Impara l’arte e mettila da parte – Sergio Scabar

Nei frettolosi contatti della vita moderna e contemporanea, incontrare una fotografia di Sergio Scabar è sempre un momento magico, perché obbliga a fermarsi e osservare da vicino una possibilità che ancora non avevi considerato: che la fotografia possa essere paragonata a un dipinto, per la sua unicità e per il magnetismo che sprigiona al suo contatto con il nostro sguardo.

Oggi per lo speciale dedicato alla mostra Il fuoco della natura per la rubrica Impara l’arte e mettila da parte, ho incontrato Sergio Scabar, l’artista che usa in maniera personalissima la stampa alchemica ai sali d’argento, un lavoro artigianale e sapiente che parte da uno studio lontano. L’amore per la fotografia comincia negli anni Sessanta, per approdare più stabilente al lavoro unico e originale che lo contraddistingue nella seconda metà degli anni Novanta: il silenzio di luce.  Nell’era del digitale, quest’intervista esprime tutto il valore profondo di un mondo magico e fondato sulla profonda e sapiente conoscenza del mezzo fotografico e delle tecniche tradizionali di stampa.

alcune immagini dello spazio che ha ospitato la mostra: Il Fuoco della Natura.(accedi in foto-report)

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Sergio, secondo te che cos’è l’arte contemporanea?

Spesso che cosa sia l’arte contemporanea non lo sanno nemmeno gli addetti ai lavori. Intendo l’aggettivo “contemporaneo” come ciò che è in linea con i tempi odierni, ma tuttavia ci sono certi artisti che, per fortuna, portano avanti un lavoro sulla memoria. Quest’ultima è, invece e purtroppo, spesso trascurata dall’arte contemporanea, che privilegia la tendenza alla spettacolarizzazione, che porta tutto molto lontano dal lavoro necessario all’arte. I grandi artisti hanno forgiato i valori della propria visione artistica a partire da una ricerca profonda all’interno della natura umana e dell’arte. Pensiamo a Burri, il primo grande maestro che ha cercato di introdurre nella pittura qualcosa che prima non ne faceva parte.

Nella mostra Il fuoco della natura, tu sei presente con una serie di opere che sono state messe dal curatore nel padiglione “storico” della fotografia. Tuttavia le tue opere “Silenzio di Luce” sono qualcosa di più di una semplice fotografia, sono infatti pezzi unici che in qualche modo stravolgono il concetto di riproducibilità che contraddistingue invece il linguaggio fotografico.

La mia non è solo fotografia, va oltre la riproducibilità della realtà. Nel mio caso ho cercato di personalizzare un’operazione, quella del procedimento fotografico, grazie alla particolare tecnica di stampa e al fatto che con questo particolare “lavoro” non si riesce a fare due stampe  uguali. Da qui l’unicità delle mie “fotografie”. Anche se certo la matrice di stampa (il negativo) indubbiamente ti porta a fare tante immagini che teoricamente dovrebbero essere tutte uguali, nel mio caso invece sono tutte immagini diverse.

La tecnica di cui parli è la stampa ai sali d’argento. E’ un lavoro lungo e paziente?

E’ un lavoro artigianale, qualcosa che non puoi delegare a qualcun altro. Voi vedete la stampa prodotta dallo stesso negativo, ma la vedete in quel modo perché io stesso l’ho fatta così: se io lasciassi il negativo nelle mani di altri, vedreste qualcosa di diverso. Io cerco di personalizzare tutto il meccanismo e i materiali che vengono usati e così, nel lungo lavoro artigianale, diventano solo miei. A me interessa l’unicità, ma totalmente, come accade per le persone.  La mia fotografia funziona allo stesso modo: dieci stampe uguali per me non hanno senso Generic Viagra.  Nell’arte contemporanea si hanno le tirature, a 3, a 5, a 10 esemplari e vengono usate solamente per dare valore commerciale alle opere. Questo modo di vedere le cose è un retaggio del presente, perché le foto di Giacomelli non avevano la tiratura, si chiedevano le fotografie all’artista e lui le stampava. Adesso invece il tutto è già inserito in un meccanismo commerciale e questa è una grande differenza tra l’atteggiamento dei vecchi e dei nuovi fotografi.

In una querelle che ormai dura da qualche millennio, quindi, secondo te, esiste una differenza tra “vecchio” e “nuovo”?

Il contemporaneo nasce già inserito nel meccanismo del valore commerciale: si può fare una tiratura, stampare il formato grande, quello piccolo e così via dello stesso soggetto. Ma, a mio parere, è tutto un giochino. Se moltiplichi lo stesso soggetto, la stessa immagine, si perdono il valore e il significato dell’opera e diventa come i manifesti che vengono messi in giro. Se invece tu trovi un manifesto unico, quello assume un valore. Io ho ribaltato questo meccanismo e invece di fare la tiratura di 10, fotografo 10 soggetti diversi. Porto una variante e, secondo me, la creatività è legata a questo, non dovrebbe esserci mai nell’arte una grammatica tutta uguale, deve variare sempre. E quando realizzi un lavoro molto valido, devi riuscire a portare quella valenza anche nel lavoro successivo e allora, solo a quel punto, potrai vedere una crescita della tua opera. Questo  al giorno d’oggi un po’ manca, perché i giovani si adattano a regole fatte: fanno un dipinto grande perché il coefficiente di vendita si calcola a partire dalle dimensioni di base e altezza. Invece un’artista dovrebbe seguire “il proprio spirito”, se poi la sua opera ha successo o meno, dal punto di vista delle vendite, quello riguarda il meccanismo. Mentre oggi il sistema è uno dei presupposti secondo i quali si sceglie di fare arte. Uno dovrebbe dipingere su una grande tela perché sente di esprimersi così, non perché così il suo quadro vale di più. Anche perché poi c’è una lunga una serie di complicazioni: il dipinto grande va spedito, spostato e ciò ha dei costi, è necessario tenerlo in posti grandi.  Non sto demonizzando i giovani, ma purtroppo si trovano nella difficile situazione di doversi adattare a un sistema già prestabilito.

E dell’era digitale cosa pensi?

Credo che sia una tecnica alla portata di tutti, il cui risultato è un ‘inflazione d’immagini. La fotografia è lavoro, bisogna fare fatica. Questo discorso si inserisce in un discorso più ampio che contiene anche le osservazioni di prima: ormai manca l’uomo, è quello che si dovrebbe costruire. Con la stampa industriale si è appiattito tutto, è diventato tutto standard, perché è più facile da fruire e da riprodurre. E grazie a questo grande cambiamento è rimasta solo l’estetica dell’inquadratura e la scelta del soggetto da fotografare. Però esistono alcuni casi particolari, per esempio Sally Mann che usa delle enormi lastre e la stampa al collodio, o come  nella mostra Il fuoco della Natura, mi ha colpito molto l’uso che Irene Kung fa della luce. Bisogna lavorare sull’uomo, una volta fatto ciò, tutto il resto viene da sé.

Ultima usuale domanda di Impara l’arte e mettila da parte, che cosa consiglieresti a un giovane artista?

Di lavorare sulla propria crescita culturale e di non trascurare il lavoro sulla memoria storica estetica.

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Courtesy foto  Sergio Scabar