I prescelti

Perché mettere a confronto le due figure più emblematiche dello sport del Novecento, i più vincenti di sempre? Perché parlare ancora di Muhammad Ali e Michael Jordan, dopo tutti i film, i documentari, le biografie, i fiumi d’inchiostro? Due nomi che parlano da soli, che stanno in piedi senza stampelle e possono già diventare sostantivi comuni, a indicare la categoria tutta, l’essenza stessa di quello sport, del concetto di vittoria.

Che poi tutti lo sanno. Entrambi partirono con addosso i vistosi sintomi del predestinato: le loro incommensurabili capacità tecniche, la loro genialità fisica, la felicità psicologica, la velocità di pensiero e di azione. E quello che più li accomuna è la profonda consapevolezza di queste capacità, la profonda consapevolezza di se stessi e della loro contemporaneità. Così profonda appunto da poter riconoscere, con un tempismo e una visione di gioco tipici soltanto delle personalità irripetibili, la propria importanza storica, culturale e politica. Si potrebbe trovare qualche differenza nel risultato finale, certo. Dopotutto, ad Ali fu negato il privilegio dello studio, mentre Jordan ebbe la classica carriera che una famiglia della classe media americana poteva permettersi: era normale che ne venisse fuori qualcosa di diverso.

Anche i tempi erano diversi. Muhammad riuscì a intuire quello che ancora non si chiamava impatto mediatico, quando capì che, se avesse battuto George Foreman a Kinshasa nel ‘74, la sua sarebbe stata un’importantissima vittoria, soprattutto politica. Erano gli anni in cui personaggi come Rosa Parks, Martin Luther King, Malcolm X si apprestavano a fare il grosso della lotta per i diritti dei neri. Ali divenne strumento consapevole di quella lotta; la boxe il suo mezzo per comunicarla al mondo intero.

Michael visse solo in parte gli strascichi del razzismo sudista del North Carolina. Gradualmente si poté permettere di pensare ad altro, godersi i frutti di quelle lotte, girare qualche spot di culto con Spike Lee, vincere una gara di schiacciate con la più bella di sempre e farne un brand da milioni di dollari, occuparsi di tutte quelle cose di cui si deve occupare uno che vuole diventare l’icona indiscussa dello sport di tutti i tempi.

Si potrebbe dire allora che, forse, senza Ali non ci sarebbe stato Jordan. Ma che importa tutto ciò? Insomma, erano dei prescelti. Non dovevano fare altro che qualcosa di assolutamente straordinario, ciascuno a modo suo. Il resto sarebbe venuto da sé. La storia la conosciamo tutti. Che importa, sul serio?

Perché ciò che ancora oggi rende inevitabile parlare di loro è che si tratta di protagonisti che non si sono accontentati di essere i migliori di ogni tempo, magari per i record battuti, per i numeri. No. I numeri li avrebbero rimpiccioliti, li avrebbero messi su un piano di confronto umanamente concepibile, come un qualsiasi altro essere vivente. No. Il motivo è un altro. Il motivo è che Michael Jordan e Muhammad Ali si sono già consegnati all’immortalità. Hanno già firmato tutte le carte. E la cosa più incredibile è che sono ancora vivi! Perché la storia, ogni memoria, ogni futuro, questo articolo parlano da soli. Sono già questa coscienza, questo parlarne, questo muoversi nel sangue. Sono prima ancora di poter essere concepiti. Per il solo fatto di esistere sono la vana spiegazione di quello che davvero forse è fatica sprecata provare a dire. Che è questa presenza costante, come di un qualcosa avvenuto nel passato, ma perennemente vivo, in una puntualissima indeterminatezza, e quindi azione in sé e per sé, ancora una volta essenza, nella vita, nelle opere, nei miracoli, nei tentativi quotidiani di chiunque. Quel continuo paragonarsi, mettersi spalla a spalla, ispirarsi, sforzarsi, cercare e rivedere sempre le stesse immagini. Quelle di un ragazzone imbronciato e allegro saltellare con quel movimento di gambe, o inveire sull’avversario al tappeto. Quelle di uno skywalker urlante o concentrato, sempre con la lingua di fuori. Occhi e muscoli per dirti: sarà meglio che ti dia da fare, man, se vuoi essere come me. Il sorriso di chi la sa lunga, di chi ne ha visti tanti. Di chi sa che, spesso, sarà tutto inutile. Il sorriso di chi sa che saranno sempre lì, invisibili e pre- senti, inconsciamente dietro a ogni nostro pensiero.