Il dilemma dell’Italicum

Dev’esserci un principio, forse mai provato ma certo come il sorgere del Sole, che impedisce alla politica italiana di discutere costruttivamente delle riforme costituzionali. I paladini della nostra Carta sorgono puntualmente ad ogni tentativo di modifica, presentandosi davanti ai microfoni dei cronisti per sancire quelli che secondo loro sono i principi inviolabili della democrazia.

Sono le stesse persone che, quando fu il momento di inserire l’obbligo di pareggio di bilancio in costituzione, non accennarono ad una protesta o ad un appunto, sicuri che fosse un principio che meritava di costituire la base della nostra democrazia. Quando però siamo chiamati in prima persona, senza indicazioni dall’esterno, a mettere mano alle fondamenta della Costituzione, le cose si fanno incredibilmente difficili ed ogni passo diventa incredibilmente pesante. È dimostrazione di ciò la levata di scudi nei confronti dell’ultima proposta di legge elettorale, l’Italicum. In aula abbiamo assistito al solito tripudio di momenti alti e solenni, come il lancio dei crisantemi per dare l’ultimo saluto alla morente democrazia o l’Aventino di tutte le opposizioni, profondamente contrariate dal fatto che l’esecutivo abbia deciso di porre la fiducia su di una modifica alla Carta con evidente sprezzo del loro (non-)peso politico.

Vi sono però diversi motivi, a parere di chi scrive, per rallegrarsi del fatto che finalmente si sia riusciti nell’impresa di mandare in pensione il tanto odiato Porcellum (che però nessuno voleva davvero abrogare). La conquista della legge elettorale proporzionale è data dal meccanismo del premio di lista e del ballottaggio, i quali permettono di consegnare un vincitore certo alla fine di ogni tornata elettorale. A questo si aggiunge un premio di lista (e non coalizione) al raggiungimento del 40% dei voti che consisterà nell’assegnazione del 55% dei seggi (340 seggi su 617). In caso di mancato raggiungimento della soglia minima si attiverà il ballottaggio tra le due formazioni che hanno raccolto più consensi, con lo stesso premio descritto sopra per il vincitore.

Questi dati, calati nella realtà, dipingono un sistema che andrà a limitare fortemente alcune situazioni patologiche tipiche del nostro sistema. Innanzitutto, grazie al ballottaggio, le coalizioni si dovranno costituire prima del risultato elettorale, nella speranza che così le coalizioni si basino su una campagna elettorale più condivisa e quindi più duratura (la media dei governi italiani è 374 giorni). Si avrà inoltre la possibilità di sapere con certezza chi è emerso vincitore dalla competizione elettorale, dandogli (grazie al premio legato alla singola lista e non alla coalizione) la possibilità di governare. Chi a questo punto risponde evocando il rischio di un pericolo di autoritarismo della maggioranza, non più obbligata a dialogare con altri né per le riforme da approvarsi né per l’elezione delle figure chiave del nostro sistema democratico o è uno stolto o è in mala fede.  Infatti, a ben vedere, i seggi “regalati” dal premio di maggioranza per garantire la governabilità sono a ben vedere solo 30 in più della metà, quindi la possibilità di azzoppare il governo con fuoriuscite saranno ancora presenti; basti pensare che la minoranza del PD che oggi si oppone alla riforma sarebbe più che sufficiente a mettere in crisi l’esecutivo con un sistema così delineato in funzione. Per quanto riguarda invece le cariche dello Stato, le maggioranze inizialmente richieste per la loro elezione sono di molto maggiori alla metà degli aventi diritto, senza comunque contare che si tratta di figure vincolate in tutta la loro azione da leggi costituzionali o regolamenti parlamentari. Chi ancora, evoca una riedizione della legge-truffa di De Gasperi, sostenendo che ottenendo solo il 40% dei voti si acceda al 55% dei seggi del parlamento farebbe bene a ricordare che nella storia delle nostre elezioni democratiche non c’è mai stato, ad eccezione dei democristiani e dell’ultima tornata delle europee con Renzi, un partito che abbia conquistato una tale fetta delle preferenze degli elettori. Inoltre diversi governi mondiali, che nessuno si permetterebbe mai di definire autoritari, sono stati eletti grazie a forti premi di maggioranza nonostante percentuali di consenso non entusiasmanti: tra questi Regno Unito e Giappone. La questione del premio alla lista e non alla coalizione è stato invece il motivo principale per il quale la destra italiana ha espresso tanta indignazione verso la riforma. Questo perché, presi singolarmente, i partiti in questione non potrebbero confrontarsi nemmeno con il movimento di Beppe Grillo, non arrivando quindi nemmeno al 20%. A ben vedere tuttavia, questa misura potrebbe giovare ad un centro-destra in preda ad una sindrome schizofrenica che lo ha portato, nell’ambito delle elezioni regionali, a mettere assieme liste che non centrano nulla le une con le altre, come il caso di Forza Italia e Lega Nord con le rispettive posizioni su Europa, immigrazione e moneta unica. La necessità di riunirsi sotto un unico programma, simbolo e leader potrebbe quindi facilitare, pur con i relativi malumori, un processo di ricostruzione che allo stato attuale delle cose sembra quantomeno improbabile.

Per quanto riguarda i difetti, uno tra i più evidenti è la bassissima soglia di sbarramento, fissata al 3% per far digerire la norma agli alfaniani che si sarebbero altrimenti auto-esclusi dalle prossime tornate elettorali visto il loro basso indice di gradimento presso la popolazione. In condizioni diverse, alzare ulteriormente la soglia avrebbe portato ad una diminuzione della frammentazione politica, un punto anche questo molto dibattuto con diversi pro e contro. Un secondo ambito particolarmente critico è stato quello relativo alla reintroduzione delle preferenze. Segnale della classica mancanza di memoria storica del popolo italico e dei suoi rappresentanti, questo strumento, solitamente elogiato di garantire un rapporto più diretto tra eletti ed elettori, fu rimosso poiché ritenuto responsabile di pratiche clientelari e di diversi casi di voto di scambio. Lo si è reintrodotto senza procedere ad un contemporaneo inasprimento delle pene per le fattispecie in esame, ennesima occasione mancata.

Un ultimo punto che merita di essere discusso riguarda l’introduzione dell’obbligo di parità di genere all’interno delle liste, il quale si traduce nell’alternanza di un candidato donna per ogni uomo presente, eccetto il capolista. Vista la storica arretratezza culturale del nostro paese rispetto alla figura femminile è sacrosanto forzare la mano per imporre la parità di genere all’interno del Parlamento come condizione fondante delle liste. Si potrà così non solo recuperare un gap storico e vergognoso del nostro paese, ma anche liberare una grandissima quantità di capitale umano che fino ad oggi è stato brutalmente sottostimato, in particolar modo in campo politico. A chi sostiene che sia ingiusto imporre l’elezione delle donne, in quanto potrebbero non essere meritevoli o adeguate al ruolo, invito a pensare a quanti soggetti incredibilmente incapaci siano stati collocati in Parlamento senza che nessuno facesse storie per quanto portavano tra le gambe.

Ad ogni modo questa legge elettorale, come già detto, non è la migliore delle leggi elettorali possibili, ma è senz’altro un segnale da parte di un paese che si è stufato di essere sempre impantanato da una politica che da ormai più di vent’anni era lontanissima dalla gente. Va riconosciuto a Renzi l’aver tentato la via del dialogo con patti del Nazareno e direzioni PD sempre mal digerite da entrambe le parti che poi sono naufragate. Il risultato tuttavia non è solo riconducibile alla spregiudicatezza politica del premier, ma anche a delle controparti che si sono mostrate molto insofferenti verso la riforma, che hanno infatti tentato più volte di far naufragare. Ora che tutti battono i piedi, scontenti di un risultato che hanno contribuito, chi più chi meno a creare, la fiducia posta dal governo ha tolto le opposizioni dall’imbarazzo di dover ribattere punto su punto nel merito, permettendo di concentrarsi maggiormente sull’opportunità politica di questo strappo. Eliminato lo spettro di elezioni anticipate che non farebbero altro che confermare lo strapotere dei democratici in questa fase di crisi storica della destra, ci si potrà concentrare, forse più serenamente con meno minacce e ricatti incrociati, su questioni più pressanti come risollevare un paese ormai davvero allo stremo delle forze.

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