Hiroshima: quando l’inferno scese sulla terra

Los Alamos è un vero idillio terrestre situato nello Stato del New Mexico (USA), ma per molti rappresenta  anche il luogo in cui veniva realizzata la prima arma di distruzione di massa. In questo piccolo angolo paradisiaco, il fisico statunitense Robert Oppenheimer era alla guida del progetto “Manhattan”, con cui l’allora Presidente Franklin Delano Roosvelt voleva superare la Germania di Hitler nella fabbricazione della prima bomba atomica.

Per lo scopo, l’ideatore del progetto fu in grado di riunire le più menti brillanti ed eccelse, che annoverano oggi diversi Premi Nobel come Niels Bohr, Enrico Fermi, Hans Bethe e Richard Feynman. Ma Manhattan fu talmente grande da coinvolgere ancora molti altri illustri studiosi. La direttrice del Museo di Los Alamos, Heather McClenaghan, racconta infatti che, alla fine del progetto, a Manhattan vivevano oltre seimila scienziati insieme alla loro famiglie, mentre altre 125.000 persone lavoravano nei laboratori sparsi su tutto il territorio nazionale. Il progetto stesso porta il nome dell’odierno quartiere newyorkese – inizialmente chiamato proprio “Manhattan Engeneering District” – dove fu concepita per la prima volta l’idea dell’ordigno nucleare.

A settant’anni di distanza, chi partecipò al progetto lo racconta quasi con una punta di amara nostalgia. «Ai tempi, qui ci conoscevamo tutti. Non c’era gerarchia alcuna» ricorda William Hughes, che vi lavorò come chimico. «A pranzo, chiunque poteva liberamente sedersi di fianco al capo del progetto Robert Oppenheimer. Era un uomo estremamente simpatico. Lo chiamavamo tutti “nonnino”». Il chimico racconta anche che a Los Alamos erano riuniti studiosi essenzialmente giovani e che l’età media dell’équipe non superava i ventisei anni. Hughes ricorda come allora si organizzavano grandi feste e si bevevano sostanziose quantità di alcol, ma sottolinea anche che i giovani scienziati lavoravano a pieno regime alla realizzazione di questo colossale e, allo stesso tempo, pericoloso progetto. «Temevamo che i tedeschi potessero per primi fabbricare la bomba nucleare, che sarebbe stata in grado di decidere come uscire dalla guerra».

“Manhattan” fu assolutamente prioritario per il Governo americano: le risorse finanziarie investite nel progetto erano praticamente illimitate. Iniziò nel 1940 con un budget di circa seimila dollari, ma cinque anni più tardi la somma sfiorava i due miliardi. «Si tratta del secondo progetto di ricerca più costoso degli Stati Uniti, dopo la missione sulla Luna» commenta la direttrice del Museo di Los Alamos.

In ogni caso, è interessante notare come gli scienziati lavorarono contemporaneamente alla realizzazione di due bombe, una all’uranio e una al plutonio. Il 16 luglio del 1945 fu condotto il primo test sulla nuova arma: il comando militare scelse quella al plutonio, la cui fabbricazione era molto più complessa di quella all’uranio. Gli studiosi avevano rinunciato a testare la prima anche perché non disponevano di una sufficiente quantità di uranio arricchito.

Ogni anno, per rendere partecipi tutti al corso della storia, l’Esercito americano apre le porte del poligono di Alamogordo ai visitatori. Eppure, ancora oggi le radiazioni nucleari raggiungono un livello di dieci volte superiore al normale, mentre del cratere violentemente scavato quasi nemmeno una traccia. Tutt’attorno, invece, sulla barriera di filo spinato che racchiude l’area, sono appese le foto di quell’esplosione avvenuta alle 5.29 del 16 luglio.

A solo un mese dall’esperimento nucleare, il 6 agosto 1945 alle 8.15, il bombardiere americano B-29 sganciò la prima bomba atomica su Hiroshima seguita, tre giorni dopo, da quella di Nagasaki. E una delle più gravi atrocità che l’uomo si sia ingegnato di metter in atto, fu commessa quasi all’oscuro. Gli stessi scienziati impegnati nel progetto “Manhattan”, appresero la notizia per radio. Alcuni di loro, furono addirittura sorpresi che la bomba avesse funzionato. «Tirammo tutti un sospiro di sollevo, ma non ci furono festeggiamenti» ricorda William Hughes, parlando delle reazioni all’interno del laboratorio di Los Alamos. «Come potevamo festeggiare qualcosa che stroncato la vita di così tante persone».

Nonostante la tragedia del Giappone, il chimico e molti altri colleghi sono convinti che le bombe lanciate su Hiroshima e Nagasaki abbiano accelerato l’uscita dalla guerra riuscendo, così, a salvare la vita di molti altri milioni di persone. Ma dello stesso avviso non fu l’ideatore del progetto Oppenheimer. In una successiva conversazione alla Casa Bianca, confidò al Presidente Truman di avere «le mani sporche di sangue», tanto che i dubbi e i rimorsi di coscienza non lo abbandonarono per tutta la vita: soffrì infatti di depressione e malinconia fino al suo ultimo respiro.

A voler essere precisi, poco dopo il primo test del 16 luglio, Robert Oppenheimer citò alcuni versi del Bhagavad Gita – poema sacro dell’Induismo – affermando «Adesso sono diventato Morte, il distruttore dei mondi». E di fronte all’odore di morte e distruzione che una sola esplosione lasciò dietro di sé, risulta miseramente difficile dissentire: a Hiroshima le vittime furono tra le 90 000 e le 166 000, a Nagasaki tra le  60 000 e le 80 000.

Come previsto, questo pose fine al Secondo conflitto mondiale, ma il prezzo fu troppo alto: il novanta per cento delle due città colpite fu raso al suolo e quasi la totalità della loro popolazione fu sterminata, immediatamente dopo i bombardamenti o più tardi per effetto dei danni provocati. Le radiazioni nucleari hanno contaminato il suolo e le acque del sottosuolo, e a distanza di settant’anni la Leucemia miete ancora numerose vittime a Hiroshima, più che in qualsiasi altra città del Giappone.

Perciò, oggi più che mai, ci scordiamo dello straordinario ingegno positivo dell’uomo, mentre le parole di Hobbes risuonano inquietanti nelle menti e in quelle terre devastate: l’uomo è malvagio, “homo homini lupus”.

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