Immagini e parole dal Libano meridionale – 2013

Mine clearance a pochi metri da Israele (Yaroun) – Le nostre teste ciondolano lievemente, un po’ di qua e un po’ di là con un ritmo imprecisato, scandito solo dalle pietre sparse che incontriamo percorrendo la strada sterrata. Il Lince è dipinto di bianco come vogliono le Nazioni Unite e porta il loro acronimo in colore nero, che ben si attaglia al candore dello sfondo. Qualche passante o agricoltore che è al lavoro,  solleva una mano e sorridendo la scuote per salutare. Quelle lettere – UN, ovvero United Nations – per molti significano pace. Ma cos’è in fondo la pace per questa gente? Forse è semplicemente la quotidianità,  vissuta raccogliendo le olive in autunno o pascolando il proprio gregge. Sempre con un occhio di riguardo a non sconfinare in territorio straniero.

Ma poi lo sguardo curioso, fugge al di là del vetro blindato, e si posa su una macchia di colore vivo. Un cartello scarlatto di forma triangolare, con al centro un teschio e l’avvertimento che ti fa eco dentro al petto: Pericolo Mine. L’impatto è ancor più forte qui, vicino al profumo e allo splendore del mare, vicino alla gente indaffarata nella propria quotidianità e vicino a certe ville che ostentano opulenza. Erigere case che seguono le ultime tendenze architettoniche e dipinte di colori sgargianti, alimenta la speranza. Perché questo dà un timido segnale che qui la pace sta lentamente crescendo, come un neonato che inizia a gattonare.

Eppure, gli adulti sono abituati a convivere con le mine e i bambini, un po’ per incoscienza e per l’innocenza che li contraddistingue, sembrano non accorgersene. Sono come “trappole per topi, che i topi stessi hanno costruito”, diceva Einstein  e – inorridito dal primo conflitto mondiale –  tuonava: “La guerra non può essere umanizzata, ma solo abolita”. Ma l’uomo non ha affatto posto fine alle guerre e tantomeno ha dato loro un volto umano. Le moderne “trappole per topi” – cosiddette mine terrestri –  fecero il loro ingresso nelle industrie della Germania Imperiale e furono poi indiscriminatamente utilizzate da tutti gli eserciti. E non si sottrassero a posarle, ben nascoste sotto terra e secondo precise mappe, nemmeno le forze israeliane negli anni Settanta – qui nel Sud del Paese. Ma sono infide, le mine antiuomo, proibite da accordi internazionali perché dis-umane come voleva affermare lo scienziato tedesco. Basta poco per saltare in aria, soli 8 chilogrammi di pressione. E non accade di rado che un pastore del tutto inconsapevole superi quella linea invisibile che separa i due Stati – Libano e Israele – e ritorni a casa mozzo di un braccio, o una gamba o perda per sempre la vista.

Quella delle mine è una guerra indiscriminata che non guarda all’età o al sesso – impassibile. L’anno scorso, anche un bambino che si era spinto più in là per recuperare il pallone da gioco ne era stato vittima. A volte, infatti, quei cartelli e le fragili reti che circondano i campi minati non bastano. Oppure non sono sufficienti per impedire alla gente di abitare la propria terra in modo totale, quasi che questo pericolo non esista.

Ad attenderci nel sito AP263-AP264 c’è il Tenente Andrea Pecetta – l’ufficiale più giovane del contingente italiano – e il suo team di sminatori, unità tecnica del 3° Genio Guastatori di Udine. La zona di operazione, nei pressi di Yaroun, è ad alto rischio imbottita com’è di “ordigni inesplosi, mine antiuomo del quarto tipo, possibili munizioni e sub-munizioni” racconta il Tenente. Il corridoio sterrato che percorriamo è già stato bonificato e i picchetti a punta gialla che fanno capolino da dietro la sterpaglia, ci segnalano ordigni fatti brillare sul posto.

Gli israeliani hanno fornito al comando UNIFIL una mappa dei campi minati ma gli anni e gli agenti atmosferici sono intervenuti per depistarne le tracce. “Spesso è addirittura visibile qualche ordigno  in superficie perché spinto dal passaggio di macchine in movimento terra oppure trasportato da pioggia, alluvioni e smottamenti. E a distanza di 40 anni è del tutto efficiente” continua Andrea indicando una piccola scatola in plastica a forma di parallelepipedo. Grossa all’incirca come un lingotto d’oro ma del colore delle olive verdi, è una mina antiuomo israeliana affiorata in superficie e più tardi verrà fatta brillare con un gran botto sordo ed emanando una fitta colonna di fumo.

Inquadrato nell’Engineer Company, il plotone degli sminatori partecipa al Blue Pillar Marking Project, impegnato nell’attività di demarcazione sul terreno della Blue Line. Là, dove per trent’anni le ripetute invasioni israeliane hanno dissolto la frontiera che separava i due Paesi nasce, barile dopo barile, una linea di separazione artificiale – costituita, in realtà dalla linea di ripiegamento israeliana. I Blue Pillars sorgono nei punti negoziati con tanta difficoltà e alla presenza di campi minati interviene l’unità dei guastatori. Il loro lavoro quotidiano consiste nell’aprire varchi bonificati per permettere al personale UNIFIL di lavorare ed erigere i pilastri di cemento e ferro dipinto di azzurro.

E’ un lavoro complesso e di precisione, quello dei deminers italiani, degno dei più abili chirurghi. La giornata inizia presto la mattina e i militari si alternano a turni di circa quaranta minuti per consentire una concentrazione ai massimi livelli. Si passano in rassegna piccoli corridoi larghi un metro al metal detector e, individuata la presenza di un ordigno, si scava per venti centimetri in profondità. L’abilità con cui si sonda delicatamente il terreno viene dal lungo iter addestrativo a cui i militari sono sottoposti prima dell’immissione all’estero. Gli esplosivi rinvenuti vengono fatti brillare sul posto e si continua così dandosi il cambio l’un con l’altro. “D’estate, poi, il lavoro è sfiancante per via della temperatura che supera i 40°C.” Chini sulle ginocchia e appesantiti da un’ingombrante tuta protettiva di oltre 10 chili sulle spalle, devono mantenere la lucidità e i riflessi pronti. E le tempistiche di questo lavoro minuzioso non contribuiscono certo a renderlo più semplice.

Arrivati in fondo al corridoio ripulito dagli ordigni, il Tenente ci indica orgoglioso il picchetto azzurro – AP264 – che il suo mine clearance team ha posizionato su precise coordinate fornite da UNIFIL e pattuite con i due Stati avversari. Sembra quasi il vessillo della conquista; la conquista italiana di contribuire a posizionare un altro pilastro della Blue Line e a costruire – forse – il futuro vero confine tra i due Paesi.

Per ora, resta imponente di fronte a noi il fitto reticolato della technical fence israeliana, corredato di videocamere e sensori che captano la tua presenza nell’immediato. Al di là di questa barriera, una striscia di terra pettinata – soft soil –  mostra ogni minima orma lasciata dal suo attraversamento e si affianca alla strategic road asfaltata che corre per tutta la sua lunghezza. Nel frattempo, già due pattuglie israeliane vi sfrecciano a tutta velocità allertate dalla nostra presenza. Inutile dire che le foto, è meglio non scattarle, soprattutto se non porti un berretto blu o se cerchi furtivamente di puntare l’obiettivo laggiù, verso Israele. “Big brother is watching you” – la tensione è ancora alta.