Intervista a Carlo Ranalletta Pres. Confidustria Giovani Gorizia

Il futuro delle aziende italiane. 

Genius incontra Carlo Ranalletta, Presidente di Confindustria Giovani Gorizia, con lui abbiamo potuto parlare del futuro economico delle aziende italiane e delle sfide che la nostra regione dovrà affrontare per superare la crisi economica.

Il ministero del tesoro USA Gheitner è stato in missione europea e il sei dicembre la CFTC (l’autorità che vigilasui Futures e Derivati Americani) ha deciso con 5 voti favorevoli e nessuno contrario di vietare alle 123 Società registrate in America che operano sui Futures, l’acquisto di Titoli di Stato Europei con somme e per conto dei propri clienti. Al contrario, i big dei futures potranno acquistare per i clienti soltanto titoli di stato americani.  S&P ha lanciato un warning sulle sorti del nord dell’eurozona. In risposta la tripla A tedesca ha portato tassi d’interesse sul bund ad un rendimento dell’1,1%, un segno di forza della posizione tedesca ma allo stesso tempo un nuovo esempio di come la Germania si stia effetivamente allontanando da gran parte dell’Europa. Il Wall Street Journal ha titolato ‘Central Banks Prep for Life after Euro’:  come giovane imprenditore vedi il futuro dell’impresa italiana in una dimensione europea oppure in uno spazio ristretto ai confini nazionali?

I vedo la strada europea come una via tracciata su cui non si può tornare indietro, per cui credo che sia impossibile pensare ad uno spazio economico che non sia continentale. Non reputo verosimile un ritorno alla Lira, anche se probabilmente si condurrà questa operazione sulla Dracma, l’Italia ha altri fondamentali. Non penso che siano incorso delle vere azioni per affossare l’Euro, ma stiamo assistendo a pesanti azioni speculative sui titoli di Stato europei.  Quando qualche settimana fa è andata quasi deserta l’asta per i Bund tedeschi – in buona percentuale sono stati comprati dalla Bundesbank – è stato evidenziato come il sistema è talmente interconnesso che i capitali sono stati localizzati sull’acquisto di titoli italiani, spagnoli e francesi che pagavano rendimenti molto più alti contando lo stesso rischio: tutti sanno che se fallisce l’Italia anche la Germania verrà affossata. Questa situazione è figlia della struttura imperfetta dell’euro, ma la Storia insegna che l’economia è una scienza umana e quindi non perfetta ma fatta di errori e ripartenze.

L’allontanamento dell’Inghilterra è un chiaro segno di orientalizzazione dell’Europa, questo può favorire l’economia del nord est italiano?

L’Europa si è sviluppata su due binari: produzione industriale  e  ricchezza finanziaria. L’Inghilterra ha un impianto industriale molto debole e fa il grosso della leva della sua ricchezza attraverso manovre finanziarie, proprio aver mantenuto la sterlina è conseguente alla loro necessità di mantenere una governance finanziaria. Quindi a mio avviso cambia ben poco, non è a causa dell’allontanamento inglese che si otterranno altre possibilità in Italia o nel Fvg, viene semplicemente istituzionalizzata la loro attenzione su dinamiche legate al mondo della finanza e non a quello della produzione. Dobbiamo piuttosto sperare che questi capitali possano venire da noi e costruire nuove opportunità, per cui dobbiamo essere capaci di attrarre nuovi investimenti.

I giovani imprenditori sono sempre dei giovani: la questione generazionale in Italia prende sempre più corpo, quali sono le critiche che portate alla categoria degli imprenditori italiani? 

Questo è un argomento estremamente sensibile. La crisi mette in grossa difficoltà chi si dedica al mondo dell’impresa e soprattutto chi lavora con i capitali propri, questo crea grandissima selezione, accelerando anche il passaggio generazionale. Il problema è capire che cosa ci lasciano. Oggi chi vuole fare l’imprenditore deve essere più preparato, attivo e dinamico perché si trova nella condizione di dover gestire risorse finanziarie, bancarie e forse anche umane più scarse di una volta. Ne consegue che se da un lato la classe imprenditoriale dei giovani è molto più preparata di quella dei nostri genitori oggi rischiamo di trovarci nella condizione del re senza un regno, perché seguendo negli anni la speranza ed il sogno di un progresso infinito del sistema economico sono stati compiuti tantissimi errori, in particolare in Italia. La sottocapitalizzazione di molte imprese, soprattutto medio piccole, è uno tra i principali problemi del nostro sistema economico. A differenza di altri paesi come Francia e Germania l’Italia non è riuscita a creare un sistema paese anche a causa della frammentazione del nostro sistema economico: ad un certo punto la piccola media impresa avrebbe dovuto conglomerarsi. Questo porta al terzo grande problema: assenza di un approccio sistematico verso i mercati esteri, in un mercato globale si è fin troppo pensato che bastasse l’orto di casa per sfamare tutti, ma non è così.

Ormai in Italia da anni si continua a pensare che fare l’operaio sia una ‘seconda scelta’ di vita, una soluzione per chi non ha voluto studiare, queste convinzioni culturali ci portano ad avere pochi operai specializzati, cosa che ci fa dipendere dall’ immigrazione e che infondo non invita a produrre da noi; contemporaneamente la scelta della delocalizzazione si è rivelata a volte una scelta sucida, perchè si è esportato il know how verso concorrenti con forze infinitamente maggiori. La globalizzazione ed il libero mercato non sembrano portarci verso la nuova age d’or, ad esempio Sarkozy ha detto che serve una riflessione sulla concorrenza, in quanto non possiamo essere il mercato più grande e più aperto del mondo ed allo stesso tempo avere determinati controlli e standard di produzone che altri non devono rispettare. Quali sono le idée attraverso cui i giovani imprenditori vogliono ottenere un rilancio dell’economia?

Questo è un tema che sta molto a cuore a tutta Confindustria Giovani, in Italia c’è un grosso problema per quanto riguarda la ricerca e la formazione di operai specializzati. Il nostro sistema economico si sta spostando sempre di più su una produzione di alto valore aggiunto, cosa che richiede un alto livello di perizia; parallelamente abbiamo avuto la corsa ai licei ed alle lauree, cosa che ha creato un meccanismo perverso secondo cui l’operaio specializzato è diventato un lavoro per chi non ha studiato o per chi non dispone di certi mezzi. E’ una situazione su cui bisogna assolutamente fare una riflessione a livello di sistema-paese, ed in questo senso Confindustria Giovani sta operando con una serie di iniziative per il rilancio degli istituti tecnici e professionali. Le imprese hanno un grande bisogno di manodopera specializzata, per cui vorremo che fosse anche italiana, sia per una facilità di dialogo all’interno del sistema produttivo e anche per sviluppare un po’ di senso di appartenenza: questo non vuol dire essere contro gli immigrati, che sono persone e lavoratori di grande valore. Noi chiediamo fermamente una riflessione da parte di tutta la società italiana sul fatto che lavorare ed essere specializzati in certi ambiti non è per nulla un aspetto denigrante nei confronti della persona, ed anzi ormai è una risorsa remunerata in maniera più che valida.

Altro discorso per quanto riguarda il sistema del WTO, delle delocalizzazioni e dei flussi commerciali di altri paesi: è evidente che questo momento di forte mancanza di liquidità deriva dallo sgonfiamento di alcune bolle finanziarie, ma è anche innegabile il fatto che la liquidità sia stata spostata verso quei paesi che ci vendono quello che noi compriamo. Da un lato abbiamo tutelato il lavoro, il welfare e tutta una serie di diritti che i sistemi democratici garantiscono ai loro cittadini, ma allo stesso tempo non abbiamo fatto nulla per salvare questo sistema dalla competizione. Non sono di certo un protezionista per cui non vedo i dazi doganali come la via di salvezza per l’Europa, però sono dell’idea che bisogna richiedere a livello d’importazione certi standard di produzione e sicurezza, rendendo così il nostro sistema industriale più competitivo. Anche se la soluzione politica potrebbe essere semplice il vero problema è accordarsi con chi è già delocalizzato, ma credo comunque che a questa crisi seguiranno delle clausole di riequilibrio con i mercati orientali. Anche la crescita dei mercati interni dei paesi come la Cina è un fattore di equilibrio: la richiesta di maggior benessere interno comporterà certe politiche. Alla fine si troverà un punto medio, indubbiamente noi dovremo ottimizzare il nostro stato sociale, ma altri lo dovranno aumentare. Per uscire dalla crisi serve il rigore interno e grande flessibilità sull’esterno; non condivido la linea tedesca di non immettere liquidità nel sistema, è una manovra fatta da tutte le potenze come USA o Cina. Anche se questo portasse ad elementi inflittivi importanti preferirei una morsa inflazionistica più alta ed avere la circolazione del denaro che è necessaria a far ripartire il sistema; in più, visto che gli Usa hanno attuato una politica di svalutazione molto pesante, una svalutazione dell’euro sul dollaro potrebbe essere una manovra vincente per far ripartire l’export europeo che è oggi bloccato da un euro troppo forte che non rappresenta la reale tenuta del nostro sistema economico.

L’arrivo dell’IVA sembra scontato, intanto il forte rialzo della tassazione sul carburante porterà l’aumento dei prezzi. Le liberalizzazioni e le migliaia di euro in cambio dell’assunzione di donne e giovani basteranno a controbilanciare l’austerity imposta alla nazione, o cadremo in una depressione peggiore, soffrendo la nuova perdita di potere d’acquisto ed un innalzamento dell’età media della popolazione disoccupata?

Secondo me il nostro è uno Stato ricco e può fare una politica di rientro dal debito, ma ci deve essere alla base una forte volontà politica per fare delle operazioni difficili che richiedono risorse. Per abbattere il debito si deve passare attraverso la messa a rendita del nostro patrimonio pubblico e la vera lotta all’evasione: non il terrorismo psicologico delle agenzie di riscossione ma una vera ricerca delle sacche di evasione totale che rappresentano il vero cancro di questo paese. Stiamo aspettando il decreto crescita, ma al momento con la tassazione dei carburanti abbiamo decretato la fine sostanziale dei consumi interni, non è stata una scelta illuminante, a meno che non siamo di fronte ad una politica di svalutazione monetaria e quindi ad un forte aumento dell’export che potrebbe bilanciare una leggera depressione dei consumi interni per poi operare in un rilancio combinato delle due cose. Se però l’idea è solamente quella di fare cassa non andremo molto lontano, se non c’è una politica di sviluppo seria di tutto il sistema economico allora non avremo un bel futuro.

Quanto è legato il destino economico del Friuli Venezia Giulia all’idea della regione Mitteleuropea?

Penso che ci siano dei valori che culturalmente ci possono rappresentare come un po’ a parte rispetto al resto d’Italia, siamo gente seria che lavora ed ha una mentalità veramente europea. Il nostro valore aggiunto è sicuramente di tipo culturale, ma dobbiamo ricordare che dal punto di vista strategico la partita non si gioca di certo a Vienna ma a livello continentale. C’è sicuramente da fare un grande lavoro su Trieste e sulla portualità dell’alto Adriatico, raggiungere una forte autorità portuale ed arrivare al progetto del super porto. Teniamo però ben chiaro che quando si parla di retroportualità dell’alto Adriatico si parla di Mosca, non di Monaco di Baviera.

Su quali aspetti deve puntare il Fvg per vincere la scommessa sul futuro?

Abbiamo una facilità di dialogo con l’Europa, l’interesse logistico e strategico è fondamentale, serve un potenziamento di tutte le infrastrutture su tutto il territorio regionale a partire dal porto, cercando di non svendere l’aereoportualità, sbloccare definitivamente le terze corsie senza trascurare il potenziamento della linea ferroviaria. Dobbiamo avere tutto qua, anche perché noi guardiamo a sistemi produttivi che hanno infrastrutture disomogenee tra loro, quindi dobbiamo essere pronti a servire tutti.

Per fare questo servono degli investimenti enormi…

Non possiamo più chiedere nulla allo Stato, dobbiamo metterci in condizione di essere attrattivi nei confronti dei capitali privati. Se l’investimento delle infrastrutture sarà in perdita lo sarà a causa nostra, vorrà dire che non avremo creato i presupposti di crescita e questo sarebbe un problema combinato del mondo produttivo e politico. Se ci sono i presupposti i capitali arrivano e non solo da investitori istituzionali, ad esempio sul porto e la logistica la partita è globale, possono arrivare investimenti dal nord Europa come dalla Cina. Sul grande tema del rilancio della competitività del territorio mi sono sempre chiesto come mai abbiamo usato la nostra condizione di regione a statuto speciale non per diminuire ma per aumentare le barriere burocratiche. Io sono un grande sostenitore della nostra autonomia, ma per creare un sistema competitivo e non maggiormente garantista.  Abbiamo la serietà ed i numeri per farlo: se solamente riuscissimo a dimezzare i tempi della burocrazia rispetto all’Italia saremmo già appetibili.

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In foto Carlo Ranalletta, foto di Luigi Vitale