Impara l’arte e mettila da parte:Primoz Bizjak

Un banco ottico, la passione per i luoghi silenziosi, tanta pazienza e un po’ di pericolo: questi sono alcuni degli attributi del lavoro artistico di Primoz Bizjak, l’artista che oggi abbiamo incontrato per le interviste di Impara l’arte e mettila da parte. Giovane artista classe 1976 ha già avuto diverse mostre personali da LipanjePuntin artecontemporanea e fino al 25 maggio espone negli spazi della Galerija Gregor Podnar di Ljubljana la sua serie In difesa di Venezia. Laureato in Economia Gestionale all’Università della capitale slovena, decide poi di iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Venezia che, grazie al progetto Erasmus, gli fa conoscere Madrid, dove oggi vive, dividendosi tra la capitale spagnola, Venezia e il suo paese natale Šempeter pri Gorici.

Primoz, che cos’è secondo te l’arte contemporanea?

“Contemporaneo” è sempre stato, per tutte le generazioni, un concetto complesso. Vivere un certo momento rende difficile averne una visione obiettiva: è più semplice guardare indietro, dopo che la storia ha “masticato” gli eventi, e trarre conclusioni. Parlare di “arte contemporanea” è quindi anch’esso complicato, visto che nessuno dei due termini è obbiettivamente definibile.

Nei giorni nostri, trovare chiarezza in tutto questo diventa difficile anche perché la produzione e il consumo di arte non sono mai stati così grandi, ma allo stesso tempo la qualità non è sempre così alta come ci piacerebbe.

Dal canto mio, mi piace immaginare come vedremo, noi e i nostri discendenti, l’attuale contemporaneo tra cinquanta o cent’anni, e cerco di riflettere questo pensiero in tutta la mia opera. Però questa è una mia visione personale, alla fin fine la storia farà la sua.

Nella mostra Il fuoco della natura, conclusasi il 9 aprile al Salone degli Incanti di Trieste, veniva esposta una tua fotografia scattata sui luoghi della I guerra mondiale, sull’attuale confine italo-sloveno. Hai qualche ricordo particolare legato allo scatto di quella fotografia?

Il lavoro presentato nella mostra è stato effettivamente realizzato sul Carso, atroce scenario della prima guerra mondiale… ma non solo. Questo lavoro parla di una storia più recente, quella dopo la seconda guerra mondiale, su una linea che divideva l’Europa. In un certo senso è una storia ancora presente, ma che quasi tutti cercano di rimuovere.

“…Si tratta di costituire un repertorio, lo stato di fatto della ‘linea di confine’: cosa ne resta dopo la caduta di ciò che ne motivava la funzione.  La storia si fa microstoria: è attraverso quest’ultima che emerge l’Europa dei nostri giorni…” (R. Caldura)

In quest’opera, una vista sul confine dell’interno di un bunker italiano, non ritratto solo un confine tra due nazioni, ma anche il confine che esiste tra la natura e la società, tra la luce e il buio. Tutto questo inquadrato in una “finestra” che nell’arte europea dai pittori fiamminghi in poi è ben presente.

Spesso guardando le tue fotografie si ha l’impressione di una modifica digitale al computer, ma non è così, vero?

L’era tecnologica che stiamo vivendo ci ha immerso, quasi del tutto, in un mondo “digitale” nel quale la manipolazione dell’informazione è relativamente facile e accessibile a tutti. Quindi potrebbe sembrare che le mie foto rientrano in questo mondo “digitale”…ma non è così.  Quei colori che sembrerebbero ottenuti HGH con l’aiuto di un computer, sono, come dice G. Cecere nel suo saggio su Venezia, il risultato della sfida di Bizjak al buio della notte, che all’occhio umano spegne e nasconde, ma alla pellicola svela, sorprendendoci”. Bisogna pensare che certi aspetti sfuggirebbero all’occhio umano se non fosse per la capacità della fotografia di sommare la luce nelle lunghe ore di esposizione. In alcuni casi l’esposizione può durare tutta la notte, lasciando così gioco libero tra la luce e le cose in una scena deserta. In questo modo, le immagini catturate non sono più momenti decisivi ma spazi temporali, capaci di cogliere una dimensione ulteriore, inquietante e sublime.

Inoltre l’uso del banco ottico e le sue caratteristiche influiscono in modo decisivo sul mio lavoro e sul modo di pensare. Bisogna prendersi tempo, scegliere con calma il luogo e il momento giusto, studiare senza fretta l’inquadratura e la composizione, e meditare su ogni piccolo dettaglio. In questo modo “il lavoro risulta ordinato anche se ciò che rappresenta è il disordine”.

I tempi di esposizione del tuo banco ottico sono lunghissimi, e spesso anche pericolosissimi visto che hai una predilezione per i paesaggi urbani in restauro oppure ancora per i cantieri aperti di case sventrate. Qual è la situazione più pericolosa in cui ti sei trovato?

I tempi di esposizione sono lunghissimi, a volte durano tutta la notte, e spesso mi sono trovato in posti un po’ pericolosi. Bisogna pensare che le sensazioni che si provano durante la notte, al buio, sono molto diverse…

È difficile dire qual è stata la situazione più pericolosa tra tutte quelle che mi sono capitate o che mi potevano capitare, però sicuramente una delle più sgradevoli è stata quando mi ha arrestato la polizia di Monfalcone mentre fotografavo un edificio in rovina (e aperto). Vivere quel momento, come sloveno, non è stato facile, e mi ha anche dimostrato che il confine e la sua storia sono ancora ben presenti nella coscienza delle persone.

Da qualche anno tu vivi tra la casa di famiglia in Slovenia e Madrid.  Cosa ti porti dentro dei due mondi in cui vivi?

A questi due mondi bisogna aggiungere un terzo: Venezia. Proprio di recente, è uscito un mio libro intitolato ‘Difesa di Venezia’, che mostra una Venezia diversa, lontana dal turismo e dalle foto romantiche dei canali, e più vicina a una ricerca artistica-documentalistica. Comunque devo dire che mi sento molto legato alle mie origini e ai luoghi dove sono cresciuto. Ora però che sono a cavallo tra diverse città mi piace approfittare di questi luoghi per lavorare con ciò che mi circonda, con quello che vivo e provo quotidianamente.

Ultima domanda, che cosa consiglieresti a un giovane artista?

Diventare artista è una grandissima soddisfazione, ma il cammino per arrivarci è duro e il lavoro in se non è così semplice come potrebbe sembrare. Bisogna studiare –e spesso anche ammirare- chi ci ha preceduto e quello che ora ci circonda, però è altrettanto importante rimanere se stessi ed essere costanti. La chiave sta nel lottare per non perdere la passione e l’illusione in questa ricerca utopica della verità, che si potrebbe chiamare arte.

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