I mondi nascosti dell’Afghanistan in mostra al Salone degli Incanti

L’altro Afghanistan quello che Monika Bulaj ha voluto raccontare nella mostra “Nur/Luce. Appunti afgani”, un viaggio solitario spostandosi con bus, taxi, cavalli o a dorso di yak dal confine iraniano a quello cinese sulle nevi del Wakhan, armati soltanto di un taccuino e di una Leica, fatti per l’intimità dell’incontro.

L’allestimento, dopo le tappe degli scorsi mesi nella Loggia di Palazzo Ducale a Venezia ed alle Officine Fotografiche di Roma, arriva a Trieste dal 4 agosto al 30 settembre 2012 nella suggestiva cornice dell’Ex Pescheria-Salone degli Incanti, arricchito da nuove immagini e testi e da alcuni interventi negli spazi aperti della città.

Un viaggio nella realtà complessa e sfaccettata di un mondo, quello delle donne, spesso nascosto dagli stereotipi e mascherato dai pregiudizi, raccontato attraverso scatti che catturano le loro espressioni più autentiche. Ma anche gli ultimi nomadi, i Kuchi, privati dei loro pascoli e ridotti a larve nelle città, in case-buche, dove la metà dei neonati non riesce a sopravvivere. Il dramma della nuova epidemia delle auto-immolazioni e delle mine anti-uomo, che aumentano. Le prigioni minorili dove vengono gettate le adolescenti fuggite dai matrimoni forzati o le case rifugio dove si nascondono dalla prigione, dalla vendetta dei clan e della loro stessa famiglia.

Una raccolta di immagini di grande qualità, dove, oltre all’impeccabile aspetto tecnico e compositivo delle fotografie, realizzate indistintamente in colore e bianco e nero, spicca la sensibilità dell’autrice, che crea una serie di immagini intense, raffinate, vissute e coraggiose come l’impresa stessa. Rifiutando di viaggiare con i militari come fotografa ‘embedded’, Monika Bulaj è riuscita ad “entrare” e a mescolarsi con la gente e le tradizioni dei luoghi visitati, siano essi villaggi kirghisi che città-spettro come Kabul, ottenendo completa fiducia, tanto da riuscire a scattare anche in situazioni particolarmente delicate come ospedali, moschee, bagni pubblici, palestre, scuole e prigioni.

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“Parlando con gli afgani, ho scoperto che la guerra è una macchina miliardaria che si autoalimenta e che pur di Levitra Online funzionare arriva al punto di pagare indirettamente tangenti allo stesso nemico” racconta Monika Bulaj. “Rifiutando di viaggiare con un’unità militare – ‘embedded’ – protetti da un elmetto in kevlar, ho ritrovato un mondo che, dalla Maillart a Bouvier, gli europei amarono e che ora, dopo dieci anni di presenza militare, abbiamo rinunciato a conoscere. La culla del sufismo e di un Islam tollerante che, lì come in Bosnia, l’Occidente si ostina a ignorare, un mondo odiato dai Taliban e minacciato dal nostro schema dello scontro bipolare. Un Paese nudo e minerale, dove un albero ha una maestà senza eguali e l’individuo non ha spazio per l’arroganza. Una terra abbacinante, dai cieli sconfinati, e così inondata di sole che bisogna rifugiarsi nell’ombra – interni, albe e crepuscoli – per ridare un senso alla luce, al fuoco, ai bagliori dello sguardo. Un Paese disperato, dove la donna è schiacciata dal tribalismo e l’oppio è la sola medicina dei poveri, ma dove una straniera può essere accolta in una moschea e l’incantamento dello straniero è vissuto come una benedizione. Una terra dove si rischia la vita solo andando a scuola e dove nelle periferie disperate i bambini si svegliano alle quattro del mattino per andare a prendere l’acqua con gli asini. Ma anche un Paese d’ironia, capace di ridere nei momenti più neri, rispettoso degli anziani, perfettamente conscio che il solo futuro possibile sta nella scuola, e nei bambini che domani saranno uomini”.

E sempre nell’ambito della mostra – promossa dal Comune di Trieste e realizzata con il contributo, fra gli altri, della Fondazione CRTriestedal 7 al 9 settembre, nell’auditorium del Salone degli Incanti, si terrà il ciclo di incontri “Passaggi afgani a Trieste”, incentrato sulla cultura e sulla storia dell’Afghanistan, con storici, giornalisti, medici, diplomatici, studiosi e ricercatori universitari. Un momento importante di confronto fra testimonianze di spiritualità e antropologia, di storia e attualità, di guerra e quotidianità, con un occhio di riguardo alla questione giuridica e all’odissea di molti profughi afgani oggi in Europa.