Sony: cyberterrorismo e persuasori occulti

Alcuni giorni fa la Sony, celebre casa di produzione musicale e cinematografica americana, è stata vittima di un violento cyber attacco. Gli hackers, oltre a mettere off-line l’azienda per diverse ore, hanno rubato e diffuso in rete alcune pellicole non ancora uscite nelle sale, minacciando di rendere pubblici anche dati sensibili come rapporti di marketing, politiche del personale, eventi aziendali e accordi commerciali. Il gruppo terroristico, denominato ‘Guardian of Peace’, e vicino alla causa nord-coreana e al proprio leader Kim Jong-un, ha motivato l’intrusione come risposta all’imminente uscita del film “The Interview”, commedia demenziale prodotta dalla Sony in cui James Franco e Seth Rogen interpretano un conduttore e un produttore di un noto show televisivo contattati dal leader coreano per un intervista esclusiva. I due verranno cooptati dalla CIA e diventeranno improbabili killer con conseguenze tragicomiche.

Quest’ultimo caso, assieme alle celebri vicende di Anonymous, Wikileaks e il caso della ‘gola profonda’ Edward Snowden ci dimostrano, se ce ne fosse il bisogno, come anche le organizzazioni più potenti e protette del globo siano vulnerabili ad attacchi esterni. Di fatto, la rete non è un posto sicuro: da che mondo è mondo, gli hackers stanno sempre un passo avanti ai sistemi di sicurezza informatica e noi, indifesi utenti web, non abbiamo gli strumenti per difenderci. I nostri antivirus, i firewall e gli antispyware non sono che misere protezioni davanti ai mezzi e alle capacità di questi efferati cyber terroristi. Ma allora siamo spacciati? Cosa può salvarci? La nostra salvezza risiede nel fatto che siamo insignificanti: i nostri conti in banca a quattro cifre (se siamo fortunati) e i nostri ‘inconfessabili segreti’ non interessano a nessuno o quasi. La nostra marginalità sul web ci rende semplice pubblico non pagante di questo conflitto al silicio, in cui sono in gioco equilibri politici e interessi economici e che di fatto non ci tocca in prima persona.

Ma c’è un’altra e più infida guerra che ognuno di noi combatte ogni giorno, spesso senza neanche rendersene conto, ed è quella per le nostre abitudini. Alla rete non interessano i nostri segreti, le cose che ci differenziano dagli altri ma le nostre consuetudini, che marca di dentifricio compriamo, il genere di libri che leggiamo, cosa facciamo il sabato sera. E questo perché? Perché di fatto in rete non siamo più utenti, viaggiatori dell’etere ma consumatori, fruitori di contenuti e prodotti. E’ un discorso che parte da lontano, teorizzato per la prima volta dal giornalista statunitense Vance Packard, che nel suo illuminante saggio ‘I persuasori occulti’’ (datato 1957), descriveva come nella seconda metà degli anni ’50, fosse nata una più efficace e subdola forma di pubblicità in grado, grazie a meccanismi psicologici precisi, di indirizzare il comportamento d’acquisto dei consumatori e indurre bisogni specifici per ogni categoria di persone.

A distanza di oltre 50 anni, questo meccanismo è stato oliato e perfezionato e ha trovato terreno fertile tra le maglie della rete. Oggi, ogni mail che mandiamo, ogni pagina che visitiamo e ogni post che pubblichiamo sui social media viene analizzato e indicizzato, restituendo una serie di dati utili che permettono di anticipare i nostri comportamenti, i nostri gusti: in definitiva i nostri acquisti. Nel marketing 2.0, una delle merci più pregiate sono le banche dati: liste di nomi, associate a contatti e altri dati, che le aziende si passano l’un l’altra a fronte di alleanze commerciali o esosi pagamenti. Tutto questo per creare una “rete nella rete”, in cui noi siamo inconsapevolmente impigliati, indifesi e raggiungibili, attraverso i nostri profili. E, una volta che ci hanno messi con le spalle al muro, cosa fanno? Ci danno ciò che vogliamo. Google, Amazon, Facebook: avete mai notato che sulle loro pagine compaiono spesso inserzioni commerciali di prodotti che avevate già visto, o molto simili? Categorie commerciali di cui vi eravate già interessati, magari tutto da un’altra parte, magari mesi fa. Loro si stanno rivolgendo a noi e ci stanno dando ciò che vogliamo; e alla maggior parte di noi questo sta bene. Pochi rinuncerebbero alla comodità di fare acquisti on-line, di ricevere continuamente suggerimenti su ciò che ci piace, con l’ulteriore beffa che questo sistema si adegua e si aggiorna costantemente, e siamo noi ad aggiornarlo.

Un meccanismo perfetto, a cui stanno tentando porre freno associazioni di consumatori e organismi internazionali a colpi di leggi sulla privacy, class actions e denunce. Ma come gli hackers più spietati, le multinazionali sono sempre un passo avanti alle leggi promulgate per limitarle, e hanno molte più risorse di chi tenta di boicottarle. E’ la stessa “cyberguerra” di cui abbiamo parlato sopra, a parti invertite. Questo l’ha capito Julian Assange, che nel suo recente saggio “Quando Google incontra Wiki-Leaks” (2014), delinea i collegamenti tra il colosso di Mountain View e la politica internazionale degli Stati Uniti, sottolineando come ormai sia diventato uno strumento in grado di controllare e influenzare i comportamenti di chiunque.

Baudelaire diceva “Il peggior inganno del diavolo è quello di farci credere che egli non esiste”. E se il diavolo avesse le corna di silicio?