Intervista a Fabio Chiusi

Il friulano Fabio Chiusi, firma dell’Espresso, della Repubblica e di Wired, autore del blog Chiusi nella rete e di diversi saggi – anche scaricabili gratis in rete – sulla politica e i diritti in internet, citato in una traccia dell’esame di maturità del 2014, è una delle voci più autorevoli per quanto riguarda internet e il digitale. Genius Online non poteva non incontrarlo.

Nel tuo ultimo libro, Critica della democrazia digitale, analizzi le esperienze di democrazia diretta che si sono recentemente avute in Italia e in altri Paesi. Il fenomeno del Movimento 5 Stelle, nel caso italiano, rappresenta una vittoria della formula, almeno a livello di risultati elettorali. Quale evoluzione pensi che avrà questa infatuazione per la democrazia diretta? Durerà?
“Prima di tutto non credo che il successo del M5S sia dovuto al suo essere alfiere della democrazia diretta, né tantomeno alla democrazia digitale diretta. Credo rappresenti un esperimento interessante e sì, in evoluzione, che esisterà fino a quando esisterà il M5S. Che, almeno dal punto di vista teorico, vi è legato in maniera essenziale. Quanto alla politica italiana, non vedo grosse speranze per la democrazia diretta. E credo sia un bene: è una forma di governo che, per quanto finora sappiamo, presenta una serie di problemi insormontabili”.

Di fronte alla presunta capacità salvifica della rete, considerata capace di fornire al cittadino gli strumenti per un’informazione vera, assistiamo paradossalmente ad un’inerzia mai vista prima da parte della gente. Si abbaia a suon di insulti e di click su Facebook ma non si morde. Che ruolo giocano i social network secondo te in questo paradosso? Rappresentano un calmiere sociale, nella loro dimensione emotiva, o possono diventare un’arma nelle mani del primo “arruffapopoli” che passa?
“Possono essere tutte queste cose. Sui social network diventa virale una campagna contro la SLA che porta milioni nelle tasche di chi la combatte e al contempo l’oscena catena di Sant’Antonio sui dieci libri, o il gossip politico e dello spettacolo, o bufale di ogni tipo, o l’idea di votare a un referendum – come per i referendum sull’acqua pubblica e sul nucleare. Dipende dalla cultura digitale diffusa nel Paese che lo usa. E noi, purtroppo, siamo terribilmente indietro quanto a competenze e alfabetizzazione digitale. Da qui, lo spettacolo non esattamente edificante che è costantemente sotto ai nostri occhi su Facebook, per esempio”.

C’é spazio, in rete per l’elaborazione? La fretta che il medium impone costringe a sacrificare la profondità di pensiero o c’è la possibilità di un’analisi originale e recepita diffusamente?            

“C’è tutto lo spazio del mondo per l’elaborazione. Anzi, non ci sono limiti di spazio. In rete si trovano gli approfondimenti più completi e le frivolezze più totali, e non vedo perché non dovrebbe continuare a essere così. Certo, i social network credo siano un potentissimo strumento di conformismo, un promotore terribile di ciò che di peggio ha la nostra volontà consumista di essere tutti diversi, ma tutti uguali. Ma io traggo grandissimo giovamento per esempio dai miei commentatori su Facebook, quando posto i miei articoli e li discuto con i miei lettori e amici. C’è voluto del tempo, ma ora la maggior parte delle conversazioni è profonda, interessante, equilibrata, e perfino in grado di sopportare una sana dosa di “trolling” estemporaneo – che ci rende un po’ meno irregimentati, e ci fa stare bene essere un po’ meno irregimentati. Per cui lo spazio c’è, basta capire come usarlo. E come usarlo al meglio”.

Nel vociare indistinto della rete, che ruolo può avere la figura sempre più evanescente di quello che una volta si chiamava intellettuale?
“Fuori e dentro la rete gli intellettuali mi pare abbiano smarrito quasi del tutto il loro ruolo. E questo può essere un bene o un male: dipende dalla classe intellettuale. Generalizzare è sbagliato, e quindi non penso la domanda abbia una risposta. Ma certo gli intellettuali italiani che stimo credo si contino sulle dita di una mano”.

Uno degli effetti concreti della rete è quello della condivisione. Pensi che prenderà piede una nuova forma di gestione comunitaria della società, a partire dal condominio e dal quartiere?
“Penso si potranno diffondere delle forme di collaborazione dal basso, come già si sono sviluppate in tutto il mondo, Italia compresa. Potranno diventare la norma: la tecnologia c’è, l’abitudine a farvi ricorso, pur se da poco, in certi luoghi pure. Non vedo però la possibilità di rivoluzioni della vita sociale, di come sapremo stare insieme come collettività e popoli. Vedo ovunque una regressione della democrazia, e questo lo dicono i principali rapporti sulla questione, ma non vedo ciò che potrebbe conseguirne. Ho cominciato ad appassionarmi di geopolitica da troppo poco, direi cose stupide e se mai le rileggessi maledirei di averle dette”.

Come valuti la storia delle secchiate d’acqua ghiacciata in testa? Al di là dell’effettivo ammontare delle donazioni, pensi che siano fenomeni positivi o semplici buffonate che finiranno riportando la problematica che le aveva scatenate nel dimenticatoio?
“Dipende dal risultato, e da quanto il modo deve somigliare a una semplice buffonata. È un equilibrio delicato, e l’effetto emulazione può diventare nocivo nel caso la buffonata prevalga sul risultato. Ma credo IceBucketChallenge resti comunque un esempio positivo, in cui ciò che di buono ne è venuto sia superiore agli effetti collaterali. Che pure ci sono”.

Ogni rivoluzione tecnologica, dall’invenzione della scrittura in poi, ha semplificato la vita spazzando via però competenze e abilità. Secondo te c’è un limite oltre il quale i vantaggi non compensano più quello che viene perso e inizia una spirale regressiva di abbassamento del livello medio complessivo?
“È esattamente il punto del prossimo libro di Nicholas Carr, The Glass Cage, che ho appena recensito per l’Espresso. Lui sostiene si sia a un punto di svolta, e che se non si agisce ora per fermare una automazione tecno-centrica, finiremo per diventare schiavi, e schiavi stupidi, delle macchine. La costruzione di un’etica per l’automazione credo sia uno dei progetti scientifici più interessanti e importanti tra tutti quelli che ho incontrato in questi anni. Terribilmente complesso, ma è da lì che passa la nostra reale possibilità di avere una buona democrazia in futuro”.

Quale destino avranno tutti i miei cd e dvd che mi ostino a comparare? Faranno la fine dei floppy disk?
“L’hanno già fatta”.

Complimenti per essere stato citato in una traccia agli esami di maturità scorsi! Ci puoi descrivere in un tweet la sensazione?
“Non te lo aspetti. E, dopotutto, non cambia nulla”.

Grazie per la chiacchierata e buon lavoro!
“A te”.

 

Credits: foto tratta dal web