Intervista a Giovanni Malagò: come ripulire lo sport italiano

Appassionato da sempre di sport, dal calcio a 5 al canottaggio, al nuoto, dal 2000 entra nella Giunta esecutiva del CONI, per diventarne poi a sorpresa presidente nel 2013. Cresciuto tra Ferrari e telefonate all’alba all’Avvocato, appassionato romanista, con un’intelligenza mondana e mediatica innata rappresenta il volto ammiccante del nuovo potere romano.

Presidente Malagò, in Italia lo sport sembra assorbire il peggio dei nostri tratti nazionali, tra corruzione, mancanza di visione, debolezza con i prepotenti, disprezzo per le regole, impunità e razzismo. Condivide questa visione? Come si supera?

Non credo si possa generalizzare, lo sport è uno straordinario fenomeno sociale, sa offrire esempi virtuosi e storie eccezionali che sono un riferimento per i giovani. Il rovescio della medaglia presenta criticità, è vero, ma lo limiterei in particolare ad alcune situazioni specifiche. Il problema del Paese semmai è legato a una visione calcio-centrica che ha creato una sottocultura: non è accettabile che il contesto agonistico diventi strumentale teatro di violenze gratuite, dominato da istinti repressi. Bisogna lavorare in profondità per cambiare la mentalità e, contestualmente, aumentare il peso specifico delle altre discipline.

Com’è possibile che si verifichi un caso come quello del Parma?

La vicenda è inverosimile perché somma un insieme di irresponsabilità che alla fine portano gli addetti ai lavori a dire «io non c’entravo nulla» e questo è totalmente inaccettabile. Dopo che c’erano state diverse avvisaglie l’anno scorso, con la vicenda relativa al Bari che ha avuto una fortunata conclusione nonostante la particolarità della situazione e la storia del Siena che è sparito, era doveroso che qualcuno verificasse che non si ripetessero episodi del genere. Anche se questa situazione ha battuto tutti i record anche per l’indebitamento creato in poco tempo.

Come mai le società calcistiche, anche quelle medie o piccole, non trovano investitori, anche stranieri, che le comprino? È il segnale di qualcosa?

Ci sono club che sono proprietà di imprenditori stranieri e altri che suscitano le attenzioni di investitori internazionali. Penso al Pavia, che milita in Lega Pro, che quest’estate è stato acquistato da un fondo riconducibile alla Cina. Un problema però esiste: il nostro campionato di serie A è considerato il quarto campionato in Europa e come numero di spettatori davanti ha anche il torneo messicano e secondo alcuni anche quello indiano. L’aspetto brutto è che prima eravamo i primi. Chi ha gestito le cose in passato dovrebbe farsi un esame di coscienza.

Sul recente caso delle tifoseria olandese Lei ha parlato di “tolleranza zero” sul modello inglese. È un discorso che sentiamo da anni. Cosa frena un cambio di passo concreto? E in che direzione questo passo dovrebbe andare?

È entrata in vigore la nuova legge che ha inasprito i provvedimenti contro i fenomeni di violenza negli stadi, come l’allargamento della portata del Daspo, il blocco alle trasferte e l’arresto differito anche contro chi intona cori o innalza striscioni che incitano alla discriminazione razziale o etnica. Mi auguro si comprenda come attraverso questo ulteriore giro di vite non c’è più margine ormai per ripetere gli errori del passato. Mi sembra si stia procedendo nella direzione di tolleranza zero: è quello che tutti si auspicavano.

Certi tristi episodi di cronaca mostrano come a volte i capi ultrà non solo mantengano un controllo sulle tifoserie ma come abbiano di fatto voce in capitolo sulla gestione delle tensioni che si possono creare e sull’effettivo svolgimento delle partire. Penso al caso di Genny a carogna. Perché le tifoserie sono così potenti? C’è qualche interesse dietro?

Il calcio è popolare, offre visibilità, suscita e coagula interessi che vanno al di là dell’aspetto sportivo. Per questo spesso è oggetto di derive inaccettabili e fuori luogo, contrarie ai più elementari valori e princìpi su cui si fonda il nostro movimento. È una problema di cultura e di senso civico, bisogna lavorare in profondità per cambiare direzione e allontanare dagli stadi chi cerca di sfruttare il contesto agonistico per altre finalità.

In che rapporto mette lo sfottò regionalistico, che da sempre trova espressione negli stadi, con il razzismo?

Lo sfottò ci sta, è il sale dell’atmosfera degli stadi. Il problema riguarda ovviamente le esagerazioni. Il calcio esaspera le cose e perciò in questo sport si registrano anche episodi del genere. Per evitare che si verifichino ancora casi simili bisognerebbe iniziare ad insegnare alla gente che non si tratta di privare qualcuno di qualcosa ma di rispettare tutti. È un discorso di educazione civica, di cultura.

In Italia il calcio la fa da padrone, rispetto alle altre discipline sportive, soprattutto per quanto riguarda la ripartizione delle risorse, con la conseguente penalizzazione di società e atleti. Come si può riequilibrare la situazione?

Credo di aver dato un grande segnale, centrando uno degli obiettivi prefissati nel programma che mi ha portato alla Presidenza del CONI: stabilire, attraverso un processo oggettivo, una rivisitazione dei criteri per l’attribuzione delle risorse alle Federazioni, equiparando la FIGC alle altre realtà. Ritenevo fosse necessario e sacrosanto mettere tutti sullo stesso piano, indipendentemente dai riscontri numerici, che hanno comportato per il mondo del calcio un taglio di risorse di oltre 20 milioni rispetto all’anno precedente. Questo non vuol dire che sarà sempre così. La FIGC può e deve lavorare per recuperare terreno, non gli è preclusa la possibilità di assurgere ai livelli del passato, neanche di andare oltre ma – da oggi in poi – all’interno di uno schema che prevede analoghi parametri per tutti.

Questo squilibrio, legato alla conseguente scarsità di occasioni per un giovane che pratica altri sport di fare carriera, può innescare un meccanismo per cui il doping diventa un rischio che vale la pena di essere corso?

Il ricorso a mezzi o sistemi illeciti, finalizzato al miglioramento delle prestazioni, è antitetico rispetto ai valori dello sport. Chi entra nel nostro mondo deve perseguirne sistematicamente i princìpi, senza subire alcun tipo di condizionamento. Non ci sono alibi, né scorciatoie. Un vero sportivo incoraggia e sostiene la lotta al doping e alle sostanze vietate, condannando ogni altra abitudine contraria alle più elementari norme civiche e comportamentali.

Pare assodata l’importanza dello sport nella formazione sia comportamentale che fisica dell’individuo. Le sembra che i programmi scolastici ministeriali dimostrano di avere chiaro questo concetto o c’è ancora strada da fare perché lo sport riceva l’importanza che merita?

Il CONI ha fatto squadra con il MIUR, sotto la regìa del Governo, varando il progetto “Sport di Classe”, che introduce l’attività motoria nella scuola primaria e che mira a garantire l’introduzione di due ore di educazione fisica nell’ambito della programmazione scolastica. Questo progetto rappresenta un ponte rispetto all’attuazione delle linee guida de “La Buona Scuola”, che costituiscono un passo importante verso l’inserimento degli insegnanti di fisica nella scuola primaria. Si tratta di un processo ineludibile per radicare una nuova cultura, dare spinta al rilancio del Paese attraverso il nostro mondo.

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