Il Cybercaliffato minaccia l’Occidente

È notizia di questi giorni: gli hacker dell’Isis hanno attaccato TV5Monde, nota emittente francese, oscurandone le frequenze, bloccandone il sito e prendendo il controllo degli account media. Sul sito dell’emittente gli hacker hanno pubblicato documenti e carte d’identità di soldati francesi coinvolti nelle operazioni contro lo Stato Islamico e sulla home è apparso un messaggio in bella evidenza e la firma del blitz: “Je suIS IS“, firmato “Cyber Califfato“. Un beffardo e crudele rimando ad una ferita ancora aperta nel cuore della democrazia francese.

Siamo ormai nell’era del 2.0, dobbiamo farcene una ragione. Per una guerra che si consuma sanguinosa tra esecuzioni e raid aerei, attentati e rappresaglie, seguendo la vecchia via del sangue, ce n’è una più strisciante, sottile e nuova di zecca: la cyber guerra. L’avvento del silicio, del world wide web e le sue infinite pieghe, ha consegnato potenti strumenti in grado di influenzare le masse e di riscrivere alcuni equilibri che sembravano consolidati.

Un vecchio adagio recita: Se un albero che cade in mezzo alla foresta e non c’è nessuno ad ascoltare, fa rumore? E questo l’Isis e il suo Cyber Califfato sembrano averlo capito molto bene.

Organismi come Anonymous e il Cyber Califfato che fa capo all’Isis, sono i due esempi più eclatanti, opposti per finalità, ma simili nelle dinamiche, due organizzazioni sovranazionali, organizzati in cellule indipendenti, che sfruttano competenze informatiche per attaccare stati, multinazionali e organizzazioni. Oggetto del contendere: le informazioni. Nell’era della globalizzazione, il controllo del flusso della comunicazione, ha la stessa importanza a livello globale di eserciti e attentati.

Un vecchio adagio recita: Se un albero che cade in mezzo alla foresta e non c’è nessuno ad ascoltare, fa rumore? E questo l’Isis e il suo Cyber Califfato sembrano averlo capito molto bene. Per questo ogni atto, azione o comunicazione, è studiata a tavolino, utilizzando competenze informatiche e tecniche di primo livello, ma anche nozioni di viral marketing e social media marketing.

L’intuizione che portò alla nascita del Cyber Califfato fu nientemeno che di Osama bin Laden, che circa un anno prima di essere ucciso ad Abbottabad, diffuse un comunicato a tutti i seguaci di Al Quaeda invitandoli a considerare l’«importanza della Jihad elettronica».

A raccogliere la sfida fu Abu Hamza Al-Muhajir, uno dei leader del ramo iracheno di Al Qaeda, che in un ordine dell’aprile 2010 chiese alle cellule di reclutare «chi dimostra interesse per gli hacker, al fine di distruggere i siti Internet del nemico, ed infiltrare le sue roccaforti strategiche» nel convincimento che «la guerra elettronica è uno strumento efficace della guerra del futuro».

Hamza Al-Muhajir venne ucciso lo stesso anno da un blitz di americani e iracheni a Tikrit, ma quando Abu Bakr el-Baghdad assunse la guida di Al Qaeda in Iraq, proseguì il suo lavoro potenziando il cyber-arsenale jihadista, comprendendo quanto strategica fosse la rete per la guerra all’Occidente, tanto da stanziare, per la guerra virtuale, finanziamenti paragonabili a quelli utilizzati per armare il suo esercito.

In principio creò la rivista digitale Dabiq, dando mandato ai reclutatori affinché facessero proseliti attraverso forum e social media e organizzando un vero e proprio Dipartimento Media, perennemente alla ricerca di hacker che sposassero la causa jihadista.

Il comando di questo dipartimento venne assegnato a Junaid Hussein, nato a Birmingham e noto all’intelligence britannica per il suo passato da hacker: Hussein infatti organizzò in Gran Bretagna un gruppo cyber terroristico chiamato «Team Poison» e nel 2012 venne detenuto per sei mesi in Gran Bretagna per aver hackerato l’account Gmail dell’ex premier Tony Blair. Arruolatosi come volontario per combattere in Siria, scelse il nome di battaglia Abu Hussain Al Britani, assumendo la guida delle operazioni digitali del Califfato. Al Britani assoldò un team di hacker jiadisti e programmò un software che consente ancor oggi al «Cyber-Califfato» di operare sui social network, resistere agli attacchi e lanciare blitz come quelli che hanno colpito i siti internet del governo israeliano durante il conflitto contro Hamas.

Oltre al reclutamento classico, Al Britani ha istituito una sorta di facoltà per aspiranti hacker presso l’Università Al Qaeda per le “Scienze della Jihad” e creato in Pakistan una cyber-università specializzata in sistemi informatici in grado di controllare acquedotti, dighe, gasdotti, pipeline petroliferi e centrali nucleari.

Hacker professionisti, ma anche professionisti della comunicazione: il Cyber Califfato opera senza sosta con dinamiche più simili a quelle di un’azienda di marketing che di un movimento politico. Produce video propagandistici e cruente testimonianze delle esecuzioni, facendo proseliti sui social network e usando ostaggi come reporter. I comunicati “cavernicoli” di Bin Laden e al Qaeda sembrano ormai reperti archeologici.

Un quadro inquietante con cui l’occidente deve fare i conti, come non manca di sottolineare in un lo svedese Magnus Ranstorp, tra i più autorevoli esperti di cyber terrorismo, che in un suo libro prevedeva in tempi non sospetti l’inizio di attacchi online mirati a minare le sicurezze politiche, ma soprattutto economiche delle potenze occidentali. I nuovi obiettivi sensibili sono i centri del potere economico, siano essi luoghi fisici o virtuali, come i sistemi di trasferimento finanziario.

E con il progressivo inasprirsi della situazione internazionale e l’apparente immobilismo degli stati occidentali, in questi ultimi mesi gli attacchi si sono moltiplicati: sono stati violati diciannovemila siti francesi e modificati con slogan e immagini inneggianti alla jihad, ma soprattutto gli account Twitter e YouTube del Centcom (United States Central Command), quartier generale della coalizione guidata dagli Usa che sta combattendo l’Isis in Siria e in Iraq, con la sottrazione di informazioni riservate e strategiche.

Gli hacker hanno tweettato documenti militari del Ministero della Difesa americano, numeri di telefono e indirizzi di alcuni ufficiali e presunti piani militari dei futuri scenari ipotizzati dagli Usa in Cina e Corea del Nord, con tanto di cartine geografiche. Sulla home del sito, la scritta Centcom è stata sostituita da “Cybercaliphate”, sotto la quale è stata inserita la foto di un jihadista a volto coperto e la scritta “I love you Isis”, dimostrando ancora una volta la macabra ironia che contraddistingue le azioni dei cyber terroristi. Anche il profilo YouTube del Centcom è stato colpito, con l’inserimento di due video propagandistici.

Nemmeno il nostro paese è stato risparmiato, con il sito del comune di Torriglia, in provincia di Genova, che per ventiquattr’ore ha ospitato l’immagine di un cavaliere con in pugno la bandiera di Isis.

Le intelligence della coalizione antijiadista sono al lavoro per proteggere la rete da queste minacce, ma fino ad oggi gli unici a controbattere e attaccare apertamente il Cyber Califfato sono stati gli hacker di Anoymous. Da sempre in lotta contro la censura e la manipolazione dell’informazione, gli i figliastri di Guy Fawkes hanno diffuso un video dopo l’attentato a Charlie Hebdo, in cui dichiarano guerra al Califfato lanciando l’operazione #IceIsis.

Parole forti a cui ha fatto seguito un massiccio attacco che ha svelato più di 25000 profili social di reclutatori, bloccato Isdarat-Tube, lo Youtube islamista, e bloccato circa un centinaio di siti riferibili al Califfato. Gli Anon hanno stilato un dettagliato dossier dei principali reclutatori dell’Isis sul web e bloccato i minareti virtuali degli Imam estremisti, usato script per creare blocklist (liste di utenti da bloccare).

Una guerra di comunicazione che si è combattuta esclusivamente su web, tra fazioni che usano gli stessi strumenti per obiettivi diversi. Una nuova generazione educata all’uso di tutto l’arsenale di strumenti della comunicazione. Gli stessi strumenti che stanno diventando armi in grado di cambiare la realtà, quelli usati dalle due cyberfazioni, ma anche, ad esempio, dagli insorti della primavera araba per denunciare gli abusi di potere dei loro regimi (supportati, tra l’altro, anche da Anonymous).

L’Isis per la prima volta ha trovato un nemico che combatte con le sue stesse armi e conoscenze e che l’ha messo in difficoltà come mai erano riusciti a fare gli stati occidentali.

Non mancano poi i “disertori”, che a secondo dell’oggetto del contendere cambiano fazione e orientamento. Un caso celebre ed eclatante è quello del gruppo Anonymous Ghost, (noto anche col nome di Mauritania Attacker) che, dopo aver militato tra le fila degli Anon, ha abiurato la causa al lancio dell’operazione IceIsis. A una settimana dallo scorso 16 aprile, data in cui Israele commemora la Shoah, gli AnonGhosts, hanno rivendicato un’operazione, denominata “cyberolocausto”, in cui sono stati violati e oscurati numerosi siti pubblici e privati facenti riferimento al mondo ebraico. Una rappresaglia per la politica israeliana nei confronti della Palestina, da cui Anonymous si è immediatamente dissociata.

Le strade di Isis e Anonymous si sono incontrate in via quasi accidentale, sul terreno della libertà di espressione e della manipolazione delle informazioni. L’Isis per la prima volta ha trovato un nemico che combatte con le sue stesse armi e conoscenze e che l’ha messo in difficoltà come mai erano riusciti a fare gli stati occidentali. Con l’aggravante che è pressoché impossibile rivalersi su un nemico senza volto. La guerra al terrore ha trovato degli inaspettati paladini, attendendo che scendano finalmente in campo gli stati occidentali, per ora solo osservatori interessati.

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