Il Ballo del Doge: la bellezza di far parte di un sogno

C’è un sogno che si materializza per una notte, una sola notte all’anno, a Venezia, un sogno fatto di regine, di eleganza assoluta, di sfarzo e bellezza, di follia e sensazioni travolgenti, di emozioni e profumi, di musica e colori, di arte e spettacolo: Il Ballo del Doge. Un sogno che nasce da colei che ha dato vita a questa «esperienza totale», Antonia Sautter, dalla sua fantasia e da una figura materna che le ha insegnato l’amore per il bello e per le cose ben fatte. E il sogno diventa la missione di una vita, diventa uno degli eventi più raffinati, eleganti ed esclusivi al mondo, diventa realtà, emozione, meraviglia.

Come nasce il Ballo del Doge? E soprattutto, cos’è veramente il Ballo del Doge?
Il Ballo del Doge è un sogno visionario. Io stessa non mi definisco solo e unicamente una event planner, mi definisco piuttosto una creatrice di situazioni da sogno. Il Ballo del Doge è la mia vera creazione, la mia priorità giornaliera. È la fonte e il risultato di tutte le suggestioni che popolano i miei sogni e che poi riporto anche nell’organizzazione delle altre situazioni e degli altri eventi che organizzo. È creazione pura e ho totale libertà nel modo in cui decido di raccontarlo  e condividerlo con i miei ospiti. Il Ballo del Doge è un’esperienza totale! Il Carnevale è solo un pretesto, ma dà la possibilità di spaziare con la fantasia. Poi ho il privilegio di essere nata a Venezia e di viverci: non esiste al mondo palcoscenico più suggestivo. E’ Venezia che ha ispirato 23 anni fa la mia avventura imprenditoriale, Il Ballo del Doge, che tanto successo ha avuto nel mondo, tanto da esser annoverato dall’ABC television come una delle 100 cose da fare assolutamente nella vita!

Ma com’è cambiata Venezia negli anni? Cosa rimane della Venezia romantica, silenziosa, rispetto alla Venezia invasa dai turisti?
È molto cambiata, purtroppo. Servirebbero delle politiche più attente alla gestione dei grandi flussi turistici che non possono essere omologate al resto d’Italia.  Venezia è diversa rispetto anche alle altre città d’arte. È più delicata, più fragile. Occorre capirne la particolarità, l’unicità, l’essenza, la diversità. I flussi turistici non ben gestiti creano più  problemi che vantaggi perché questo tipo di visitatori “mordi e fuggi” non coglie la storia, lo stile, la vita vera di questa città. Visitare Venezia in 3 o 4 ore non può generare emozioni o piacevoli ricordi, al massimo un paio di selfie sul Ponte dei Sospiri sovraffollato. “È  massa che si confonde dentro altra massa”. Gli ospiti Ospiti de Il Ballo del Doge, per mia fortuna, non appartengono a questa categoria, perché non sono semplicemente turisti ma viaggiatori, collezionisti d’emozioni.  Vengono qui spesso durante l’anno non solo per scegliere il loro costume, ma per conoscere a fondo la città, immergersi nelle sue atmosfere, vivendola con amore a 360°. non soltanto con l’amore per il Carnevale, hanno un amore a 360 gradi per questa città. Molti degli ospiti de Il Ballo del Doge tornano ogni anno, perché sanno che il mio ballo si rinnova totalmente ad ogni edizione, con nuove storie, nuove ambientazioni, nuove scenografie, nuovi personaggi, nuovi Sogni. Gli Ospiti tornando si aspettano di rinnovare lo stupore e l’emozione che hanno provato quando per la prima volta hanno varcato la soglia del Palazzo sul Canal Grande, lasciandosi alle spalle la realtà per entrare in un magico mondo incantato.

Il made in Italy, nel suo complesso, quindi come sogno, stile di vita, e come qualità dei materiali, della manifattura e della sartorialità, in che stato di salute versa? Siamo ancora i maestri dell’eleganza?
Siamo sicuramente ancora i maestri dell’eleganza, un esempio per tutto il mondo.  La nostra storia, la nostra cultura e tutto quello che è stato fatto non si cancella. È nell’immaginario, in ogni parte del mondo. L’eleganza italiana è sempre un modello, grazie a dei geni creativi e alla loro passione.

Ma stiamo vivendo un po’ di rendita o stiamo continuando a meritarcela?
Quello che mi fa più male è che questa crisi ha ucciso quella che era la colonna portante del made in Italy, gli artigiani. Gli artigiani che lavoravano ancora il capo a mano e molti piccoli laboratori che supportavano le grandi aziende come terzisti non ci sono più. Molti produttori si sono rivolti all’estero, soprattutto a quei Paesi in cui la manodopera costa molto meno, cercando  un surrogato di know how, ma le abilità artigianali italiane sono inimitabili e sono fatte di esperienza, tradizione e estro creativo tramandate di generazione in generazione. Io che osservo molto i prodotti della moda, vedo che spesso è evidente lo scadere della qualità finale. Bisognerebbe invertire la tendenza, io lo faccio, nel mio piccolo. Nella mia azienda le sarte lavorano ancora ogni pezzo a mano, rendendolo unico, le borse, le scarpe e tutti  gli altri accessori che disegno, sono fatti da artigiani della riviera del Brenta. E’ proprio tutto “made in Veneto!”

Più che un made in Italy, un made in Veneto.
La mia produzione è addirittura un made in Veneziae dintorni. Infatti io lo dichiaro sulle etichette dei miei prodotti: “hand made in Venezia” a testimonianza del mio sforzo, nonostante tutto, nel  portare avanti questo orgoglio, questa preziosità, questa storia.

A me spaventa che le competenze vadano perse. Al di là della qualità del prodotto. Trovo che sia un delitto.
Ha colto un aspetto importantissimo. Per esempio, per me lavorava una ricamatrice, un’anziana  signora artigiana che ricamava le mie scarpe che però non ha trovato nessuno interessato a continuare il suo mestiere. Quando dieci giorni fa mi ha detto che non avrebbe più potuto continuare per motivi di età e di vista, mi sono resa conto di come si perda un patrimonio, la vera ricchezza dell’Italia. Di questo passo avremo tutti prodotti assolutamente uguali e non sapremo più riconoscerne la bellezza e l’unicità, che a volte sono  fatte di dettagli impercettibili ma che da soli possono costituire uno stile e raccontare una storia. Poi ovviamente sappiamo che si vendono molto più facilmente i prodotti seriali senza anima, ma ben pubblicizzati, rispetto ai pezzi unici realizzati artigianalmente e con passione. Visitando il mio Atelier capirà cosa significa “capo unico”; le mostrerò le mie creazioni che non sono solo abiti da Carnevale.

Lei, che nella bellezza ci è cresciuta, pensa si possa educare alla bellezza?
La bellezza è sensibilità. La si può acquisire, però, perchè è fatta di curiosità, di osservazione, di attenzione ai piccoli dettagli. E la si deve anche coltivare. Io ho avuto la fortuna di avere una grande maestra, mia mamma, una donna pratica, ma di grande sensibilità. Pratica perché riusciva a trasformare qualsiasi materiale in qualcosa di bello. Riusciva a coglierne la potenzialità e lo trasformava di conseguenza. Ovviamente questa era genialità che produceva bellezza. Gli artigiani che purtroppo oggi stanno scomparendo sono stati dei geni anonimi tutta la loro vita e hanno realizzato delle cose bellissime, e quasi mai riconosciute. Lavorando alacremente ogni giorno non si sono preoccupati di cercare riconoscimenti e onori perché la loro missione era fare le cose per bene, come diceva sempre mia madre: “se devi fare una cosa, falla bene”. Questo è stato il motore che ha reso il “made in Italy” così apprezzato nel mondo.

Che poi pensavo che questo rapporto tra l’astrattezza della sensibilità e la concretezza della manualità sia il filo che tiene in piedi tutto?.
Creatività e mercato non vanno sempre d’accordo. Da qualche tempo, purtroppo c’è più interesse a quello che può piacere al mercato e non a quello che si può realizzare di elegante e duraturo, perché qualsiasi prodotto deve essere venduto rapidamente e produrre reddito con altrettanta velocità.

Ma la bellezza e la capacità di riconoscerla, diventano una forma di resistenza al livellamento al ribasso e all’omologazione?
Sì, l’omologazione soffoca l’originalità, la personalità, la creatività; spero si tratti di un momento di transizione, ci sono ancora persone tenaci e, fortunatamente, tanti giovani appassionati che si danno da fare.

Eppure le crisi storicamente sono momenti di grande fermento. Oggi c’è il deserto.
Alcuni grandi marchi basano tutta la loro attività  su un marketing eccezionale e grandi investimenti pubblicitari. Se tutto si riduce a social network, comunicazione e promozione del marchio, si perde di vista la qualità. Basta creare tendenza. Riconosco l’importanza del marketing, ma l’immagine non è tutto.

A proposito idel Carnevale, invece, mi sembra sia un concetto ambivalente: da un lato il fatto di essere protagonisti e di esagerare, da un lato si è difesi, protetti da una maschera.
È complice il fatto che, protetti da una maschera che garantisce l’anonimato, ci si sente più liberi. Questo lo diceva Oscar Wilde: dai a un uomo una maschera e capirai chi è. Aggiungerei che non è solo la maschera, ma è anche il costume. Interpretare un personaggio rende l’esperienza ancor più intrigante. Evadere  da se stessi e dal proprio quotidiano per entrare in un mondo diverso, in una storia diversa, senza rinnegare la propria identità: il mio percorso creativo ha origine da questo. Mia madre utilizzava il Carnevale per farmi interpretare i personaggi dei miei sogni, dandomi la possibilità di studiare la loro storia. A sei anni conoscevo bene Maria Antonietta, Caterina Cornaro, Elisabetta I d’Inghilterra e la loro personalità; creare il loro abito era l’occasione per calarmi nei loro panni. Settembre era il momento della progettazione. Così è nata la mia passione per i costumi. Indossando il mio costume  mi calavo nella favola, nella storia del personaggio prescelto, aspettavo con trepidazione il Carnevale per diventare attrice protagonista in Piazza San Marco.  Questo gioco che mi appassiona ancora è diventato negli anni Il Ballo del Doge. La mia più grande soddisfazione dopo mesi di preparazione è entrare a Palazzo la sera del Ballo per incontrare tutti coloro che lo vogliono condividere…

Prima lei mi ha citato delle icone che hanno creato il suo immaginario. Secondo lei esistono le icone oggi?
Sicuramente esistono oggi molte donne protagoniste della loro vita e che lasciano delle tracce anche molto importanti e sono esempio per molti. Le regine sono la mia passione e ho dedicato un’edizione de Il Ballo del Doge alla celebrazione di tutte le donne che sono regine nell’anima e a tutti gli uomini che le sanno riconoscere.

Che progetti ha per il futuro?
Io sono pronta a sviluppare dal Ballo del Doge un grande spettacolo. È un peccato  limitare a una sola notte tutto ciò che creo per il Ballo. Ho uno straordinario cast artistico e un team organizzativo e ho investito molte risorse in allestimenti scenografici. Ogni Ballo del Doge, ha una sua trama, un racconto, una favola che possono essere adattati a un grande palcoscenico. Questo mio progetto è ancora un sogno nel cassetto, ma è pronto per essere condiviso.

Qual è stato uno dei momenti più emozionanti di questo sogno?
Quando entro a Palazzo, ogni anno, la sera de Il Ballo del Doge e assaporo l’orgoglio di aver realizzato un evento unico, irripetibile, dove la bellezza non è solo estetica, ma armonia di creatività, passione e managerialità. Non sono alla ricerca di gratificazioni formali o riconoscimenti, ma vorrei che la mia esperienza potesse esprimersi anche sul palcoscenico di un teatro. Il Ballo del Doge è la mia formula magica, una alchimia di artisti, scenografi, decoratori e tante persone talentuose in grado di offrire su tutti i palcoscenici del mondo uno spettacolo mozzafiato. Sono un po’ triste quando, dopo il Ballo, si spengono le luci, si smontano le scenografie, si ripongono i costumi, si riconsegnano le chiavi del Palazzo sul Canal Grande. Vorrei che questo sogno mio e dei miei Ospiti potesse vivere più di un solo giorno all’anno. Tanta energia creativa meriterebbe d’essere replicata.Non c’è video o foto che possano davvero raccontare le sensazioni, i profumi, le luci, i colori, gli incontri di questa onirica esperienza. Il Ballo del Doge è un sogno da vivere.