Immagini e parole dal Libano meridionale – 2013

in ph. Anna Mykova

SHAMA (LIBANO DEL SUD)  – La strada corre lungo tutta la costa su insenature di roccia friabile, punteggiate da decine di centinaia di frasche e cespugli verdi, muschi e piante d’ogni tipo che qui crescono rigogliose. Il mare è d’un blu intenso, a tratti agitato e biancheggia dove le onde s’infrangono sulla costa. I cedri si scorgono lontani poi vicini, ma mi accorgo che non sono tanti quanto mi aspettassi. In compenso, si incontrano folte piantagioni di banani e ulivi, con i rami carichi e appesantiti dai frutti. Le olive in lontananza sono piccolette e lucide,  sembrano quasi le taggiasche che macchiano la riviera ligure. Siamo alla fine dell’autunno e i frutti sono pronti per essere raccolti. Qui, nel sud del Libano l’agricoltura è una delle principali fonti di sostentamento insieme alla pastorizia e in parte al turismo. Ma gli sconfinamenti o le tensioni lungo la linea di demarcazione che separa lo Stato ebraico dal Libano hanno dissuaso gran parte dei visitatori meno impavidi. Qui le bellezze naturali e i resti della storia sono indubbiamente molteplici. Culla dell’umanità a partire dai Fenici, il Libano è anche una terra ferita che oggi affronta da vicino, anche il grave conflitto che sta dilaniando la Siria, da oltre due anni ormai. Come se non bastasse, il numero di profughi palestinesi viene incrementato impercettibilmente da quelli siriani, e cresce, cresce.

La terra del latte e del miele – come la si dipinge nella Bibbia, perché prospera e rigogliosa di materie prime – oggi vive in un’apparente calma piatta. Le micce della discordia sono ben celate, ma pronte a riaccendersi e far saltare per aria le speranze di pace. L’Italia qui in Libano è una veterana. Un contingente vi fu inviato per la prima volta già nel 1978 con l’intervento israeliano nel Sud del Paese. In quegli anni, la missione UNIFIL aveva il compito di monitorare il ritiro delle truppe israeliane ma non fu in grado di prevenire lo scoppio della guerra civile né i successivi interventi dello Stato ebraico e della Siria. Anche nel 1982, l’Italia si pose in prima linea in un’operazione multinazionale mandando i propri uomini a Beirut. Si voleva assicurare l’evacuazione dei combattenti palestinesi e la protezione della popolazione civile, ma erano gli anni più bui della guerra civile. Si trattò di un’operazione che non era stata disposta dal Consiglio di Sicurezza – seppur approvata dal governo libanese. Il ritiro definitivo di Israele dal avvenne due anni dopo, mentre la Siria indietreggiò solo nel 2005, quando dall’alto – intervennero le Nazioni Unite – fu richiamata al rispetto della risoluzione 1559 del 2004. UNIFIL II, la forza di pace di cui l’Italia e le altre 36 Nazioni fanno parte, è figlia della risoluzione 1701 che pose fine ai cruenti bombardamenti e allo scambio di razzi oltre confine nel 2006. Da più di 6 anni a questa parte, i militari italiani, dandosi il cambio tra un reparto e l’altro, si impegnano al mantenimento dello status quo, dispiegati nel Settore Ovest nel sud del Libano.

Intanto continuiamo a percorrere la strada che costeggia il mare e poi sale lentamente. Una curva dopo l’altra arriviamo alla postazione. La UNP 2-3, quartier generale del contingente italiano, si trova a Shama e dista pochi chilometri dal mare, una decina forse. La base è come una piccola città ordinata e ben strutturata, con i suoi quartieri ognuno adibito a una funzione. Ci accoglie la grande bandiera blu delle Nazioni Unite che ondeggia al ritmo del vento e il pesante portone d’ingresso scorre per accoglierci al suo interno.

Questa settimana sono di guardia i ghanesi e ogni volta che ti accingi a uscire o entrare dalla base si mettono sull’attenti portando la mano rigida alla fronte e poi sfoderano i denti candidi. Quel sorriso ti scalda subito il cuore. E i loro occhi profondi e lucidi sembrano malinconici. Ma non sono gli unici qui. La base è un ricco mélange di culture: Tanzania, Finlandia, Corea del Sud, Irlanda, Malesia, Slovenia, addirittura il principato del Brunei e poi l’Italia. I soldati sono tutti qui con le proprie idee, le proprie tradizioni ma anche le proprie bandiere che si ergono imponenti nell’ampia piazza della base. Ognuno porta un pezzetto della propria esperienza e vissuto ma con un unico scopo, lavorare “insieme per la pace”.

Lo si legge ben scandito questo motto, inciso a grandi lettere su una lapide di pietra. E queste parole sono poste al centro, della base e della missione UNIFIL. E’ un fil rouge che collega invisibile tutte le attività ordinarie quotidiane e quelle straordinarie, le grandi opere o i progetti minori  e i gesti rivolti dai militari per assistere la popolazione locale.

Oggi, ad esempio, viene riservato uno spazio espositivo per alcuni prodotti autoctoni. Sotto un grande padiglione ci accolgono note di allegria e la musica ghanese picchiettata sui tamburi di pelle, rimbomba piacevolmente nelle orecchie. Sono presenti autorità civili – rappresentanze dei ministeri dell’Agricoltura, dell’Economia e dell’Industria libanesi – funzionari delle Nazioni Unite, militari e i giornalisti, locali e non. La rappresentazione dura pochi minuti, ma sono sufficienti per rallegrare lo spirito e condividere le proprie tradizioni. E’ usanza, quando si lavora in ambienti internazionali anche militari, creare momenti di condivisione culturale.

Ciononostante, le protagoniste dell’esposizione sono cooperative femminili e associazioni di artigianato locale. Le chiamano le nuove imprenditrici del Libano – e lo sono.  Mi viene raccontato, che nel mese di luglio, le rappresentanti di ciascuna cooperativa avevano partecipato con successo al progetto Professional Development for Women Cooperatives in Sector West promosso da Civil Affairs in collaborazione con la cellula G9, addetta alle attività di cooperazione civile. In particolare, i funzionari per gli Affari Civili delle Nazioni Unite fungono da interfaccia tra la missione e gli interlocutori locali e si impegnano a rafforzare le condizioni civiche e sociali  implementando, a livello sub-nazionale, il mandato di peacekeeping. Le attività svolte hanno evidentemente aiutato le donne ad apprendere le basilari tecniche imprenditoriali per promuovere i propri prodotti. E ne danno grande prova.

L’esposizione ospita associazioni selezionate in tutto il Sector West: la Handicraft Cooperative Association, che espone prodotti naturali tipici come marmellate e olio; la Art Tyre Association, ha una bancarella con vetro e oggettistica decorata a mano; la Holy Family Qana, con indumenti di lana fatti all’uncinetto, e poi le altre cooperative femminili che offrono infusi ed erbe aromatiche, dolci e pasticceria; senza farci sfuggire l’indimenticabile manouche, cucinato davanti ai nostri occhi come nelle vecchie tradizioni. Sembra quasi di vedere la mia bisnonna stendere la focaccia, come queste signore libanesi. Le danno velocemente la forma arrotondata, la bagnano, la cuociono sulla pietra rovente e poi timo, spezie e formaggio fresco completano il profumo orientale.

Fatima Ezzedine, Responsabile della pianificazione strategica presso la Fondazione per orfani e donne spiega che “questa è un’opportunità importante per le associazioni perché si ha la possibilità di promuovere l’artigianato locale e vendere i propri prodotti. La donna è ancora una componente più debole all’interno della società e anche se le condizioni civiche stanno migliorando c’è ancora molto da fare. Per appartenere a questa regione bisogna essere ottimisti”, sorride lei. Lunghi anni trascorsi in un’alternanza di conflitto e ritorno alla quotidianità, aiutano a capire queste parole. L’entusiasmo delle donne nel presentare i loro prodotti svela l’attaccamento per la terra natia. L’amore non può evidentemente produrre allontanamento. “Yalla, yalla! Assaggiate questa marmellata di fichi”. E  mi perdo tra i gusti e i profumi.