno di sperimentazione” ai giovani che hanno qualcosa di nuovo e interessante da dire. Mi piacciono i giovani, ne ho sempre vicini: fin dall’inizio abbiamo preso con noi molti stagisti, con la mission di insegnare loro un mestiere in un ambito creativo. Individuando così il talento, se c’è,  prima ancora che sia  sbocciato. Con grandissima nostra soddisfazione, dopo i mesi che si fermano con noi, ci rendiamo conto di averli preparati per la professione molto più dell’università stessa. Infatti,  solo con il lavoro si possono misurare realmente con il mondo. Io ho sempre voluto mantenere una grande apertura verso i giovani, mi considerando io stessa, ancora, una di loro.

Lei ha iniziato cogliendo quali opportunità,  essendo di origini milanesi?
All’università ho frequentato la Facoltà di  Chimica, ma il mio desiderio  era invece quello di seguire un percorso di formazione artistico/creativo, legato ad Architettura o alla stessa Accademia di Brera, poiché sapevo disegnare molto bene. Ma quando, con  mio padre andai per iscrivermi  a Brera, lui rimase totalmente scandalizzato dall’ambiente che mi sarei ritrovata a frequentare. La scelta dei miei studi fu, così, condizionata  non solo da una educazione tradizionalista ma anche dal mestiere di mio padre, che lavorava all’Edison Chimica, e  che credeva che un  percorso accademico in questo senso potesse garantirmi una maggiore stabilità. Avevo anche  necessità di guadagnare presto, la mia famiglia non era ricca. Così, purtroppo per me,  fui obbligata ad andare in una direzione che non era quella che avrei desiderato.

Caso volle che trovassi un primo lavoro in uno studio di architettura, mi piaceva molto, così poco dopo abbandonai  del tutto chimica e università. I miei due capi erano una coppia di architetti straordinari, che poco dopo fondarono la rivista di design e architettura Ottagono permettendomi di scoprire la vota di redazione.  Mi hanno insegnato molto, io cercavo di assorbire tutto e di svolgere con impegno e creatività  anche i gesti più semplici, occupandomi di varie mansioni. Ero nello stesso tempo centralinista, archivista, assistente grafica, qualche volta modella, redattrice, realizzavo le prime interviste, mi occupavo di pubblicità e di tutto quello che era necessario. Lasciai definitivamente l’università, e mi immersi in quel mondo che  avevo sempre desiderato raggiungere. Mi sarebbe piaciuto iscrivermi ad Architettura, ma  non potevo  lasciare il lavoro. Però  decisi di frequentare una  scuola sperimentale, para-universitaria – fondata a Milano in accordo con il Comune da Giancarlo Iliprandi, un grafico d’avanguardia e di successo di quei tempi – che offriva corsi per la nuova professione di visualizer. Le lezioni erano serali, e non  condizionavano i miei orari di lavoro.
Da qui iniziò la parte davvero fortunata della mia vita. Un giorno  si presentò a scuola come visiting professor un famoso personaggio della cultura milanese: era l’art director di Vogue, Flavio Lucchini. Proprio quella sera, nell’esatto momento che iniziò a parlare, sentì una scossa e compresi che lui sarebbe stato l’uomo della mia vita. Diventò, dieci anni più tardi, mio marito. Da qui il connubio di impegno, lavoro e amore che continua ancora oggi, dopo più di quarant’anni di percorso assieme.
Come testimonianza per i giovani di oggi, vorrei dire che sul lavoro non mi sono mai risparmiata, ho cercato di dare il massimo senza chiedere mai aumenti di stipendio, straordinari o giornate di ferie in più. Nemmeno quella volta che, in un’occasione di emergenza, causa scioperi in Italia, la Condé Nast, dove ero entrata da poco tempo, mi mandò da sola a far stampare un intero numero di Vogue Alta Moda, il più grosso e importante dell’anno, di nascosto a Parigi. Mi diedere subito altri ruoli di responsabilità, e diventai presto la più giovane direttrice della stessa casa editrice, creando Vogue Bambini a soli ventisei anni.
Ho fatto da “maestra” a tante ragazze. Prima fra tutte l’attuale direttrice di Vogue Franca Sozzani, che ha iniziato a lavorare come mia assistente,  appena terminata l’università. Lo stesso percorso lo hanno seguito anche altre giornaliste, diventate poi a loro volta direttori, come Antonella Antonelli, l’attuale direttrice di Marie Claire. Insieme a mio marito abbiamo fatto crescere anche molti fotografi, come Oliviero Toscani, come Fabrizio Ferri e come Giovanni Gastel, che allora realizzava solo foto di still-life. Quando lo conobbi aveva solo venticinque anni  e subito gli fu data la possibilità di realizzare una copertina di moda per Donna, la mia nuova rivista d’avanguardia antagonista di Vogue.
Non chiedevamo mai curriculum, ci bastava notare una certa e particolare luce negli occhi, un impegno e una dedizione artistico-professionale nel giovane che ci trovavamo davanti, e lo mettevamo subito alla prova. Come sono stata messa alla prova io, all’inizio. Credo di aver sempre avuto questa capacità di individuare i talenti, perché la creatività non te la insegna  l’università, ce l’hai dentro e viene fuori sul campo.  Ho sempre cercato di dare  ai giovani che sentivo capaci il modo di potersi esprimere, senza porre dei limiti.

La contaminazione che sta avvenendo di questi tempi tra arte, design, moda non crea forse troppa di confusione?
Il mondo in cui ci troviamo a vivere, ormai è un mondo fluido, liquido, in cui tutto si interseca, si muove. La moda, il design, l’arte, la comunicazione, il cinema, la danza, i video, la fotografia, l’espressione della performance, sono assolutamente facce dello stesso mondoRiflettevo su come tutto viene omologato e tutto sembra sempre più simile a se stesso e in ogni paese trovi gli stessi prodotti, gli stessi brand, le stesse testate, lo stesso gusto globalizzato. Fortunatamente, attraverso l’arte, esiste ancora un grande spazio per la creatività e l’immaginazione, il che permette  di esprimere   pensieri individuali assolutamente diversi fra loro e soprattutto fuori dalle regole codificate. Estrinsecare i sentimenti permette una fruizione del tutto personale: ad esempio, nel caso della Biennale i visitatori non vengono per consumare o comprare ciò che trovano davanti a sé, ma arrivano anche da lontanissimo solo per vedere, per emozionarsi, per capire. Sta diventando in tutti i sensi un appuntamento di emozioni, di cultura, di condivisione, di voglia di esserci.
L’esperienza  dell’arte è totalizzante, ma in modo individuale. Con l’arte non si può avere la presunzione di credere di poter parlare a tutti, anche se si cerca di arrivare a più persone possibili.

Il messaggio principale che volete esternare attraverso la vostra location di Milano?
L’ultima location aperta nel 2000, il Superstudio Più, in Via Tortona, nasce da un attimo di totale follia, da una intuizione improvvisa.  Ne è scaturita, in un secondo momento, anche l’entusiasmante situazione del Fuorisalone, proprio nel periodo della Fiera del Mobile, che si svolge ogni anno ad aprile, e che a partire da Superstudio ha creato così un vero e proprio quartiere creativo a Milano. Dopo decenni di direzione di giornali prestigiosi per entrambi, dopo aver fatto di tutto, sia in campo televisivo che editoriale, avevamo desiderio, mio marito ed io, di nuove avventure. Lui aveva già scelto di dedicarsi all’arte, io mi stavo in quel momento occupando di teatro e altri progetti. Ci capitò l’occasione di rilevare una fabbrica dismessa, la ex-General Electric: poteva diventare lo spazio ideale per ospitare quelle attività creative a cui la città non sapeva dare risposte, manifestazioni o iniziative artistiche insolite, non ospitate dalle location più tradizionali e canoniche, come  le gallerie o gli spazi pubblici in genere. Così  è nato  lo spazio polifunzionale Superstudio Più, dall’innamoramento di un’idea, senza neppure redigere agli inizi un business plan o un piano strategico e senza poter contare, soprattutto, su budget elevati.
Fin da subito abbiamo iniziato ad ospitare giovani stilisti, designers, coreografi, videomakers, registi che proponevano eventi d’arte alternativi. Uovo, il primo festival teatrale di performing art è nato proprio qui, io stessa sono stata co-fondatore della associazione che lo ha poi creato. Le prime performance di street-art le abbiamo realizzate qui, in un momento in cui i writer non erano per nulla riconosciuti come artisti, facendo una primissima mostra con due grossi nomi americani, che hanno catalizzato attorno a noi  tutti gli street-artists  di Milano. Il progetto Superstudio Più non è mai stato affrontato con il solo scopo di un tornaconto economico. Per noi fondamentale è sempre stata la mission iniziale: un luogo non solo per eventi di business ma anche per situazioni diverse che avessero come componenti la cultura e l’innovazione. Gli eventi tradizionali  non sono adatti alla nostra location.

Il vostro slogan può essere sintetizzato in: “oltre l’evento”?
Certo, i contenuti sono importanti, non solo la visibilità. Collaboriamo in tal senso con i nostri “clienti”. Abbiamo anche fondato l’Associazione “MAT” (MilanoAltriTalenti), per valorizzare i giovani talenti di Milano ma anche quelli arrivati dall’estero, perché possano trovare in questa città una vetrina diversa, alternativa, fuori dalle rotte tradizionali e ufficiali, come quelle delle istituzioni in genere.

Un artista per presentarsi ha necessità di un catalogo per poi ricevere delle importanti recensioni e quindi farsi conoscere al mondo. Con Superstudio invece un talento come fa a farsi conoscere?
Per farsi conoscere da me è molto semplice. Se un creativo mi presenta un buon lavoro spinto da una motivazione seria e che mi fa innamorare, ciò solitamente basta a convincermi. Mi interessano i linguaggi innovativi, le sperimentazioni.
La promozione di un messaggio in modo alternativo per me è fondamentale: come  abbiamo fatto qui a Venezia, per la mostra di Flavio Lucchini, “What Women Want (?)”. Non il solito catalogo  d’arte ma un vero tabloid,  cui ha collaborato Alan Jones, uno scrittore americano esperto di pop art, non il solito critico nostrano. Questa è un po’ la mia caratteristica: non ricalcare quelle che sono le orme classiche o già battute da qualcun altro. Mi piace considerare il Superstudio un luogo delle opportunità, non solo per gli artisti in genere ma anche per chi avesse altre proposte interessanti. Però, poi, l’idea, il talento, la capacità, l’impegno, la forza, la dedizione, la passione e quindi il successo dipendono assolutamente dal singolo. Tali qualità non posso darle io, io fornisco un’opportunità e non solo un contenitore. Con in più un ufficio stampa, la comunicazione e la creatività del nostro team, se necessari. In un progetto cerco di non prendere una posizione da critico o da addetto ai lavori, ma cerco sempre di immedesimarmi nel pubblico che sta dall’altra parte, di quello che vorrebbe.

Come considera lo spostamento dell’editoria sul territorio dell’online? Crede che sia il futuro, trattandosi di una comunicazione diretta e immediata, capace anche di abbattere i costi? Il passaggio, quindi, dal cartaceo all’online come lo prevede?
La comunicazione sta cambiando verso una fruizione immediata, momento per momento, attraverso il web. I tempi di un quotidiano cartaceo sono di 24 ore mentre quelli di un magazine online sono istantanei, con aggiornamenti di secondo in secondo. I due aspetti in futuro di certo convivranno: sul web la notizia presentata e diffusa in maniera sintetica, nella versione cartacea  l’approfondimento della stessa. Non si potrà assolutamente prescindere da tutte le innovazioni che sta apportando il web nel mondo della comunicazione, dell’immagine, dell’arte, degli stessi rapporti economici.

Molto si sta discutendo attorno alla questione legata al “Padiglione Italia” di questa Biennale, il suo giudizio come si colloca in tal senso?
Ho apprezzato il gesto di Sgarbi nel realizzare un evento inclusivo e non esclusivo, senza passare per filtri e caste, fotografando lo stato dell’arte in Italia. Raccogliendo in questo percorso sia aspetti positivi che negativi, con l’intento principale di demolire i soliti giochi di potere, e lasciare che sia il pubblico direttamente a decidere. E infatti, chi decide che un’artista è valido? Il mercato, il critico, il giornalista, il curatore, l’artista stesso, il collezionista, il gallerista, il curatore di museo o semplicemente chi lo apprezza? Pensavo che la mostra curata da Sgarbi fosse molto più caotica invece mi sono dovuta ricredere: è varia, divertente, sorprendente, spiazzante, viva. Evidenti i problemi per gli artisti che sono affastellati in posizione più elevata o con abbinamenti discutibili, ma è stata così data la possibilità di godere delle opere in maniera più istintiva e non prefissata. Ho apprezzato il desiderio di rompere gli schemi, riflettendo sulla grandissima esplosione di artisti che sta avvenendo in Italia, e dando delle possibilità di farsi conoscere a molti, attraverso un evento importante. “L’arte non è cosa nostra?” Se è una cosa di tutti e che tutti possono fare, sarà poi il mercato, le gallerie, la selezione naturale a stabilire il giusto valore dell’artista, per una volta non in modo aprioristico ed elitario.

Due battute su Flavio Lucchini?
Flavio è un uomo  difficile da giudicare da parte mia, sono anni che ormai viviamo e lavoriamo assieme, con una “doppia vita”. Ho imparato a tener distinto il ruolo di moglie da quello di collaboratrice. Riusciamo a tener separati tali aspetti in maniera naturale, con un giusto compromesso, senza far tracimare problemi e discussioni dall’uno all’altro campo. Per me non è solo un compagno, è un guru, un maestro di vita, come lo possono essere stati, ad esempio, altri uomini straordinari: Ettore Sottsass, Issey Mijake, Oliviero Toscani, Ugo Mulas. Uomini con una visione diversa e particolare, grazie alla loro genialità e sensibilità. Oggi, Flavio ha ottantadue anni e assolutamente non li dimostra, ha ancora una visione del mondo, del percorso delle avanguardie, totalmente unica e originale. Ha una capacità speciale nel cogliere i segnali di futuro. Giovane, quindi, nel cuore e nell’anima. Questi suoi ultimi lavori, che ha realizzato imparando alla sua età a trattare il burqa attraverso strumenti tecnologici, sono emblematici e significativi per comprenderne la personalità, sempre in costante evoluzione. Il messaggio,  molto forte, che ha voluto trasmettere con le opere presentate a Venezia, vuole sottolineare come la moda, il vestito femminile, siano un linguaggio intenso e universale che permette alle culture di confrontarsi e dialogare, superando le barriere. Anche le donne nascoste dal burqa sono donne del nostro tempo, con gli stessi desideri, anche se costrette per ragioni politiche, religiose, tradizionali, a non potersi esprimere fino in fondo. La moda appare come un elemento di contaminazione, in grado di veicolare dei messaggi di democrazia anche con un tono ironico, leggero, neo-pop.