Impara l’arte e mettila da parte. Intervista a Elio Ciol

La rubrica “Impara l’arte e mettila da parte” inaugura con l’intervista al grande fotografo Elio Ciol il ciclo dedicato alla mostra Il fuoco della natura, promossa dal Comune di Trieste, Assessorato alla Cultura, in esposizione al Salone degli Incanti –Ex Pescheria fino al 9 di aprile. Con questo speciale avremo la possibilità di entrare nei pensieri di alcuni dei grandi artisti scelti dai curatori Marco Puntin e Jonathan Turner per rappresentare il tema della Natura in tutta la sua bellezza e potenza.

Elio Ciol è un artista nato a Casarsa della Delizia, che con il suo instancabile lavoro di narratore per immagini e grande maestro del bianco e nero ha esposto in importanti musei internazionali ed è presente in prestigiose collezioni mondiali. Di recente è stato chiamato a rappresentare l’Italia, nel suo centocinquantesimo anniversario, all’Istituto italiano di Cultura di Mosca con una ricca mostra antologica dedicata al suo genio fotografico. La sua ricerca artistica comincia in un tempo lontano, nel laboratorio fotografico del padre a Casarsa, sperimentando le possibilità della camera oscura, delle pellicole sensibili e degli effetti di luce.

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Che cos’è secondo Lei l’arte contemporanea?

Un’infinità di espressioni totalmente libere, ma anche provocatorie, caotiche e, talvolta, prive di radici

Nella mostra Il fuoco della natura sono presenti due sue opere, Concrete astrazioni, che ritraggono uno spettacolo naturale. Quando è stata scattata la foto?

Le due opere esposte nella mostra “Il fuoco della natura” sono in realtà composte ognuna da 8 foto stampate su un unico foglio di carta lungo 4,45m. Ho voluto in questo modo riproporre quella continuità di visione che mi si è presentata il 23 luglio 2005, quando ho visitato l’Antelope Canyon in Arizona. A ogni passo mi apparivano immagini fantastiche, forme strane, illuminate in modo sensuale, misterioso; un susseguirsi di intense emozioni, di forme e di luci. Era come sentire una musica, un vento forte scivolare tra le pareti e gli anfratti del canyon. Tutto era forma e mistero.

Qual è  il suo ricordo più caro legato al suo lavoro artistico?

In 60 anni di professione i ricordi di  lavoro ai quali sono legato sono molti, ma posso tranquillamente dire che il più intenso è stato quello legato a “Concrete astrazioni” per la somma di emozioni che mi sono state regalate in uno spazio di tempo molto breve.

La sua esperienza di fotografo comincia lontano dall’era digitale, addirittura con il laboratorio fotografico di suo padre. E fin da giovane ha sperimentato le possibilità della luce e della stampa. Che cosa ne pensa invece dell’era digitale, e conseguenti declinazioni nella fotografia contemporanea?

Il digitale è un valido aiuto Viagra in quanto, tecnicamente, ha superato i limiti della pellicola nella ripresa e anche nella stampa: ha praticamente ampliato di molto le possibilità espressive dell’immagine che ora può essere fissata in varie forme, supporti oppure proiettata. Oltre a questo, l’era digitale può creare immagini senza riferirsi al reale; mancando tale riferimento queste immagini possono sbalordire oppure non interessare.

I suoi fotolibri sono stati premiati in tutto il mondo, vicino a grandi nomi della fotografia come Irving Penn e Robert Doisneau. Lei stesso definisce i suoi  lavori come dei racconti fotografici. Qual è la potenza dell’immagine rispetto alla descrizione narrativa del mondo?

Una buona immagine può contenere in sé un racconto dotato di una forza sintetica straordinaria, visto che questo racconto può essere letto con un colpo d’occhio. Nell’immagine la forza del racconto dipende, oltre che dal soggetto, dall’inquadratura data allo stesso e dai toni più o meno forti con cui è resa. Come le note o le parole, anche le immagini possono essere accostate per creare racconti più complessi e completi, che seguono però le leggi di una grammatica visiva. Le parole necessitano di più tempo per essere lette, comprese, ricordate e trasformate in immagini.

E tornando ai suoi successi, si è recentemente conclusa le sua personale a Mosca. Le sue opere sono state esposte in alcune delle più importanti gallerie d’arte contemporanea del mondo (New York, Parigi, Londra). Tuttavia lei ha scelto di continuare a vivere nel suo paese natale, Casarsa della Delizia, come mai questa scelta?

La mia vita è stata ricca di tante occasioni, di varie esperienze, di conoscenze di luoghi e paesaggi molto belli e vasti, di città grandissime, interessanti, fatte di palazzi, grattacieli… ma poi le radici mi hanno fanno notare che mi mancava lo spazio dell’orizzonte, della campagna, dei cieli; come quando da ragazzo correvo nei campi tra viti, covoni di fieno, filari di gelsi. Così alla fine ho preferito vivere nell’aria e nell’anima del mio paese natio e poter comunicare agli altri, con le mie immagini, queste sensazioni di libertà, di rapporto sacrale con la natura e l’infinito che ci avvolge.

Anche suo figlio Stefano ha ereditato da lei la passione per la fotografia, come Lei l’ha respirata a sua volta nel mestiere di suo padre. Allora con grande piacere le pongo una delle domande fisse della rubrica “Impara l’arte e Mettila da parte”: che cosa consiglierebbe a un giovane artista?

Di non definirsi autonomamente un artista. Di lavorare molto sulle proprie idee, sulle emozioni, sulle espressioni e sul desiderio di comunicare tutto ciò agli altri, alimentandosi alle radici dell’arte.

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Courtesy foto Elio Ciol