Idrocarburi o turismo? Perché la Croazia non sa da che parte stare

Quando pensiamo alla Croazia la prima cosa che ci viene in mente sono le sue bellezze paesaggistiche e l’infinita linea di costa letteralmente invasa ogni estate da milioni di turisti, da Punta Salvore fino a Dubrovnik. Ebbene, da qualche mese esiste un progetto del governo croato per sviluppare un’industria per lo sfruttamento di idrocarburi, successivamente alla scoperta di numerosi giacimenti di oro nero e gas lungo le sue coste.

La notizia è di qualche mese fa e se non fosse che l’Adriatico è un mare che interessa direttamente anche il nostro paese, la questione delle trivellazioni non rappresenterebbe un problema più di tanto. Al di là delle questioni ambientali – argomento chiaramente da non sottovalutare visti gli impatti sull’ecosistema che l’estrazione di queste materie prime comporta in tutte le sue fasi – uno degli interrogativi che emerge è proprio la partecipazione italiana a questo progetto.

L’Eni, infatti, lo scorso gennaio ha ottenuto dieci concessioni dal governo di Zagabria per cominciare a la fase di ricerca davanti alle coste dell’Adriatico orientale. Il mare italiano è puntellato di piattaforme per l’estrazione mentre quello croato ancora no. L’Eni dunque sarà una delle aziende che dovrebbero trasformare il lato destro del mare Adriatico. In tutto questo s’inserisce una protesta da parte di associazioni ambientaliste italiane come NoTriv che ha chiesto espressamente al governo italiano il rispetto da parte croata delle procedure internazionali per la ricerca e la produzione di idrocarburi, soprattutto in materia di coinvolgimento delle nazioni confinanti.

Il problema, sempre secondo gli ambientalisti, sarebbe per l’appunto la procedura di valutazione d’impatto transfrontaliera, che dovrebbe esser quantomeno condivisa, come nel caso del mare Adriatico. Lo scorso marzo Lega Ambiente si è pronunciata sulle consultazioni avviate tra governo italiano e quello croato. Punto centrale delle posizioni ambientaliste sono ovviamente le procedure di sicurezza in materia di estrazione di idrocarburi. Ad esserne interessate sono infatti numerose regioni italiane (dal Friuli Venezia Giulia fino alla Puglia). Nel frattempo, gli ambientalisti hanno incassato i favori di un referendum da tenersi solamente nelle regioni croate interessate, facendo slittare al prossimo 4 maggio l’inizio delle ricerche sui fondali da parte delle compagnie petrolifere.

Un ulteriore perplessità anche e soprattutto dal punto di vista politico è quella legata alle presunte incompatibilità tra il settore estrattivo del petrolio e l’industria turistica croata, la quale negli ultimi anni è cresciuta a dismisura. Qual è la direzione che Zagabria sta prendendo? Il Pil croato viene inciso dal turismo in maniera preponderante. Dall’altro lato, lo sfruttamento degli idrocarburi potrebbe portare ad un’autonomia energetica e di miliardi di dollari nelle casse croate.

Visto l’impatto negativo che l’industria del petrolio e del gas potrebbe avere sul turismo il governo croato è estremamente sicuro delle mosse che sta facendo? È davvero necessario per Zagabria puntare maggiormente sull’industria pesante, piuttosto che sui turisti? La risposta sembra essere una sola: chi porterà più entrate a bilancio vincerà.

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