Il potere politico tra vecchie dinamiche e nuove minacce

Assistiamo, in questi anni, alla progressiva perdita di potere da parete di quei soggetti che storicamente ne rappresentavano, a loro modo e sulla base del rispetto di un equilibrio istituzionale e fattuale, le varie declinazioni: la politica, intesa come vita associata, come polis, deteriorata nella sua legittimazione e nella capacità di farsi carico del ruolo di rappresentanza che storicamente le appartiene nell’ambito delle democrazie liberali, e il giornalismo, costretto, nell’indistinto e confuso brusio che si crea con i nuovi media, ad alzare i toni nella direzione di un sensazionalismo e di un giustizialismo che poco hanno a che vedere con la deontologia classica del mestiere che si è venuta a delineare nei decenni dello scorso secolo.

La stessa figura di Renzi rappresenta plasticamente l’effetto di queste dinamiche: da un lato l’uomo solo al comando, la cui azione è improntata alla velocità e alla lotta contro la farraginosa lentezza del procedimento decisionale collegiale della vecchia politica e dall’altro una comunicazione diretta e schietta, condizionata, nella forma e nei contenuti, dall’utilizzo compulsivo dei social media, simbolo anagrafico e culturale a garanzia della distanza dalle grisaglie rottamate. I numeri, sia a livello elettorale, sia a livello di smottamenti verso il Partito Democratico, confermano questa evoluzione e questa modificazione genetica della politica, a partire dal blocco della sinistra, da sempre conservativa sui temi classici della propria battaglia sociale e oggi riletti alla luce di una valutazione postideologica e laica.

Ma la crisi della politica non interessa solo il nostro Paese. E assume i tratti apocalittici di una crisi valoriale profonda, nei vuoti della quale si insinua il virus di un fondamentalismo che, nella sua aberrante violenza, attrae giovani anche europei con la promessa di quelle certezze che la nostra società ha smesso di dare e che trova nell’islam la perfetta espressione dei propri progetti.

La politica probabilmente tornerà, alla fine del vuoto che stiamo attraversando e nel quale ci troviamo soli e provi di punti di riferimento. Il problema è che sarà la politica del demiurgo. L’utilizzo dei media come strumento di propaganda, già chiarissimo negli anni Trenta, da parte della politica come da parte dello Stati Islamico, indica in maniera lampante questa direzione e prepara il terreno, nella mancanza di elaborazione e nella tendenza alla semplificazione, se non alla banalizzazione che ne deriva, all’ascesa dell’uomo della Provvidenza.

Foto: Luca Tedeschi