Hillary Clinton correrà per le Presidenziali Usa del 2016

Dopo la sconfitta nel 2008 alle primarie democratiche contro Barack Obama, Hillary Clinton non si è di certo messa in disparte. Ora che gli Stati Uniti hanno avuto il loro primo presidente di colore, si pensa che sia giunto il momento di abbattere le ultime resistenze e far confrontare il popolo americano col problema di dover ridefinire il proprio concetto di “first lady”. A parte queste titaniche problematiche, la candidatura della Clinton appare come la più solida messa in campo dai democratici, i quali presentano una donna molto conosciuta nel paese per il suo impegno politico e per la sua conoscenza degli ambienti con i quali un futuro presidente deve sapersi confrontare. A dimostrazione di questo, la campagna di finanziamento dell’ex first lady sta procedendo bene, con 15 milioni di dollari già raccolti e molti altri in arrivo.

La candidatura è molto ben vista dal presidente uscente Obama, il quale pensa a Hillay come a una custode della sua eredità politica, soprattutto sui nodi salienti che i repubblicani, nel caso vincessero, tenterebbero di disfare, come la riforma sanitaria e gli ultimi atti di politica estera, dossier Iran in primis. A quest’ultimo proposito la neo-candidata alla presidenza si è già espressa a favore di un approccio più impegnato nei confronti degli altri paesi, destinato a compensare il calo di consensi avuto nei confronti degli alleati storici, forse un po’ troppo poco considerati da una politica che ha voluto sanare le inimicizie storiche degli States. Poco invece si sa su quello che sarà il suo programma politico vero e proprio, ed è qui che iniziano le critiche, piuttosto bipartisan. I repubblicani spingono, com’era previsto, su alcuni passi falsi fatti dalla Clinton negli anni passati, come il ricevimento di finanziamenti da paesi esteri considerati un po’ fuori luogo nonché il caso dell’utilizzo dell’email privata del Capo di Stato americano per fini istituzionali, mossa che potrebbe costarle la Casa Bianca. Dalle fila democratiche invece si parla più che altro di riserva all’appoggio, vista la vaghezza del programma finora esposto, con molti esponenti, tra i quali l’influente Bill de Blasio, che attenderanno un’agenda più dettagliata prima di offrire il proprio endorsement. Nel video pubblicato sul sito hillaryclinton.com si parla dello sforzo di migliaia di donne americane, di piccoli imprenditori, nuove famiglie e gay, nella loro costante lotta per l’affermazione sociale e la felicità; mancano però direttive più prettamente politiche. Si contesta in particolare la pochezza di dettagli sulle politiche i Welfare a venire, particolarmente caldeggiate da quella parte del partito che preme per la redistribuzione della ricchezza e l’estensione degli aiuti alle fasce più deboli della popolazione. Le stesse affermazioni della Clinton per una politica estera più decisionista rispetto a quella dell’epoca Obama sembrano fare i conti con un partito che si opporrà strenuamente a qualsiasi ipotesi d’interventismo e di nuove spese militari.

Ciò non toglie che, nonostante tutte le difficoltà elencate finora, l’ex Segretario di Stato della prima amministrazione Obama si conferma come la miglior candidata finora in mano dei democratici. Dalla sua può contare su di un discreto appoggio economico e di conoscenze acquisite in anni di esperienza, nonché un ottimo bacino di voti nell’elettorato femminile, il quale rappresenta il 53% del totale. Starà la sua capacità di intercettare l’opinione di genere, nonché quelle fasce di popolazione da sempre più mobili nell’elettorato USA, quali quelle più deboli, quelle legate ai diritti della popolazione di colore ed i giovani (proprio come fece Obama nel 2008) a determinarne il futuro politico. Il noto ed autentico femminismo del Capo di Stato potrebbe ad ogni modo rappresentare la chiave per sbloccare una partecipazione femminile che negli States (ma anche gli italiani ne sanno qualcosa) non ha mai mostrato il proprio potenziale, negando al paese una potenziale umano non indifferente. Allo stato delle cose sarà quindi anche l’entusiasmo a far pendere l’ago della bilancia da una parte piuttosto che dall’altra. Tra i più probabili sfidanti alle primarie democratiche troviamo in testa Elizabeth Warren (critica delle politiche economiche di Obama) e Joe Biden (attualmente Vicepresidente), mentre candidature meno forti sono arrivate da Bernie Sanders e Martin O’Malley.

Per quanto riguarda la concorrenza, i repubblicani si prentano un po’ disordinati alla linea di partenza ma partono avvantaggiati dal fatto che le elezioni di mid term hanno evidenziato una certa volontà di cambiamento nella popolazione rispetto alle politiche di Obama. Per capitalizzare questo risultato sarà necessaria una candidatura energica, che riesca a fronteggiare un possibile candidato alla presidenza come la Clinton sia in termini di esperienza che di credibilità politica. Noi europei difficilmente riusciamo a capire i candidati che si succedono di volta in volta in questa parte politica, i quali il più delle volte si presentano come estremisti ultra conservatori dello spirito degli Stati Uniti e dell’american dream, dotati di una retorica alla Bush che poco colpisce le nostre sensibilità. Tuttavia la loro retorica funziona, con il texano Ted Cruz, anti aborto e anti bando delle armi in prima posizione per la corsa alle primarie, mentre il secondo candidato è un’altra faccia conosciuta: Jeb Bush, fratello di George, molto ben piazzato tra i finanziatori delle presidenziali (il quale non ha tuttavia ancora presentato la sua candidatura ufficiale). Quest’ultimo potrebbe essere un’ottima opportunità per la Clinton nel caso riuscisse ad emergere vincitore dal confronto tra repubblicani poiché consentirebbe anche al candidato democratico di reggere meglio alla critica di far parte della “old school” politica, riuscendo così a far passare in secondo piano il fatto che delle elezioni con candidati Clinton e Bush gli americani le hanno già vissute.

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