Imam Pallavicini: dialogo e tolleranza sono le basi della civiltà

Intervista rilasciata il 5 luglio 2015

L’Imam Yahyâ Sergio Yahe Pallavicini, Vice Presidente della CO.RE.IS., la Comunità Religiosa Islamica in Italia, Presidente del Consiglio dell’ISESCO, l’Organizzazione islamica l’istruzione, la scienza e la cultura e consigliere del Ministro italiano degli Interni nella Consulta per l’Islam Italiano è una figura di riferimento per la comunità islamica italiana. Da convinto sostenitore di un’interpretazione moderata del Corano e del fatto che il fondamentalismo sia «la parodia di una identità religiosa e politica che basa il suo potere sul fanatismo ideologico» ci ha presentato, in questa chiacchierata, il suo punto di vista sul clima da scontro di civiltà che si respira in Italia da qualche tempo, sull’aggravarsi delle tensioni a livello internazionale, sul ruolo dell’Islam all’interno del sistema valoriale occidentale e sulla compatibilità dei valori islamici con quelli europei.

Muhammad Ali è, assieme a personalità come Martin Luther King, Malcolm X, Rosa Parks, Tommie Smith e John Carlos, una delle icone delle battaglie degli anni Sessanta contro la discriminazione razziale negli Stati Uniti. Pensando ai recenti fatti di cronaca di Ferguson, Baltimora e Charlerston sembra che di battaglie del genere ce ne sia ancora bisogno. In cosa si è sbagliato?

Secondo la tradizione islamica, la persona umana è molto di più di un esponente di una “razza”. Finché si analizzerà solo un aspetto, demonizzandolo o esaltandolo, scollegando questa parte dell’uomo dalla ricchezza e dalla complessità del suo insieme e prescindendo dalle corrispondenze con la storia dell’umanità e con il ruolo di vicario della creazione, i risultati saranno sempre parziali e riduttivi. L’ignoranza della natura della persona e la miopia di voler creare degli “standard” di comportamento sociale generano confusione e errori di comunicazione e percezione della realtà.

Le lotte per l’emancipazione razziale americane hanno prodotto una maturazione civile anche nelle società europee. L’Europa però, soprattutto a causa dell’incapacità politica di gestire un fenomeno storico come quello dei flussi migratori dal Nord Africa e dal Medio Oriente, sembra essere ricaduta in un atteggiamento se non razzista, quantomeno xenofobo. È  possibile, secondo lei, gestire questi flussi in modo da garantire a chi arriva un trattamento dignitoso ed da evitare così tensioni sociali?

Nel recente passato persino un Governo d’Italia ha prodotto delle leggi razziali contro la comunità ebraica e nella regione dei Balcani i musulmani sono stati oggetto di una “pulizia etnica” con la complicità dei Governi d’Europa e dell’Occidente “civilizzato”. In altri periodi, la logica della conquista e del fabbisogno di risorse e di mano d’opera è stata giustificata con la colonizzazione dei “selvaggi popoli dell’Oriente”. Quando questa mentalità cambierà e si riconoscerà non solo il diritto ma anche il valore della civiltà in tutte le tradizioni culturali e comunità religiose senza emettere sentenze morali basate su pregiudizi superficiali, lotte di potere e senso di superiorità, allora il lavoro serio di gestione, accoglienza, cooperazione, fratellanza sarà vincente.

Qual è il suo bilancio sulle politiche legate all’integrazione a livello europeo, penso per esempio alle  banlieue  parigine o a episodi come quello di Tor Sapienza a Roma?

La secolarizzazione ha influenzato la politica stabilendo criteri di gestione dell’uomo basati sul regno della quantità e sui diritti umani come se bastasse distribuire le persone come merci o bestie da collocare in un “sistema”. Il problema è proprio l’artificio e la corruzione nella gestione di questo sistema che non prende in considerazione le sensibilità, le molteplici e dinamiche specificità della persona che non possono essere oggetto di un processo schematico: integrazione o disintegrazione, ghetti o omologazione. Manca la visione intelligente, sostenibile e lungimirante dell’uomo e della società e si rischia di produrre una “società” senza persone, senza uomini e donne che sappiano ancora servire il bene dell’intelletto e del buon gusto per le cose vere della vita.

L’Europa si sta islamizzando?

La comunità islamica è stata presente per secoli in Spagna e in Sicilia lasciando segni di civiltà e dialogo interculturale e interreligioso prima che forze oscurantiste abbiano costretto a una progressiva scomparsa coatta varie identità spirituali e culturali che erano “colpevoli” di una “diversità” con alcune “radici” dell’Europa. La storia, il diritto, la geografia, la cultura, la spiritualità, le “radici” dell’Europa sono costruite da persone, uomini e donne, credenti e intelligenti. Tra queste persone, intellettuali, maestri, scienziati e semplici cittadini anche di religione islamica hanno senz’altro contribuito a questo patrimonio comune senza pretendere di “islamizzare” uno spazio come una proprietà esclusiva su cui attaccare artificiosamente una etichetta. È opportuno chiarire un dato numerico per evitare suggestioni sproporzionate: tra le decine di milioni di persone di fede islamica che vivono in modo sano e costruttivo attualmente in Europa, c’è al massimo qualche decina di migliaia di formalisti ignoranti che hanno una interpretazione fondamentalista dell’Islam. Se riuscissimo a costruire un coordinamento qualificato di politiche sociali e di educazione interculturale il numero di questi radicali, presenti in tutte le comunità nazionali con differenti colorazioni, intransigenti e puritane, anche iperlaiciste o ultracattoliche, diminuirebbe e le loro provocazioni rimarrebbero senza riscontro.

A livello internazionale, che futuro prevede per il Medio Oriente?

Un futuro difficile che ci spinge a lavorare per prevenire crisi peggiori e conflitti fratricidi. Dobbiamo costruire in Italia e in Europa un modello credibile e d’ispirazione per le future generazioni di dirigenti in grado di sviluppare una nuova società civile in Medio Oriente, interculturale e interreligiosa, dove nazionalismi e arroccamenti identitari non siano condizionati dal sospetto, dal rancore, dall’odio e, peggio ancora, dal boicottaggio o dal vittimismo e dall’ipocrisia.

La religione islamica è compatibile col sistema valoriale che sta alla base della cultura europea, penso alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, o sarà necessario sacrificare qualcosa da entrambe le parti?

Un sistema laico prevede una relazione aperta con ogni cittadino e le varie comunità proprio per evitare il monopolio di un pensiero dominante o un governo tiranno. Un sistema confessionale si concentra sulla declinazione di alcuni principi della dottrina religiosa come ispirazione di responsabilità sociali e comportamenti civili. Vi sono interpreti onesti e disonesti in entrambi i sistemi, senza che si debba rivoluzionare la natura umana, la laicità o qualsiasi religione. Spetta ai rappresentanti autorevoli e onesti del potere temporale di uno Stato e ai rappresentanti qualificati e sensibili delle dottrine religiose instaurare un naturale processo di collaborazione per la armoniosa tutela delle esigenze di pratica della libertà religiosa dei cittadini nel contesto di una giurisdizione regolata dalla Costituzione della Repubblica. Anche la confessione islamica e i credenti musulmani in Occidente hanno la stessa dignità e i medesimi diritti. Questa dignità e questi diritti verranno riconosciuti se sapranno essere rappresentati da persone giuste e affidabili che, a loro volta, sapranno trovare interlocutori delle Istituzioni, coscienziosi e coerenti nel lavoro di sintonizzazione giuridica e culturale.

Al di là delle motivazioni profonde e personali di Ali, la sua conversione nel 1964  aveva una forte componente politica. Quali differenze riscontra lei tra una scelta del genere, che fu anche per esempio di Malcolm X, e il richiamo che lo Stato Islamico rappresenta oggi per i giovani delle periferie europee?

Sono contrario a questa confusione tra motivazioni pretestuose e il valore della conversione spirituale. Credo che il risveglio di una prospettiva religiosa sia un miracolo di apertura del cuore nel quale la coscienza della presenza di Dio e del sacro cambia la visione della vita e del mondo: questa è la realtà della conversione. Al contrario, assistiamo a conversioni di forma religiosa come a uno scambio commerciale di maggiore profitto o migliore potere che sono solo la volgarizzazione del significato religioso. Il presunto Stato Islamico è la parodia di una identità religiosa e politica che basa il suo potere sul fanatismo ideologico. Tornando ai personaggi come il pugile Muhammad Ali o Malcolm X mi sembra che la loro fama sia prevalentemente dovuta allo star system e non siano particolarmente rappresentativi di una saggezza e di un modello religioso utile ai nostri giovani.

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