Guida alle elezioni Usa 2016

È arrivato il momento per il più smagliante e atteso derby politico del pianeta, la corsa che ogni anno attira verso il Nuovo Continente legioni di reporter e tiene puntati verso di sé gli occhi di tutti il leader del globo: parliamo ovviamente delle elezioni per il Presidente degli Stati Uniti d’America. Dopo gli otto anni dell’amministrazione Obama, segnata negativamente nel suo secondo mandato dall’azzoppamento del Congresso, finito in mano ai repubblicani dopo una bocciatura elettorale giunta con le elezioni di mid-term, gli americani cercano un nuovo leader.

Dell’amministrazione Obama si contesta fortemente la politica “socialista” relativamente alla riforma sanitaria la quale ha il merito di aver distribuito maggiormente la possibilità di accesso alle cure mediche ma avrebbe, d’altro canto, aumentato i costi per la generalità. Se questo è il punto maggiormente discusso rispetto all’operato del presidente uscente, è anche quello sul quale egli ha speso tutto il suo peso politico, finendo per avere poche energie per affrontare i rimanenti dossier. Anche la politica internazionale del Nobel per la Pace ha suscitato diverse perplessità. A partire dal Medio Oriente, dove si sono snobbati gli alleati storici degli americani come Arabia Saudita, Yemen e Israele per tentare di costituire un asse con Teheran, la quale sembra stare al gioco ma che resta pur sempre sotto scacco della guida suprema, la quale già in passato ha dato grossi grattacapi alle amministrazioni americane. Puntare sugli sciiti sembra essere una scelta particolarmente rischiosa in quanto se è vero che l’Iran dispone di risorse militari notevoli e ben organizzate, le quali sono state indirizzate verso l’Isis, è anche vero che non ha mai ritrattato le minacce rivolte allo stato di Israele ed al suo diritto all’esistenza; senza risolvere questo punto si potrà difficilmente arrivare ad una pacificazione definitiva dell’area, sempre che si riesca a sconfiggere il Califfato Nero. Parallelamente a questa operazione si è scelto di appoggiare fazioni emergenti, come i ribelli siriani, nelle singole dispute regionali. Come predetto da molti, le armi mandate per combattere la classica guerra per procura contro il regime di Bashar Al-Assad sono prontamente finite nelle mani dell’Isis, il quale oggi avanza a ritmo serrato con gli equipaggiamenti consegnati dagli stessi americani. Se le scelte in quest’area sono sembrate schizofreniche, grazie anche a un meccanismo di decisione che molti dicono essere basato sui sondaggi d’opinione dai quali il presidente uscente sarebbe ormai schiavo (dimenticando però che le grandi scelte non si prendono guardando alla pancia del proprio paese ma semmai agli interessi dello stesso), non molto meglio è andata in Ucraina, dove l’opposizione a Putin è stata fiacca ed ha portato a diversi malumori in buona parte dei paesi europei che hanno scelto di sostenere le sanzioni. Punto positivo in una situazione piuttosto impietosa sarebbe lo scongelamento dei rapporti USA-Cuba, attesi da molti ed osteggiati da pochi. A questi giudizi sull’operato di Obama si aggiunge anche una gestione economica che ha sì riportato ad una timida crescita del PIL a stelle e strisce ma che sembra essere dipesa più dalle politiche di ingente iniezione di liquidità nel sistema da parte della Federal Reserve piuttosto che dall’operato del Presidente.

Di tutte queste criticità dell’amministrazione del primo presidente nero della storia americana sembra aver fatto tesoro il partito repubblicano che si presenterà tenendo a mente che anche gli errori commessi dal presidente Bush non dovranno essere ripetuti. È già record il numero dei candidati conservatori per le primarie che quest’anno sono già 13 ma potrebbero arrivare fino a 15. Tra di loro i nomi più in vista sono Jeb Bush, fratello di George W. e candidato di punta finora che, stando ai sondaggi di questo affollatissimo primo turno, avrebbe, al netto della sola candidatura, un ottimo 10% di preferenze garantite. Seguono altri nomi piuttosto interessanti come quello di Ted Cruz, vicino al Tea Party che ha contribuito in buona parte alla vittoria alle elezioni di mid-term di due anni fa, svelando i molti errori del presidente in carica, e Donald Trump, multimiliardario statunitense proprietario della Trump Tower di New York, uno dei più alti grattacieli della Grande Mela. Quest’ultimo, pur avendo fatto grande scalpore con la propria candidatura potrebbe essere già considerato tra i sicuri sconfitti visto che riscuote bassissimi successi tra la popolazione (circa il 3% si dichiarerebbe disposto a votare per lui) e ancora peggio prendendo in esame i soli repubblicani, con un 52% che si dichiara fortemente contrario alla sua candidatura. Probabilmente i suoi 13 miliardi di dollari in patrimonio netto stimato non sono un buon argomento nei confronti di un’America che stenta a ripartire. Ritenterà poi di scalare la vetta Rick Santorum, ultraconservatore cattolico che si era già distinto durante le scorse primarie per uscite improbabili su aborto, unioni omosessuali e stupri. Tra i repubblicani figurano in ogni caso diversi imprenditori di successo, tra i quali una sola donna e due figli di immigrati, uno dei quali di colore. In generale si conferma la predominanza dei WASP tra le fila di questo partito che vedrà come probabile vincitore Jeb Bush grazie alla sua passata esperienza come governatore della Florida che lo ha visto come alfiere della riduzione delle tasse, del taglio dei dipendenti pubblici ed in generale dell’intervento di Washington nelle vicende degli stati federali. Si punterà quindi sulla classica retorica del “self-made-man”, rifiutando la questione ecologica e rilanciando, in netta contrapposizione con l’amministrazione attuale, un ruolo di supremazia americana nelle vicende internazionali.

Per quanto riguarda la controparte democratica, i numeri sono molto più normali. Il partito attualmente al governo si presenta alle elezioni con tre candidati: Hillary Clinton, data per favorita, Bernie Sanders, il quale autodefinendosi socialista dovrebbe ampiamente essere fuori dai giochi e Martin O’Malley, il quale vanta l’esperienza assunta come governatore del Maryland. Volendo essere schietti pare che i democratici abbiano deciso di puntare tutto sul loro cavallo più forte: l’ex first lady. L’ex Segretario di Stato punterà innanzitutto sull’elettorato femminile, sperando che si identifichi con la sua storia di donna forte al fianco di un marito ingombrante. Un altro target della sua campagna saranno le famiglie (di tutti i tipi), alle quali ha promesso di voler ridare serenità dopo la tempesta della crisi economica. Si punta anche qui ad un recupero dei valori tipici dei democratici, con un espresso rimando alla presidenza di suo marito ed alle direttrici che questa aveva perseguito. Tuttavia in questa candidatura, considerata dai più come molto solida, c’è un grande rischio: se Hillary dovesse venire azzoppata da alcuni scandali che girano attorno al suo nome, come alcune mail legate al suo incarico da Segretario di Stato cancellate dal suo account personale oppure i finanziamenti alla fondazione del marito provenienti da paesi come l’Arabia Saudita dove i diritti professati dall’ex first lady sono negati in blocco, ai democratici rimarrebbe ben poco.

Se da un lato quindi vi è un proliferare di personaggi su di un medesimo livello o quasi, una candidatura così forte da parte della sinistra americana rischia di lasciare la leadership senza alternative nel caso qualcosa andasse storto con una vittoria automatica dei repubblicani. Ad ogni modo se la situazione dovesse continuare così come la stiamo vedendo oggi avremo un nuovo derby Bush-Clinton, per un’America che oggi più che mai sembra voler guardare al proprio passato di gloria e potenza rispetto ad un futuro che pare sarà dominato dai giganti asiatici sempre più agguerriti nel contendergli il primato di potenza mondiale.

Credits foto: immagine tratta dal web