Francesco Venier: vi spiego il futuro del lavoro

Nel 1932, quando il mondo stava soffrendo di “un brutto attacco di pessimismo economico”, John Maynard Keynes scrisse un saggio molto ottimistico, “Possibilità economiche per i nostri nipoti”, dove in sostanza diceva, a ragione, che noi saremmo stati molto più ricchi ma che prima andavano superate alcune questioni. Una delle preoccupazioni che Keynes avanzava era una “nuova malattia”: “la disoccupazione tecnologica… Causata dalla scoperta di mezzi per economizzare l’uso del lavoro ad una velocità superiore a quella con cui è possibile trovare nuovi usi per il lavoro.”  Lo stesso sta accadendo oggi.

400.000/2.000.000 – Quattrocentomila sono i nuovi posti di lavoro manageriale creati negli USA nel periodo 2007-2012 (fonte Financial Times), due milioni sono i posti di lavoro impiegatizio persi nello stesso periodo.

Non è un’esagerazione utilizzare la parola rivoluzione quando parliamo di come i modi di produrre, e di conseguenza le nostre vite, sono cambiati negli ultimi tre decenni. Oggi è normale fare affidamento sull’information and communication technology -ICT- per controllare e coordinare processi produttivi distribuiti su tutti i continenti come se fossero svolti in un’unica fabbrica. Le reti permettono alle imprese di allocare il lavoro intellettuale sfruttando i vantaggi comparati dei diversi mercati del lavoro. L’intelligenza artificiale (AI) sta prendendo sempre più decisioni al posto nostro in sempre più ambiti.

Sono le ICT il vero motore della globalizzazione, gli strumenti che, rendendola tecnicamente possibile, l’hanno resa inevitabile. E la globalizzazione paga, producendo il più spettacolare processo di creazione di posti di lavoro e affrancamento dalla miseria della storia, facendo passare gli occupati da 2,3 miliardi del 1991 a 3,1 miliardi del 2011.

Tuttavia tale sviluppo non è una mera crescita additiva di posti di lavoro, bensì una trasformazione profonda, sia del modo di lavorare, sia dei luoghi di produzione della ricchezza.

Questa trasformazione che ha già avuto luogo negli ultimi decenni in settori quali l’editoria, i media, le telecomunicazioni, stravolgendo aziende e modelli di business, oggi sta travolgendo ogni settore, ogni mestiere, ogni impresa.

Alcuni esempi: a San Francisco Uber produce già ora il triplo dei ricavi dell’intero settore dei taxi e delle limousine. Senza possedere una sola camera, AirBnB ha più camere in vendita del gruppo alberghiero Hilton, ma AirBnB ha 800 dipendenti, Hilton ne ha 152.000. Kickstarter, la piattaforma di crowdfunding, fornisce ai suoi maggiori utenti finanziamenti per decine di milioni di dollari, cifre che un tempo richiedevano fondi di investimento di primo livello.

E la lista continua: upwork.com, freelancer.com, momcorps.com, helpling.com sono tutte piattaforme, di enorme successo negli USA, che stanno trasformando il lavoro professionale di vario genere in un servizio pagato a consumo. Addirittura, nel caso di Mechanical Turk (mturk.com), il lavoro di programmazione offerto è svolto da software engineers che lavorano in paesi in via di sviluppo. È un esempio di delocalizzazione del knowledge work, che abbatte il prezzo per quel servizio nei paesi ricchi e lo alza nei paesi in via di sviluppo. La stessa cosa la fa la padovana Centervue.com che, tramite le sue macchine avanzatissime, offre all’interno dei negozi Wal Mart, un servizio di diagnosi della retina low cost effettuato medici indiani.

Tutte queste piattaforme hanno successo perché offrono un notevole vantaggio economico e di accesso per gli utilizzatori.  Ma allo stesso tempo riducono sicurezza ed entità dei redditi dei produttori, creando quella che il New York Times ha battezzato gig-economy, un economia basata su lavoretti spot. E cosa succederà quando questi lavoretti li faranno direttamente i computer che grazie all’esponenziale sviluppo dell’AI stanno imparando meglio di noi a tagliare l’erba, scrivere articoli di cronaca, comporre gingles per la pubblicità, effettuare diagnosi mediche, ottimizzare turni di lavoro e chiamare al momento giusto i lavoratori umani in azienda, prevedere l’andamento dei mercati guidare aerei, navi, treni, trattori, camion, automobili, a giocare in borsa …e molto altro?

Questa è l’alba di un nuovo mondo del lavoro, nei paesi avanzati i posti di lavoro per persone “unskilled” o “semi-skilled” si riducono rimpiazzati da macchine sempre più abili e intelligenti e vengono pagati sempre peggio. Al contrario, i lavori ad alto contenuto di problem solving, capaci di capire e usare la tecnologia e di gestire le dinamiche sociali ed economiche che da essa sono innescate, aumentano di numero e sono pagati sempre meglio.  È questa la digital transformation, la trasformazione digitale del luogo di lavoro.

Ma per beneficiare della digital transformation, per partecipare pienamente e beneficiare della nostra società iper-connessa e di un’economia sempre più basata sulla conoscenza e sulla capacità di fare e gestire in rete tra persone e con le macchine, servono nuove competenze, capacità, saperi.  Serve la comprensione di cosa le ICT possono fare per noi e per le nostre organizzazioni.  Ma non basta, serve soprattutto una nuova mentalità e prospettiva sul modo di comunicare e relazionarsi dentro e fuori dal contesto lavorativo, valorizzando se stessi e gli altri sfruttando la potenza delle social technologies per la creazione di nuovo capitale umano.  Servono quelle che nel 2009 Jeff Butterfield chiamò digital soft skills.

Credo che i cambiamenti più grandi debbano ancora venire e che ogni organizzazione, ogni professionalità, dovrà trasformarsi o scomparire.  Qualunque lavoro facciamo è certo che saremo tutti misurati molto più di oggi e la nostra carriera, il nostro reddito, le nostre opportunità di crescita, dipenderanno sempre più da tali misure, e non dall’anzianità o dalle relazioni. Di certo tra vent’anni ben poche organizzazioni saranno disposte a dare uno stipendio fisso a qualcuno solo per il fatto che si presenta la mattina a timbrare un cartellino e torna a casa la sera dopo averlo ritimbrato. Il posto fisso era necessario e funzionale all’era industriale dominata dalle grandi burocrazie meccaniche, oggi non ha più senso.

Per progredire e realizzarci in questo nuovo mondo, dovremo imparare a prendere rischi, a vedere opportunità al di la delle risorse che abbiamo a disposizione, a conquistarci le risorse per coglierle, a collaborare all’interno di team composti di persone e macchine sempre più intelligenti. In altri termini dovremo smetterla di pensarci come forza lavoro e ragionare come imprenditori di noi stessi, anche se lavoriamo dentro una grande impresa. Ne saremo capaci?

Il sistema educativo dalla scuola primaria fino all’università, sta insegnando le cose giuste? Le sta insegnando nel modo giusto?

A livello di sistema, dovremo anche chiederci se le fondamentali reti di sicurezza sociale del mondo sviluppato, anch’esse tarate su un sistema produttivo del passato, sopravviveranno o se dovremo sostituirle con qualcos’altro.

C’è bisogno di un dibattito focalizzato e ad alto livello per rispondere a queste domande. È un dibattito già attivo, che coinvolge esperti e studiosi di tutto il mondo.  Anche Genius potrebbe essere uno dei luoghi di questo dibattito.